Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? Crimen laesae maiestatis

Ritratto di Luigi XIV di Hyacinthe Rigaud, 1702, Museo del Louvre, Parigi

 Delitto di lesa maestà, crimine gravissimo sotto le monarchie assolute. Era rischioso parlare del sovrano in termini men che rispettosi, come conferma il motto Nìhili de prìncipe, pàrum de Dèo, niente (parlare) del principe, poco di Dio. Perché Dio può perdonare a chi sparla di lui, il principe no. Osserva Erasmo nella prefazione all’Elogio della follia: «Alcuni hanno un concetto così falso della religione, da tollerare i  più gravi oltraggi contro Cristo piuttosto che il minimo scherzo sopra il pontefice o il principe; specialmente quando c’è di mezzo la pagnotta». Nel Brindisi di Girella il Giusti canzona il ministro francese Talleyrand, insuperabile campione di doppio gioco, che servì, servendosene, prima la rivoluzione, poi Napoleone, infine Luigi XVIII. E fa dire al voltagabbana Girella, sempre pronto ad applaudire tutto,  tanto la carta costituzionale quanto il diritto di lesa maestà:

  • Quando ho stampato,
  • ho celebrato
  • e troni e popoli,
  • e paci e guerre;
  • Luigi, l’Albero,
  • Pitt, Robespierre,
  • Napoleone,
  • Pio sesto e settimo,
  • Murat, fra Diavolo,
  • il Re Nasone,
  • Mosca e Marengo,
  • e me ne tengo…
  • Viva arlecchini
  • E burattini,
  • e il re Chiappini;
  • viva le maschere
  • d’ogni paese,
  • la carta, i tre colori e il crimen laesae.
  •  

Oggi, al posto del crimen laesae, abbiamo il reato di vilipendio. Che se non è zuppa, è pan bagnato.

 

 

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