Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

A priori.

 

Quando leggiamo che Cesare Cremonini, professore a Padova, aristotelico puro, tanto da essere chiamato «Aristoteles redivivus», rifiutò di guardare il telescopio del collega e amico Galileo per non vedere i satelliti di Giove, da lui appena scoperti, diciamo che tenne un atteggiamento aprioristico. Siccome tale scoperta inficiava l’antica concezione tolemaica dell’universo, il Cremonini non volle accettarla (ciò non toglie che il senato veneto, da cui dipendeva l’università, gli pagasse uno stipendio doppio rispetto a quello di Galileo). A priori sono le opinioni, i concetti espressi in base a un principio teorico; a posteriori quelli che scaturiscono da un’esperienza concreta. Il ragionamento a priori parte da un dato concettuale generale e arriva, col metodo deduttivo, alle estreme conseguenze, come un tronco che si divide in tanti rami e rametti. Il ragionamento a posteriori invece prende le mosse da dato empirico, dai singoli esperimenti, e risale, col metodo induttivo, ai principi generali. La scienza moderna, di cui Galileo è uno dei fondatori, è figlia del metodo sperimentale, induttivo, cioè a posteriori. Letteralmente le due locuzioni significano: a posteriori, da ciò che è dopo; a priori, da ciò che è prima.

 

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