Quando il linguaggio si ritira, resta solo la reazione

«Senza educazione trionfa l’emozione»

L’emozione come parola-chiave del nostro impoverimento culturale

di Marcello Veneziani

Il trionfo dell’emozione non è una conquista, ma un sintomo. Nelle interviste agli artisti di Sanremo — come prima nello sport, nello spettacolo, nella comunicazione pubblica — ogni esperienza viene ridotta a una formula unica, ripetuta, automatica: “mi emoziono”. Non c’è più pensiero, non c’è giudizio, non c’è racconto. Solo uno stato d’animo elementare, immediato, biologico. Veneziani legge in questa ossessione lessicale il segno di una società che ha smesso di educare e ha scelto di reagire: l’emozione prende il posto della parola, del sentimento, della relazione, persino dell’intelligenza. Così una parola un tempo significativa — capace di nominare un’esperienza autentica — diventa inflazionata, vuota, riflesso condizionato. Senza educazione al linguaggio e al pensiero, l’emozione non eleva: domina. E nel suo dominio, tutto si appiattisce. (N.R.)


Ascoltavo in questi giorni nei tg le interviste ai cantanti e agli artisti di Sanremo e tutti, nessuno escluso, esprimevano un solo pensiero che poi un pensiero non è: sono emozionato, è un’emozione, mi sono emozionato, è emozionante. Mai neanche un sinonimo, ogni domanda aveva la stessa risposta, risaputa e come prestampata. Era come se fosse stato diramato un preciso ordine del giorno: per accedere a Sanremo la password è una sola, emozione (festival peraltro così scarso d’emozioni per gli spettatori). Ecco come una parola significativa, che fu il titolo di una memorabile canzone di Lucio Battisti, diventa trita, ritrita e rifritta.

Mi sono ricordato che anche nei Festival del passato la parola scontata per le interviste sul nulla era emozioni. E mi sono accorto che pure gli atleti delle olimpiadi ne facevano ricorso massiccio. Non è solo per conformismo imitativo, ma quella parola dice più di quanto si possa immaginare: l’unica cosa che riusciamo a trasmettere, e che riesce a metterci in relazione con gli altri, non è un pensiero e nemmeno un sentimento o un legame ma uno stato d’animo, qualcosa che somiglia a un impulso, una reazione istintiva, un flusso sanguigno (da cui il prefisso emo) che coinvolge il cuore. Siamo in una società demotivata ma emotiva, priva di idee e refrattaria alle riflessioni, ai concetti, ai legami, agli impegni duraturi, presa dal raptus del momento, l’emozione. Che è qualcosa di soggettivo, di individuale, di transitorio, che non evoca gli affetti perché è incentrata su se stessi, come vuole un’epoca autoreferenziale di narcisi scontenti e di egocentrici insaziati. Non è un caso che la comunità divenuta platea sia tenuta in piedi da eventi ad alta emotività: gare sportive, musicali, eventi spettacolari. O al più gastronomici. L’Italia è questo per noi, l’emozione che arriva nei nostri cuori come la scia bianco rosso e verde delle frecce tricolori, l’inno di Mameli e una medaglia, un podio, un trofeo, per dare corpo e simbolo al canto. Tutta un’emozione, come si addice a una comunicazione infarcita di emoticon.

Ho pensato allora al suo contrario: se l’emozione è un impulso incontrollabile che erompe per una sollecitazione esterna, quel che difetta – a noi italiani e a noi contemporanei, perlomeno occidentali – è proprio il suo contrario: un’educazione. L’educazione è una coltivazione, un processo nel tempo e un cammino. Educazione sentimentale e culturale, civica, morale e religiosa. Anche un’emozione si può trasmettere, come l’educazione. Ma l’educazione è rivolta a una relazione ed è la base di una civiltà; l’emozione è un’eruzione interna, un’esperienza soggettiva, immediata. Oggi l’educazione è negata già come parola, prima che come pratica.

Nessuno più la nomina, si preferiscono parole più neutre e più compatibili col piano tecnoscientifico, come istruzione, apprendimento, know-how, input, master, informazione e acquisizione dati. Ma educazione no, è troppo antico, troppo da suorine, da educande, o troppo coercitivo, da collegio autoritario e militaresco. Senza l’educazione arriva il suo surrogato perverso: il catechismo correct, l’ideologia della sorveglianza detta woke, l’ammaestramento ideologico, il bigottismo progressista. Così l’educazione diventa out, ma spunta la rieducazione, come nei regimi cripto-totalitari; pensate alla rieducazione forzata della famiglia nel bosco.

Ma l’educazione non è un libretto di istruzioni né un dispositivo tecnologico o ideologico, e nemmeno una frusta e uno sgabello come per ammaestrare le fiere. Ma riguarda la formazione dell’uomo da bambino e poi da ragazzo, quella che i greci chiamavano paideia; è un intreccio di stile, modi, cultura, formazione, storia, rispetto altrui e rispetto delle differenze, dei ruoli, anche delle gerarchie. Nell’educazione c’è passione e dedizione di chi educa e attenzione e gratitudine di chi viene educato; ogni educatore mentre educa insegna, cioè lascia segni ma quei segni restano anche su di lui. Educare arricchisce anche l’educatore, non solo chi viene educato.

Mentre ci pensavo mi è giunto un libro, una ricerca, di un mio vecchio amico, Mario Caligiuri, intitolato seccamente, Maleducati (ed.Koiné). Non è un pamphlet, ma un saggio sull’importanza dell’educazione e sull’esigenza di formare e selezionare educatori, prima ancora che giovani e fanciulli da educare. Le agenzie educative un tempo erano tante, dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia ai partiti, alle reti associative, alla cultura e alla stampa. Oggi sono soprattutto tre: famiglia e scuola, ma sempre meno, e mass media, sempre più. E non tramite giornali e libri, ma i-phone e video. Non maestri ma influencer, che poi non ti guidano nella formazione ma nei consumi, nei trend, nelle mode.

Il risultato finale giustifica il titolo del libro di Caligiuri: Maleducati. Anzi per essere più precisi: tanti maleducati, tantissimi ineducati. Ovvero molti educati male, che si comportano poi male; ma i più sono semplicemente lasciati allo stato brado, selvatici, un po’ barbari, nel nome di una malintesa libertà come autogestione e assenza di limiti. È inutile dire che poi tanti ineducati, lasciati a se stessi, restano in balia di agenzie di mala educazione, a cui possono accedere direttamente e illimitatamente, grazie a quella bestiolina portatile chiamata smartphone. La sequenza di questa tecnodipendenza è ben riassunta da Caligiuri: da Internet all’iPhone. Poi verrà l’AI, Chat-Gpt, e affini.

A differenza della televisione che ebbe nemici iniziali (dagli intellettuali apocalittici alle parrocchie, dai reazionari al Pci, ricorda Caligiuri) la nuova tecnologia non ha avuto soggetti collettivi e istituzionali ostili, ma solo risposte di tipo individuale. E la scuola? Tante riforme, a raffica, ma nessuna che incida sulla sostanza di questa prioritaria emergenza del paese, l’educazione, da tempo latitante. Aveva ragione il saggio e sornione Aldo Moro a proposito di riforme scolastiche: “È possibile far meglio ma è ancor più facile fare peggio”; e infatti in questi decenni le riforme sono state nel complessivo peggiorative. E ininfluenti sul destino dell’educazione. Anche perché prima delle riforme è in questione il ruolo, la qualità, la formazione dei docenti. Quel che resta, dal ’68 in poi, è ciò che Caligiuri ben definisce “facilismo amorale”, col paradosso di un appiattimento e un disconoscimento del merito che ha prodotto l’effetto opposto sul piano sociale: maggiore divaricazione tra i figli delle famiglie benestanti e quelli delle famiglie povere. E l’educazione ridotta a tema molesto e marginale, sostituito da altre parole d’ordine: inclusione, diritti civili, apertura alle diversità. Caligiuri coglie il nesso tra la crisi del sistema educativo e la crisi della politica e della partecipazione democratica: relazione evidente a dimostrazione di quanto sia centrale l’educazione in tanti ambiti.

Ma la parola d’ordine a Sanremo come nella vita è una: emozionarsi. Non i legami, gli impegni duraturi, i progetti, le speranze e la fatica di costruire, ma qualcosa di immediato e vago, soggettivo e sensoriale. Quando non sai che dire, non trovi le parole e le idee, dici: che emozione.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 27 febbraio 2026

 

 

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