Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? Lapsus linguae

inconscio

 

Errore della lingua, del parlare. Secondo Freud, è la spia di pensieri e sentimenti sepolti nel profondo della psiche. Potremmo definirlo l’inconscio in libera uscita, che approfitta d’una nostra distrazione per farci dire una cosa, mentre ne pensiamo un’altra. Clamoroso il lapsus del presidente americano Gerald Ford, che ricevendo alla Casa Bianca il presidente egiziano Sadat alzò il calice, esclamando: «Alla salute del popolo e del governo israeliano». Gelo in sala, e subito Ford si corresse: «Scusatemi, dell’Egitto». Probabilmente gli stavano più a cuore le sorti d’Israele, perciò l’inconscio gli giocò il brutto scherzo di fargli pronunciare, nel momento più inopportuno, il nome dello Stato preferito. Anche senza implicazioni psicanalitiche, i lapsus sono sempre divertenti. Attori e annunciatori radiotelevisivi li chiamano papere. E ne hanno terrore. E il pubblico non può non ridere quando «Paggio Fernando, perché guardi e non favelli?» diventa «Faggio Pernando, perché favi e non guardelli?».

Oppure un uomo muore arso vivo perché «accesa la poltrona, si era addormentato nella pipa». Sono distrazioni fatali, per il fumatore e per l’annunciatore. Bisogna stare attenti, prima. Dopo è troppo tardi. Dice Adraste a Danao, re d’Egitto, nell’Ipermestra di Metastasio:

      • Pria di lasciar la sponda,
      • il buon nocchiero imìta:
      • vedi se incalma è l’onda,
      • guarda se chiaro è il dì.
      • Voce dal sen fuggita
      • poi richiamar non vale:
      • non si trattien lo strale
      • quando dall’arco uscì.

                                          ATTO II, SC. 1

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