Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

Sanctificètur.

 

Corruzione popolare del verbo sanctificètur (contenuto nel Pàter nòster: sanctificètur nòmen tùum, sia santificato il tuo nome) che ironizza sui falsi devoti, i quali mascherano con pratiche religiose una condotta disonesta. «Quel sanctificètur ruba le paghe agli operai». «Sembra un sanctificètur (variante: una santarellina), invece né una divoratrice d’uomini.»

   In un’epistola (I, 16, vv. 60-62) Orazio fustiga un doppiogiochista della morale che, ammirato da tutto il popolo, offre un bue o un porco agli dei, pregando per Giove e Apollo. Ad alta voce. Ma subito dopo si rivolge a Laverna, dea protettrice dei ladri:

     e a fior di labbra poi, sì che nessuno lo intenda:

     «Laverna bella, fammi la grazia ch’io possa imbrogliare

     il prossimo, concedi ch’io passi per un galantuomo,

     un santo, e sopra i miei peccati distendi la notte,

     sopra gl’imbrogli una nube».

   Un’immortale figura di sanctificètur ci ha disegnato Molière nel personaggio di Tartufo, il quale mentre insidia la moglie dell’amico Orgone ordina alla serva Dorina, abbassando vergognoso gli occhi: «Coprite questo seno, non è roba ch’io possa vedere; certe cose offerte a spettacolo offendono l’anima e suscitano pensieri peccaminosi».

   Uno sfrontato sanctificètur, realmente esistito, fu Pietro Aretino, che non arrossì scrivendo i Sonetti lussuriosi e i licenziosi Ragionamenti, ma si scandalizzò vedendo il Giudizio universale di Michelangelo popolato di nudi, e chiese al papa di coprirli.  

 

 

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