Una lingua “morta” che però  continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Cicero pro domo sua.

Dopo aver represso la congiura di Catilina e giustiziato, con giudizio sommario, i suoi seguaci, Cicerone non sfuggì alla vendetta del partito popolare. Infatti il tribuno della plebe Publio Clodio fece approvare una legge che mandava in esilio chiunque avesse messo a morte un cittadino romano, senza concedergli l’appello al popolo. Il bersaglio, anche se non nominato, era Cicerone. E Cicerone partì per l’esilio, a Salonicco. Dopo diciotto mesi tornò, ma la sua casa sul Palatino non esisteva più, era stata abbattuta e su quel terreno era stato costruito, dall’irriducibile nemico Clodio, un tempio alla dea Libertà. L’oratore si rivolse ai pontefici e con una splendida orazione ottenne non solo la restituzione del terreno, ma anche la ricostruzione della casa, a spese sello Stato.

   La locuzione pro domo sua, a favore della sua casa, viene oggi applicata a quei pubblici amministratori che curano soltanto il loro interesse personale e, in genere, a quegli individui, asociali ed egoisti, che considerano se stessi il centro del mondo. Pro è una preposizione con altri significati: pro cònsule, al posto del console; pro fàno, fuori del tempio; pro càpite, per testa.

 

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