Oggi ricorre il 60° anniversario dell’assassinio di John F. Kennedy

Assassinio di John Kennedy. 22 novembre 1963 a Dallas

SESSANT’ANNI DOPO DALLAS


Oggi ricorre il 60° anniversario dell’assassinio di John F. Kennedy e dunque anche il 6o° anniversario della creazione della parola complottismo da parte della Cia oltre al 60° compleanno dell’aperta migrazione delle democrazie occidentali verso progetti di oligarchia. Nella primavera del 1963, John F. Kennedy aveva accumulato un impressionante record di peccati agli occhi dei suoi sempre più accaniti oppositori nella CIA, nel Pentagono e nella comunità cubana in esilio. Aveva permesso che l’invasione della Baia dei Porci finisse in una debacle. Aveva risolto la crisi missilistica cubana all’insaputa dei suoi servizi militari e di intelligence attraverso uno scambio segreto di note con Krusciov. Allo stesso modo aveva iniziato discretamente a raggiungere un’intesa con Fidel Castro. Aveva sostituito alcuni generali con altri moderati, licenziato i principali responsabili dell’avventura della Baia dei Porci – Allen Dulles e Richard Bisell –, imposto maggiori controlli sulla condotta delle operazioni segrete. Si era anche inimicato i bianchi razzisti degli stati del sud quando usò la Guardia Nazionale per assicurarsi che James Meredith, il primo studente nero, fosse iscritto all’Università del Mississippi. Insomma, aveva troppo disobbedito al governo ombra che stava già emergendo, dove cominciavano a dettare legge – in termini letterali – le corporation e la finanziarizzazione muoveva i primi passi.

Questo non vuole essere una sorta di agiografia, perché l’uomo aveva incertezze, ripensamenti e dopotutto era estremamente condizionato dall’impero, ma Kennedy aveva compreso ciò che stava accadendo attorno al sistema militar industriale come primo ed essenziale nucleo in contrasto col governo del popolo, non ancora tanto forte da potersi emancipare dal potere pubblico, ma  abbastanza da poterlo pesantemente condizionare e quindi con la  riduzione delle imprese militari e dei relativi budget, con il tentativo di mettere un freno alla guerra fredda egli cercò di contrastare questa tendenza e di sottrarre acqua a questo mondo. Secondo le teorie da bar inizialmente supportate da alcuni storici di parte e di fatto suggerite inizialmente da Cia ed Fbi egli avrebbe iniziato la guerra del Vietnam quando invece ordinò il ritiro da Paese del Sud Est asiatico. La decisione di Kennedy di ritirarsi dal Vietnam è stata a lungo ignorata e messa in discussione che hanno descritto l’escalation della guerra da parte del successore Lyndon B. Johnson come una continuazione coerente delle politiche iniziate da JFK. Fu solo a metà degli anni ’90, attraverso i documenti pubblicati dall’ARRB e la diffusione dei nastri di Kennedy, che divenne chiaro che i piani di ritiro di Kennedy erano chiari e definitivi. Addirittura, Kennedy aveva anche raggiunto un accordo con Kruscev sulla neutralità del Laos che invece con Johnson e Nixon divenne il Paese più bombardato della terra in ogni tempo.

Del resto, il Vietnam fu la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che indusse i nemici a passare alle maniere forti. Ora quel sistema distopico che stava nascendo e che a Dallas premette il grilletto è quello che comanda, che ha già prodotto un’infinità di guerre e persino distrutto il principio di eguaglianza. Quello però che oggi è andato a sbattere violentemente contro la Russia e che sta anche rimettendoci la faccia in Medio Oriente. Nel novembre di sessant’anni dopo l’assassinio sta sperimentando l’inizio della fine.

Redazione

 

 

 

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