Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Inter nos.

 

 

Uno studente di fede nerazzurra tradusse «Noi dell’Inter», ma qui il pallone non c’entra. Inter, calcisticamente parlando, è abbreviazione di Internazionale, società sportiva fondata a Milano nel 1908; inter nos è una formula cautelativa, che si premette a una confidenza che si fa a qualcuno, a quattr’occhi, con preghiera di non propalarla, perché è una cosa segreta, e tale deve restare. Equivale a «qui lo dico e qui lo nego». Grazie al meccanismo dell’inter nos, si diffondono le notizie più riservate, i segreti più gelosi. Come avviene ciò? Lo spiega il Manzoni: «Una delle consolazioni dell’amicizia e qull’avere a cui confidare un segreto. Ora gli amici sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno, il che forma una catena di cui nessuno potrebbe trovar fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d’un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dire nulla a nessuno; e una tale condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso della parola, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a che sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d’amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell’immensa catena, tanto che arriva all’orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivare mai».  

   Invano la natura, per insegnarci che bisogna ascoltare più che parlare, ci ha fornito due orecchie e una sola lingua. Si narra che Ludovico il Moro, catturato dai francesi, abbia scritto sul muro della prigione: «Dixìsse aliquàndiu paenìtui, tacuìsse nùmquam», d’aver parlato qualche volta mi pentii; d’aver taciuto, mai.

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