Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Gutta cavat lapidem.

 

 

La goccia scava la pietra. Dice Lucrezio nel De rèrum natùra:

   Si assottiglia al di dentro

   se lo si tenga, un anello, molti anni al dito; cadendovi,

   la goccia fora la pietra; decresce, occulto nei campi,

   s’anco è di ferro, all’aratro l’adunco vomero; nelle

   strade si vede che i piedi hanno consunto il selciato,

   e sulle porte le statue di bronzo mostran che spesso

   le loro destre si vanno assottigliando per tocchi

   di chi saluta e vi passa davanti.

 

Misurando gli eventi sull’orologio dei millenni, vediamo l’azione del vento smerigliare le rocce, le onde del mare erodere le coste, i fiumi interrare le lagune. Nei comportamenti umani, una salda perseveranza ottiene risultati più duraturi che l’improvviso, isolato slancio. Nùlla dìes sìne lìnea, nessun giorno senza una linea, era il programma del pittore greco Apelle, amico di Alessandro Magno e suo ritrattista ufficiale. Non passava giorno senza che tracciasse almeno una linea perché, diceva, solo con l’esercizio costante si procede sulla via dell’arte. Il talento fa poca strada, se non l’accompagna la costanza. Famose maestre di perseveranza sono le formiche. Si racconta che Tamerlano, il crudele sovrano turco dell’Asia centrale (sec. XIV), tentati invano dieci assalti all’assediata e imprendibile città di Baalbek, si ritirò scoraggiato nei suoi accampamenti. Non voleva più combattere. Ma la sera, durante il bivacco, osservò una formica che si accaniva a trascinare un chicco di frumento verso il suo nido. Dieci volte fallì. L’undicesima vi riuscì. Allora Tamerlano ritornò sui suoi passi ed espugnò Baalbek.

 

 

 

 

 

 

 

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