Una lingua morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? Deficit

La distruzione dell’Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie “Il corso dell’Impero” del 1836, oggi a New York, presso l’Historical Society.

 

È il latino più assillante per i ministri finanziari, per gli amministratori di aziende pubbliche in eterno disavanzo, per i dirigenti delle industrie cassintegrate. Deriva dal verbo deficere, mancare, ed è la terza persona del presente indicativo: manca. Cioè quello che manca perché le entrate pareggino le uscite. Si ricorre al latitino come spesso avviene con le cose vergognose su cui è bene sorvolare (abbiamo già visto le pudende), ma l’eufemizzazione non ha retto all’urto della dura realtà e oggi deficit è vocabolo non meno crudo di disavanzo, passività, scoperto di cassa, ecc. la parola fu usata per la prima volta dai francesi, nel Cinquecento, per indicare negli inventari la merce che mancava. Poi è entrata con sempre maggiore insistenza nel vocabolario della finanza. Ma già in Giovenale (primo secolo dopo Cristo) essa annunciava disavventure economiche, e precisamente nella satira dove si legge:

   sic Pèdo contùrbat, Màtho deficit

 così va in rovina Pedone, e Metone fallisce.

   Non è detto che chi è in deficit vada in fallimento, però è sulla strada giusta.

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