Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Omnia mea mecum porto

Tutte le mie cose porto con me. In senso letterale, potrebbe essere il motto della chiocciola, del vagabondo, dell’eremita. In senso figurato, vuol dire che la vera ricchezza è quella dello spirito, non esposta alle insidie della fortuna, alle mire dei ladri. La frase è stata attribuita a molti, tra cui Biante di Priene, uno dei sette savi, che l’avrebbe pronunciata scappando in fretta senza nemmeno un bagaglio, dalla patria invasa dal nemico. Ma viene messa in bocca anche a Diogene, il filosofo cinico, che ostinatamente negava, in nome della “natura”, i valori borghesi, le convenzioni sociali.

L’aneddotica su di lui è così vasta che si stenta a distinguere il vero dall’inventato. Si racconta che, rifiutata sdegnosamente ogni comodità offerta dal progresso, usasse come alloggio la botte e, gettata via ogni suppellettile, tenesse per sé soltanto una ciotola per bere. Ma il giorno in cui vide alla fonte un bambino portare l’acqua alla bocca col cavo della mano, buttò via anche la ciotola.

Chissà oggi cosa saremmo disposti a gettare.

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