Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? Ave, Caèsar, moritùri te salùtant

 

Un esempio di Naumachia, da un dipinto di Ulpiano Checa (1894) (Wikipedia)

In Svetonio la frase esatta, rivolta verso Claudio, è Ave, imperàtor, moritùri te salùtant, salve, o imperatore, i morituri ti salutano. Era il saluto dei gladiatori prima di avviarsi al combattimento, cioè alla morte, in quegli spettacoli di ferocia e di sangue che tanto deliziavano i romani, gente di gusti grevi.

Nel racconto di Svetonio, compaiono i combattenti d’una naumachia organizzata da Claudio nel 52 su un vasto specchio d’acqua naturale, il lago del Fucino, per inaugurarne i lavori di prosciugamento attraverso l’apertura dei cunicoli di Claudio. I combattenti erano dei condannati a morte. Si sa in particolare da Svetonio che i naumachiarii (combattenti nella naumachia) prima della battaglia salutarono l’imperatore con una frase divenuta famosa: Morituri te salùtant. Una tradizione erronea se n’è appropriata per farne una frase rituale dei gladiatori all’imperatore, mentre in realtà viene attestata solo in questa occasione. Morituri è il plurale di moritùrus, colui che deve o sta per morire. Ingannato dall’orecchio, uno studente maldestro tradusse «Salve, o Cesare, i muratori ti salutano».

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