Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

De gustibus non est disputandum.

 

Non si deve discutere sui gusti. De è una preposizione che introduce il complemento di argomento, la cosa di cui si parla; per esempio il De bèllo gàllico è un libro sulla guerra gallica. De gustibus non est disputandum è un latino grossolano nella forma, ma veritiero nella sostanza. Ognuno ha le sue preferenze, guai se non fosse così. Se le avessimo uguali, saremmo tutti clienti dello stesso ristorante, tifosi della stessa squadra di calcio, innamorati della stessa donna. La provvidenziale difformità dei desideri fa sì che ogni oste possa lavorare, ogni città sognare lo scudetto, ogni donna sperare un’ora d’amore. La varietà dei gusti è direttamente proporzionale alla ricchezza della fantasia. L’italiano, in questo senso è fantasiosissimo. Basta osservarlo al bar, quando ordina un caffè. Chi lo vuole liscio, chi amaro, chi ristretto. Liscio, macchiato, ristretto caldissimo, lungo in tazza tiepida, dolce in tazza molto calda, decaffeinato, decaffeinato con panna, decaffeinato molto lungo sennò batte i nervi. Corretto grappa, corretto fernet, corretto cognac. Chi ordina un moka, chi un espresso. Dice l’Ariosto:

 

     Degli uomini sono varii gli appetiti:

     a chi piace la chierca, a chi la spada,

     a chi la patria, a chi li strani liti.

                                              SAT III, 52-54

Concetti anticipati da Orazio:

     V’è chi ama su carri in gare olimpiche

     impolverarsi, e con volanti ruote

     sfiorar la mèta e illustri palme cogliere;

     si crede ai Numi, re del mondo, assunto

     questi, se il volgo dei Quiriti mobili

     lo inalzi a gara ai tre supremi onori,

     e quello, se potè nel suo granaio

     tutti stipare i libici frumenti.

                                                             ODI, I, 1, 3-10,

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