Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? In verba magistri

Immagine di una scuola risalente al XIV secolo

(Giurare) sulle parole del maestro. Atteggiamento tipico dei seguaci di Aristotele e degli scolastici medievali, che respingevano pregiudizialmente ogni teoria che fosse in contrasto con la filosofia del maestro. Tale forma di venerazione del maestro si traduceva in una sottomissione intellettuale, in una rinuncia ad andare oltre.

   I fanatici del verbo altrui, i dogmatici per conto terzi, sono spesso degli intolleranti che, ritenendosi depositari della verità, brigano per imporla ai tiepidi, ai neutrali, agli scettici; e questi possono difendersi con una sola risposta: «Grazie, so sbagliare da solo». In una penetrante analisi del comportamento umano, il Leopardi spiega come mai abbia tanto successo il principio d’autorità. «L’uomo, anche il più risoluto e il più libero nel pensare, è sempre sottoposto in qualche parte e all’irresoluzione e al dubbio, l’una e l’altro molestissimi alla natura umana. Il rimedio più pronto e forse unico contro questi due mali è l’autorità, ed è impossibile che l’uomo rifiuti del tutto questo rimedio. Egli prova un certo piacere, un senso di riposo, un’opinione e una confusa immaginazione di sicurezza, ricorrendo all’autorità; assidendosi sotto l’ombra sua, e pigliandola come schermo delle determinazioni sì del suo intelletto che della sua volontà, nella tanta incertitudine delle cose della vita… L’uomo preferisce sovente l’avvio degli altri al consiglio proprio, e trovando quello conforme a questo, è più mosso e riposa più sopra quello che sul proprio giudizio… ciò nasce che le cause che determinano se stesso se veggono interamente, le altrui non cos’ bene, onde si stimano di più. L’uomo ha bisogno in tutto dell’illusione; e della lontananza o oscurità degli oggetti per valutarli»

(Scritti vari, II, 35, nota 9).

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