Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? In cauda venenum

 

Lo scorpione in mano a una giovane denota arroganza e superbia, della dialettica, per esprimere il potere talvolta pungente e velenoso delle parole, arma letale di combattimento. L’opera: “Giovane introdotto alle arti liberali”, affresco di Sandro Botticelli, databile al 1486 circa e conservato nel Museo del Louvre di Parigi

Nella coda c’è il veleno. È il contrario di dùlcis in fùndo e un chiaro riferimento allo scorpione che, gremita la preda, incurva la coda al disopra del capo e la colpisce con l’aculeo velenifero. Portatori di venenum nascosto in cauda sono gli epigrammi, arma letteraria tanto più mordente quanto più l’autore sa condensare ala battuta nelle ultime parole. O addirittura nell’ultima.

   Marcello Marchesi, parlando dei romanzi di Moravia:

  • Di scene d’amore
  • Quante ne ha messe!
  • È diventato ormai
  • Un autore
  • Di pubico interesse.

E del Premio Strega:

  • E brindan tutti
  • Alla salute
  • Del vincitore
  • Con un bicchierino
  • Di livore.

 Giannino Antona Traversi, alludendo alla medaglia assegnata a Ugo Ojetti recatosi a Gorizia, durante la Grande guerra, per il recupero delle opere d’arte:

  • Ancor che al monte austriaca minaccia
  • duri, tu varchi intrepido l’Isonzo
  • e una medaglia arride alla tua faccia,
  • Ugo, di bronzo.

 

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