Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Est Est Est.

 

Nome d’un famoso vino d.o.c. di Montefiascone (Viterbo) che si ottiene vinificando trebbiano toscano (65%), malvasia bianca toscana (20%), rossetto (15%); ha un brillante color giallo paglierino ed è adatto a minestre, creme di verdura, carni bianche. Non sappiamo a quali cibi lo accompagnasse il suo scopritore, il vescovo tedesco monsignor Giovanni Fugger, grande estimatore di vini, vissuto nel dodicesimo secolo. Scendendo dal Nord verso Roma, il prelato, narra la leggenda, si faceva precedere da un servo di sua fiducia che visitava le osterie e scriveva col gesso, sulla porta di quelle dove aveva bevuto bene, est vìnum bònum, qui c’è vino buono, oppure, più rapidamente, est, che in latino corrisponde al nostro . Arrivato a Montefiascone, trovò il vino locale nettamente superiore a tutti quelli bevuti nelle numerose soste precedenti, e per comunicare al principale, distanziato di parecchie osterie, il suo entusiastico apprezzamento, scrisse sulla porta est est est. Tre volte. Monsignore, appena arrivò, tanto ne bevve che ne morì, e il servo addolorato dettò questo epitaffio:

  • Est est est
  • pròpter nìmium est
  • hic Ioànnes de Foùcris
  • dòminus mèus
  • mòrtus est

(per il troppo est qui Giovanni Fugger, mio padrone, morì).

 

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