Una lingua morta che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Ruit hora.

  

L’ora precipita, il tempo fugge. Perché fugge? Perché è galantuomo, e un galantuomo non può intrattenersi con un mondo scellerato come il nostro.

   Dice un vecchio adagio

  •    Vita brèvis, mòrs cèrta
  •    Morièndi hòra incèrta

la vita è breve, la morte certa, e incerta l’ora del morire

   Ruit hora è il titolo di un’ode barbara del Carducci il quale, dalla fugacità della vita, trae motivo per godere più intensamente l’amore. Essa comincia:

  •    O desïata verde solitudine
  •    Lungi al rumor de gli uomini!
  •    Qui due con noi divini amici vengono,
  •   vino ed amore, o Lidia.

E finisce:

  •    E precipita l’ora. O bocca rosea,
  •    schiuditi: o fior dell’anima,
  •    o fior del desiderio, apri i tuoi calici:
  •    o care braccia, apritevi.

 Se il poeta coglie ansioso l’attimo fuggente, il cammelliere del deserto ne ha tanti a disposizione, di attimi, che non sa che farsene. Un giorno incontrò un amico, un beduino che si era motorizzato e aveva comprato una jeep. Questi gli disse, con l’entusiasmo del neofita:

   «È una macchina meravigliosa, una gran comodità. Perché non rinuncia al cammello e non te la compri anche tu?»

   «Che vantaggio offre?»

   «Te lo spiego subito. Col cammello, quanti giorni impieghi ad attraversare il deserto?»

   «Quindici.»

   «Con la jeep ne impiegheresti uno solo.»

   «Capisco. Ma poi, che cosa faccio negli altri quattordici giorni?»

 

 

 

 

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