Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina? Sic transit gloria mundi

 

Juan de Valdés Leal, Finis gloriae mundi (1672), Hospital de la Caridad di Siviglia

 

Nel momento stesso in cui il papa neoeletto, issato sulla sedia gestatoria, viene mostrato alla folla acclamante in san Pietro, un austero cerimoniere, per ricordargli che tutte le cose terrene hanno breve durata, dà fuoco a uno stoppino in cima a una canna d’argento, esclamando: Sàcter pàter, sic transit gloria mundi, padre santo, così passa la gloria del mondo. Si racconta che Pio III, appena uscito dal conclave, vedendo al fiammella ardere si mise a piangere e ne restò talmente impressionato che, già sofferente di gotta, morì dopo dieci giorni, il 18 ottobre 1503. Gli successe Giulio II, pontefice di ben altra tempra. Anche la presa di possesso di san Giovanni in Laterano, la cattedrale del papa, culminava in emblematico gesto di umiltà. Arrivato su un cavallo ingualdrappato di raso rosso, il pontefice scendeva avvolto in un manto d’oro e andava a sedersi su un sedile di marmo, detta «sedia stercoraria», mentre i cardinali del seguito recitavano il versetto “Egli suscita dalla polvere il mendico e solleva il povero dallo sterco».

   Ogni anno giornali, radio e televisione celebrano, dando fiato a tutte le trombe, i vincitori del Premio Strega, del Giro d’Italia, del Festival di Sanremo. Sembrano personaggi destinati a fama imperitura. L’anno dopo, nove italiani su dieci, interpellati da un sondaggio demoscopico, non ne ricordano più i nomi. Sica transit

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