Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Dies Irae

Sibilla Eritrea Michelangelo Buonarroti (508-1510). Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano (Roma)

 

Tommaso da Celano

Il giorno dell’ira. È l’inizio di una celebre sequenza musicale, attribuita per molto tempo a Tommaso da Celano (1190-1265), biografo di san Francesco:

  • Dies irae dies ìlla
  • sòlvet saèclum in favìlla
  • tèste Dàvid cun Sibylla

giorno d’ira quel giorno: ridurrà il mondo in cenere, testimone David con la Sibilla. La sequenza descrive con impressionante realismo il giorno del Giudizio universale, in una visione, michelangiolesca ante litteram, di profeti e sibille, mentre suona la tromba fra i sepolcri scoperchiati per l’ultima sentenza del Cristo, non più misericordioso salvatore, ma giudice inflessibile sulle fumanti rovine del mondo.

La prefigurazione del Giorno del giudizio è contenuta nei testi di molti Profeti. Ma saranno anche le Sibille che proporranno questo genere di profezie. Le Sibille erano profetesse e sacerdotesse dotate di poteri divinatori e capaci di predire il futuro su ispirazione di divinità pagane. Le più conosciute erano l’Eritrea, la Cumana e la Delfica. Il mondo cristiano, basandosi sulle concordanze tra profezie bibliche e vaticini pagani, assimilerà progressivamente le Sibille e le porrà sullo stesso livello dei Profeti. Fino ad arrivare alla consacrazione finale in Vaticano, dove, nell’Appartamento Borgia, dodici Sibille sono affrescate in coppia con altrettanti Profeti.

La Sibilla eritrea, David e i profeti spiegano i segni del Finimondo (Luca Signorelli, Orvieto)

«È una preghiera» scrive Francesco Pastonchi – poeta e critico letterale (1874-1953) – «quale poteva insegnare a una folla un predicatore di quell’età religiosa, penitente, la cui musa fu spesso il terrore». Il Dies irae si recitava solo nelle messe dei defunti, il 2 novembre, e nella prima domenica d’Avvento, prima del vangelo in cui Luca annuncia la fine del mondo. Il Giusti intitolò Il Dies irae una satira in morte di Francesco I, imperatore d’Austria, che incomincia con queste crudeli terzie:

  • Dies irae! È morto Cecco,
  • gli è venuto il tiro secco:
  •    ci levò l’incomodo.
  • Un ribelle mal di petto
  • te lo messe al cataletto:
  •    sia laudato il medico. 

Oggi la messa in italiano ha tolto alla sequenza gli apocalittici accenti d’oltretomba e con Dies irae intitoliamo laici articoli di fondo, che trattano argomenti di terrestre banalità. Gli studenti manifestano in piazza per la mancanza di aule? Titolo obbligato Dies irae. Titolo esagerato. E anche sprecato: il latino no lo sanno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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