Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Habitus.

 

  

L’abito, il vestito, l’abbigliamento. E inoltre: il comportamento, l’atteggiamento, il modo di essere. Molto comune la locuzione habitus in tal caso non veste il corpo, bensì la mente, i pensieri, e nasce l’abitudine, che è l’inclinazione a seguire, con regolare ripetizione, gli stessi atti.

   Guai se uno si permette di sorridere delle nostre abitudini. Ridicole, semmai, sono quelle degli altri. L’abitudine è una seconda natura che può portare, indifferentemente, al male e al bene. Anche le virtù sono frutto di lenta, tenace abitudine. Diventiamo giusti a forza di compiere azioni giuste. Proust scrive che per i suoi parenti «il rispetto dei doveri morali, la fedeltà degli amici, hanno più sicuro fondamento in cieche abitudini che non in trasporti momentanei, ardenti e sterili». È più facile, di un popolo, modificare le leggi che i costumi; nessun governo è mai riuscito a cambiarli per decreto. Le abitudini sono le ancelle servizievoli che conoscono a memoria i nostri desideri, capricci, tic e manie. L’importante è che non diventino serve-padrone. Perché noi ci affezioniamo a esse, anche a quelle che, giustificate in sul nascere da esigenze soggettive, perdurano immutate anche quando sono venute meno le motivazioni che le fecero nascere. Come certe stelle, di cui continuiamo a vedere la luce, e sono scomparse da milioni di anni.

 

 

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