Il lato più disinvolto dell’amore dall’antichità greca all’età dei libertini

 

Ninfe e satiro William Adolphe Bouguereau (1873)

 

Nel mondo mediterraneo antico il concetto di sessualità al femminile ebbe un’attenzione assai differente rispetto a quella riservatale in tempi moderni. Oggigiorno i paesi di tradizioni giudaico-cristiane, così come quelli musulmani, collocano la sessualità, specie quella femminile, tra i tabù, privandola di qualsiasi accento riconducibile a esperienze di piacere e riducendola ad un atto volto alla sola procreazione, in cui la donna riveste un ruolo puramente passivo.

Tale visione ha contribuito a far percepire la sessualità al di fuori del matrimonio, specie nei paesi di tradizione cristiano-cattolica, come un atto impuro se eterosessuale, e perfino abnorme quando questo diventa omosessuale, salvo il caso della recente apertura ai matrimoni gay anche nella cattolicissima Spagna.

Il papiro erotico di Torino risalente alla XX Dinastia (1186-1069 a.C.)

Tornando indietro nel tempo vediamo, ad esempio, che la sfera dell’eros nell’antico Egitto, a fronte della scarsità di documenti iconografici significativi, ci ha però trasmesso svariati testi. Tra questi vi è il cosiddetto “papiro erotico di Torino” risalente alla XX Dinastia (1186-1069 a.C.), da Deir el-Medina, conservato attualmente al Museo Egizio del capoluogo piemontese. Questo documento, suddiviso in due parti, una satirica e l’altra erotica, descrive, nella seconda, il convegno amoroso tra un contadino barbuto ed una cortigiana, unendo la dovizia di particolari ad un notevole senso dello humour. Vi si narra dei preparativi da parte della donna che indugia nel farsi bella per l’incontro, cospargendosi di unguenti e cosmetici e indossando una parrucca decorata di fiori. Questa immagine di donna libera interprete dei costumi sessuali, dà la misura dell’emancipazione raggiunta dalla donna egiziana, di gran lunga la più libera tra le coeve del mondo antico.

Jean Léon Gérôme Frine davanti all’Areopago (1861)

Nel mondo antico il matrimonio era aperto e si poteva passare da un letto all’altro: l’importante era non dare troppo scandalo

 

IN NOME DEGLI DÈI.

Sacre, ma pur sempre prostitute, erano le ierodule, donne libere che sceglievano di prostituirsi nel tempio della dea della fertilità e dell’amore. Questa “schiavitù sacra”, praticata fin dal 2300 a.C. in

Saffo e Alceo a Mitilene, Lawrence Alma-Tadema (1881).

onore di Inanna (in Mesopotamia), Ishtar (in Babilonia) e, secoli dopo, di Afrodite (in Grecia), fruttava al tempio ingenti entrate. Incrementate dal rito di passaggio delle giovani vergini, costrette a offrirsi a Mylitta, tra le babilonesi, i proventi del loro primo rapporto con qualsiasi pellegrino di passaggio. Non si può dimenticare tìaso di Saffo, una sorta di comunità di tipo religioso fondata dalla poetessa nell’isola di Lesbo, in onore della dea Afrodite. Il tìaso della celebre poetessa era allora assai rinomato nell’educazione delle fanciulle di buona famiglia e faceva da pendant alle associazioni maschili nelle quali i fanciulli venivano istruiti alla poesia, alla musica ma anche all’atletica ed alle arti militari. La permanenza all’interno di tali comunità era una sorta di iniziazione alla vita adulta: l’educazione delle fanciulle nel tìaso era finalizzata al matrimonio, insieme al canto venivano insegnate loro la danza, la ricerca del bello, la raffinatezza e anche l’amore. Quelle fanciulle praticavano tra loro e con la stessa Saffo, l’omoerotismo e, oggi, conserviamo altissimi esempi di poesia da lei ispirati all’amore per una fanciulla di nome Attis. Come s’è detto, era un rapporto accettato serenamente e, anzi, oggetto d’incoraggiamento poichè benedetto dalle divinità e considerato come una fase propedeutica all’amore eterosessuale del matrimonio. L’omoerotismo, praticato anche nelle analoghe congregazioni di genere maschile, anche in questo caso era pienamente approvato.

Stando alla mitologia, una buona dose di sesso era contemplata anche nel mondo delle divinità pagane: nel III millennio a.C. Enki, “Signore della Terra” sumero e amatore instancabile, aveva

Europa e Zeus incarnato nel toro

affollato il paradiso terreste grazie alle sue molteplici performance. Non da meno Zeus il padre degli déi greci. Fedifrago incallito, bisessuale senza inibizioni,

si dava da fare  sull’Olimpo e sulla terra, spesso con slanci piuttosto fantasiosi che sconfinavano nella zoofilia erotica. Dopo essersi trasformato in toro bianco per rapire la principessa fenicia Europa, figlia di Agenore, re di Tiro, un’antica città fenicia. Quando Zeus arrivò a Creta la vide mentre raccoglieva fiori insieme ad altre sue coetanee vicino ad una spiaggia, e se ne innamorò. Allora il dio inventò uno dei suoi stratagemmi: ordinò al dio Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Zeus quindi prese le sembianze di un bellissimo toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta. Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di violentarla, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare la donna in un boschetto di salici o, secondo altre versioni della storia, sotto un platano.

Michelangelo Buonarroti (copia da), Leda e il cigno, 1550 ca.

Ma ce n’era per tutte. Leda, la bella moglie del re di Sparta Tindaro, era la regina di Sparta madre di Clitennestra e Elena – colei che sarebbe stata causa dello scoppio della guerra di Troia – dormiva sulle sponde di un laghetto, quando fu svegliata da un candido cigno, altri non era che Zeus per poterla possedere. Leda era stordita dal profumo d’ambrosia e dall’azione del collo dell’animale sul

Peter Paul Rubens Castore e Polluce

suo corpo. Concluso il rapporto sessuale, Zeus annunciò che dalla loro unione sarebbero nati due gemelli, i Dioscuri: Castore, grande domatore di cavalli, e Polluce, invincibile pugile. Siccome Castore era mortale e Polluce immortale, quest’ultimo voleva essere mortale per amore del fratello. Zeus, impietosito, stabilì che ognuno di essi abitasse un giorno, vivo, sull’Olimpo e il giorno dopo, morto, nell’Erebo, dandosi cosi il cambio.

Tra le più potenti rappresentazioni del Cigno che possiede Leda, va certamente annoverata quella realizzata da Michelangelo per il Duca d’Este. Il dipinto fu commissionato da Alfonso d’Este e realizzato da Michelangelo nel 1530. Quando un delegato del Duca di Ferrara giunse a ritirare l’opera, la criticò, così Michelangelo si rifiutò di consegnargliela e la diede a un proprio garzone. La tempera prese la via della Francia. Nel 1532 venne lasciata in deposito al re Francesco I, che forse l’acquistò in seguito, destinandola al castello di Fontainebleau. Le vicende successive sono incerte: forse venne fatta bruciare da un ministro di Luigi XII per motivi moralistici, oppure venne semplicemente occultata: pare che il Milizia la vide “malconcia” nel 1740, ma da allora non se ne seppe più niente.

Mosaico raffigurante Leada e il cigno dal santuario di Afrodite

Uscendo dal mito ad Atene in età classica c’erano le etère per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per i figli legittimi e per avere una custodia fedele della casa. Al vertice della considerazione sociale era posta la sposa con la quale l’uomo aveva contratto matrimonio. Lo scopo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che potessero cioè ereditare e conservare il patrimonio di famiglia. Il marito poteva nutrire grande rispetto per la sposa, in quanto madre dei suoi figli e organizzatrice dell’oìkos, la casa di famiglia, ma raramente ciò rappresentava un autentico sentimento di amore per una donna che in genere non aveva scelto di persona e che poteva non avere mai conosciuto prima delle nozze. Le concubine, “pòrnai” per usare il termine greco, erano le prostitute che, nell‘Atene di Solone, rappresentavano un vero e proprio monopolio di Stato al cui esercizio erano dedicati specifici spazi urbani. Le “etére”, infine, erano cortigiane raffinate e colte, spesso molto influenti, gradite da uomini politici e pensatori e tali caratteri contrastavano alquanto con la condizione femminile in generale, cui era negato l’accesso alla cultura e vita pubblica.

Molto spesso i miti, anche quelli più strani, ci raccontano qualcosa della vita e della realtà sociale di un popolo. Bisogna però stare attenti a non confondere il linguaggio immaginifico del mito con

Apis il toro della mitologia Egizia

la realtà di tutti i giorni: nella vita quotidiana la zoofilia non era certo pratica comune, ma costituiva una fantasia. Una fantasia realizzata in Egitto, a Menfi, dove secondo lo storico greco Erodoto poteva succedere che per evitare la sterilità, alcune donne si unissero al toro simbolo in terra di Apis, dio della fecondatrice.

In questo periodo molti culti e simboli religiosi cominciarono a circolare tra le culture umane, e tra questi uno in particolare fu oggetto di venerazione e adorazione da parte di quasi tutte le culture del Mediterraneo antico.

Si tratta del toro, considerato animale divino e sacro da quasi tutte le culture dell’antichità, e fu anche un simbolo associato alla Luna, alle costellazioni, alla fertilità, alla rinascita e persino al potere dei Re.

Le prime rappresentazioni dell’arte paleolitica e l’enigmatica venerazione del toro in Anatolia (l’attuale Turchia) influenzarono una varietà di culti sacri e religiosi che si estesero in ogni luogo del mondo antico.

Di solito si tende a pensare che il mondo pre-cristiano, per lo meno nella sfera del sesso, fosse più libero e quindi anche più felice del mondo cristiano: meno regole, meno tabù, nessun peccato da confessare a un parroco curioso o a un dio vendicativo, nessuna Chiesa ufficiale a controllare i nostri gusti o la nostra vita privata. In parte era vero, ma non bisogna dimenticare che la libertà sessuale era parte integrante di un mondo maschile e maschilista, in cui il sesso era spesso violenza e raramente fondato su un’idea di mutuo ed equilibrato piacere tra uomo e donna.

 

Festa orgiastica dei Baccanali da un dipinto di Pavel Svedomsky

In Grecia in onore di Dioniso e a Roma in onore di ecco, le feste orgiastiche avevano in comune vino, musica ipnotica e sesso di gruppo

Le fresche sposine romane del I secolo a.C., la prima notte di nozze, dovevano sedersi in presenza del marito sopra il grande fallo di legno di Priapo per propiziare la nascita di un figlio, uno dei pochi motivi, oltre alla politica, per cui in genere i Romani si sposavano. Il resto della notte trascorreva in modo abbastanza freddo e brutale: lei sdraiata supina e immobile in quella che oggi conosciamo come “posizione del missionario” o a quattro zampe nella posa “della leonessa”, mentre lui, un marito semisconosciuto e di solito molto più vecchio, faceva i propri comodi pensando solo a se stesso.

È male amare la propria moglie come fosse un’amante” sosteneva il filosofo romano Seneca. Così la pudicizia, virtù inderogabile di ogni buona matrona, avallava la tendenza maschile a sfogare le passioni più sfrenate in altri letti. Il matrimonio era tutto sommato flessibile: l’uomo poteva tradire la moglie e la moglie il marito, purché non si sapesse. Nelle famiglie più abbienti esisteva una sorta di poligamia informale: l’uomo poteva avere, oltre alla moglie, anche una compagna ufficiale, senza che la cosa destasse scandalo. Nell’antica Atene questo sistema era addirittura formalizzato.

L’imperatrice bizantina Teodora (497-548), raffigurata in un quadro del pittore francese Jean-Joseph Benjamin-Constant (1845-1902)

Alle concubine, i mariti aggiungevano anche le prostitute e le professioniste chiamate a movimentare i banchetti, vantandosi poi senza pudore delle loro prestazioni.

A Ostia, su un muro della casa di Giove e Ganimede, un anonimo maestro di raffinatezza lasciò ai posteri il suo indelebile ricordo: “Qui, in località Callinico, ho fottuto in bocca e nell’ano”.

I sederi formosi (non solo femminili) erano la passione degli antichi, lo sapeva bene la chiacchieratissima imperatrice bizantina Teodora (497-548 d.C.). moglie di Giustiniano con un passato da attrice e prostituta: secondo lo storico Procopio di Cesarea:

«Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena (Teodora faceva la ballerina), poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. […] All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini e fare la ballerina né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.

Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.

[…] Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria. Nonostante “mettesse a disposizione tutti e 3 i suoi orifizi”, lamentava la mancanza di un quarto o quinto buco»

(Procopio, Storia segreta, IX (trad. it. in Procopio, Storie Segrete, a cura di F. Conca e P. Cesaretti, Milano 1996) – Wikipedia

In barba alla pudicizia muliebre, le donne potevano stupire i loro amanti con delle posizioni che le mogli dovevano quanto meno fingere di non conoscere.

equis aversis,
Venus pendula

Tra le più praticate c’erano la Venus pendula, cioè la donna seduta a gambe larghe sull’uomo sdraiato e l’equis aversis, in cui la partner si accomodava in modo tale da mostrare il lato B all’amante; ma oltre a questi, gli antichi conoscevano una novantina di modi diversi di fare sesso, catalogati nell’Ottocento dal filosofo tedesco Friedrich Karl Forberg. Erano inclusi i symplegmata, in greco gli “intrecci”: non biscotti da colazione, ma sesso di gruppo.

L’orgia non era praticata sconosciuta agli antichi: ne abbiamo moltissime rappresentazioni su vasi, lucerne e pitture murarie. Ma è difficile dire quanto fosse diffusa. I celebri affreschi di Pompei mostrano una certa fantasia: amplessi a tre o quattro, performance acrobatiche con l’ausilio di corde e maniglie e coinvolgimento di servi e voyeur. I partecipanti usavano ogni mezzo e strumento messo loro a disposizione dalla morfologia umana: tra le posizioni più usate c’erano appiccicatissimi “trenini” a tre, con la donna capotreno e gli uomini a seguire, o degli amplessi a toast, con la donna sottiletta e gli uomini pancarré. 

 

LA CASA DEI FRATELLI VETTI

Pompei proibita

I fratelli Vetti, erano due mondani, intraprendenti scapoli, con i loro nomi inscritti sul muro esterno. I dettagli di questa casa romana sono stati ricostruiti come documento storico dal professor Concitelli, direttore degli scavi di Pompei: atri e stanze da letto, giardini, piante, panche e le stanze dell’erotismo nell’ala della servitù con numerosi falli affrescati, simbolo popolare assai diffuso a Pompei. La scena più famosa, raffigurata nell’entrata principale, è quella di Priapo che misura il suo enorme pene.

Falli incisi nelle pietre di pavimentazione stradale, come segni direzionali. Il fallo era usato contro il malocchio. Simbolizzava fertilità e ricchezza. Ma rappresentava anche le salutari abitudini sessuali dei nostri avi pompeiani. I loro alberghi e taverne erano devoti al sesso. I loro bordelli sono ancora là, i “lupanari”, nel quartiere a luci rosse perfettamente conservato, in via dei Lupanari.

Pompei un lupanare

Il Lupanare, da “lupa” che in latino significa prostituta, era il più importante dei numerosi bordelli di Pompei, l’unico costruito con questa precisa finalità. Gli altri erano infatti di una sola stanzetta, spesso ricavata al piano superiore di una bottega.

Le prostitute erano schiave, di solito greche ed orientali. Il prezzo andava dai due agli otto assi (la porzione di vino ne costava uno): ma il ricavato, trattandosi di donne senza personalità giuridica, andava al padrone od al tenutario (lenone) del bordello.

Il Lupanare è un piccolo edificio ubicato all’incrocio di due strade secondarie: esso è costituito da un piano terra e un primo piano collegati da una stretta rampa di scale. Era destinato, al piano terra, alla frequentazione di schiavi o delle classi più modeste e ciò si risente nella povertà della costruzione anche se il poco spazio è organizzato con grande razionalità.

Il piano terra presenta due ingressi, un corridoio di disimpegno e cinque stanzette con letto e capezzale in muratura, chiuse da porte di legno, mentre sul fondo è ubicato una latrina. I letti in muratura venivano coperti da un materasso. Alle pareti sono visibili quadretti dipinti, raffiguranti diverse posizioni erotiche.

Al piano superiore si accede da un ingresso indipendente e attraverso una scala che termina su un balcone pensile si accede alle diverse stanze. Queste, più ampie e con maggiore decoro erano riservate ad una clientela di rango più elevato. La costruzione dell’edificio risale agli ultimi periodi della città: in una cella l’intonaco fresco ha catturato l’impronta di una moneta del 72. All’entrata si potevano acquistare i profilattici usati poi dai clienti.

Dioniso e la danza delle menadi
Culto di Priapo

Ma se si voleva prender parte a un’orgia come si deve, la via più rapida era partecipare alle feste in onore di Dioniso (in Grecia) o di Bacco (a Roma): i due riti avevano in comune il vino, la musica ipnotica, i simboli fallici in bella vista. E, appunto, il sesso collettivo con Menadi o Baccanti seminude e uomini-satiri ubriachi. Alle sacerdotesse di Priapo, la divinità superdotata (originaria della Misia, in Asia Minore) simbolo della forza sessuale. Il culto di Priapo risale ai tempi di Alessandro Magno e fu largamente ripreso anche dai Romani, soprattutto collegato ai riti dionisiaci e alle orge dionisiache. Il suo culto era anche fortemente associato al mondo agricolo ed alla protezione delle greggi, dei pesci, delle api, degli orti. Spesso infatti, cippi di forma fallica venivano usati a delimitare gli agri di terra coltivabile. Questa tradizione è continuata nel corso dei secoli ed è resistita alla moralizzazione medievale del monachesimo. Infatti ancora oggi, possiamo trovare diversi esempi di cippi fallici in Italia, nelle campagne di Sardegna, Puglia (soprattutto nella provincia di Lecce) e Basilicata o nelle zone interne di Spagna, Grecia e Macedonia del Nord. A dire il vero, durante tali cerimonie, i maschi nemmeno servivano: ad affiancarle nei loro riti misterici notturni bastava la virtù più grossa del dio, rappresentata su simulacri di pietra di svariate dimensioni. (Wikipedia)

Insomma: le donne, potevano cavarsela da sole. Secondo uno dei tanti pettegolezzi che riguardano l’ultima regina d’Egitto, Cleopatra sarebbe stata la prima a far uso nel I secolo a.C. di una specie di vibratore ante litteram: una zucca vuota riempita di api ronzanti. Ma già cinque secoli prima, in Grecia, le donne si intrattenevano con l’olisbos (in greco olisbein significa “infilarsi, scivolare dentro”): un fallo artificiale ci circa 15 centimetri, con un’anima in legno foderata di cuoio imbottito. Ne esistevano diversi tipi, ma il meno costoso era l’olisbokollix, il dildo-grissino in pasta di pane: fai da te su misura. Il dildo più antico, riportato alla luce in una grotta della Germania, ha 28.000 anni. Si tratta di un fallo in pietra, largo 3 centimetri e lungo 20, era sepolto nella caverna di Hohle Fels: è stato ricomposto da 14 frammenti di siltite e la sua grandezza suggerisce che potrebbe essere stato usato come aiuto nel sesso… e non solo. «Oltre ad essere una rappresentazione simbolica dei genitali maschili, è stato anche a volte utilizzato per battere le selci» spiega il professor

Scoperto nella caverna di Hohle Fels, nella Germania sud-occidentale). Misura tra i 19,2 e 20 centimetri di lunghezza, e tra i 2,8 e 3 centimetri di diametro, è finemente scolpito nella pietra e rappresenta il primo fallo in pietra della storia dell’uomo sino ad ora mai ritrovato.
Olisbos

Nicholas Conard, del Dipartimento di Preistoria presso l’Università di Tubinga. Autoerotismo a parte, questi sex-toy offrivano anche libero sfogo al voyerismo maschile.

I Romani amavano “sbirciare” e ad alcune donne piaceva lo facessero. “A porte incustodite e spalancate pecchi con i tuoi amanti, ne nascondi i tuoi atti; ti fa godere di più chi sbircia che l’uomo che sta con te”, diceva in un epigramma, lo sfrontato poeta Marziale a una matrona di nome Lesbia. Svetonio, una specie di Dagospia d’epoca imperiale, era convinto che il poeta romano Orazio si fosse fatto costruire per lo stesso motivo uno speculatum cubiculum, una camera da letto ricoperta di specchi, dove “disponeva le sue prostitute in modo tale che da qualunque parte volgesse lo sguardo gli ritornasse sempre l’immagine dell’amplesso che stava conducendo”.

 

Molta più riprovazione aveva destato all’inizio del I secolo un certo Hostius Quadra, era un proprietario di schiavi romano famoso per la sua licenziosità sessuale. Fu assassinato dai suoi stessi schiavi, presumibilmente a causa dei suoi appetiti sessuali. Con i suoi specchi deformanti “nei quali un dito supera in lunghezza e in grandezza un braccio”: “Diviso fra un maschio e una femmina e con l’intero corpo abbandonato agli stupri, contemplava la scena

Cunnilingus a Pompei

abominevole”, immaginando le dimensioni che vedeva fossero reali.

Eppure, un tabù il macho romano ce l’aveva: il cunnilingus. Abituato a godere senza dare molto in cambio, mai avrebbe praticato il sesso orale alla propria donna: ne andava del suo onore. Ma i modi per sopperire non mancavano. “Vuoi sapere Pannicchio come va la tua Gellia intorno alle sottane non ha che dai castrati?”, chiedeva Marziale a un ignaro marito. “Teme la levatrice, adora i peccati”.

Gli imperatori romani Nerone, Tiberio ed Eliogabalo, ma anche Giulio Cesare e il poeta Catullo; alcuni faraonici, i sovrani macedoni e persiani. Vissute in epoche diverse, hanno in comune l’orientamento sessuale di quasi tutti i loro contemporanei: la bisessualità. I rapporti con i membri del proprio sesso non sostituivano ma precedevano e affiancavano quello con la propria moglie, salvo il raro caso della prima coppia omosessuale di cui la Storia ci abbia dato notizia: Khnumhotep e Niankhkhnum, due giovani “profeti di Ra” vissuti intorno al 2400 a.C. e ritratti sulla loro tomba mentre si sfiorarono teneramente, naso contro naso (una scena sulla Coppa Warren, forse di età romana).

Coppa (o Calice) Warren Data 5-15 d.C. Materiale Argento Dimensioni 11×9,9 cm Ubicazione British Museum, Londra
Khnumhotep e Niankhkhnum la prima coppia omosessuale dell’Antico Egitto.

Omosessuali pare fossero il faraone Pepi II (2200 a.C.), che ogni notte andava a trovare uno dei suoi generali, il sovrano macedone Filippo II e suo figlio Alessandro Magno che tra le altre ebbe una relazione con il generale e amico d’infanzia Efestione. Negli eserciti dell’antichità, i rapporti omosessuali non erano rari: nel IV secolo a.C. il tetano Gorgida mise insieme il “battaglione sacro di Tebe”, un corpo sceltissimo composto da 150 valorose coppie gay. E anche tra i Celti il sesso tra commilitoni era un modo di rafforzare lo spirito di squadra. Per i Romani, invece, il rapporto sessuale era un segno di potere: l’importante non era con chi, ma come si faceva. Il ruolo passivo spettava a donne, ragazzine e uomini di rango inferiore. 

Il concetto di pudore – inteso come il riserbo per la sfera sessuale – comportava nella Roma repubblicana, dove nel 270 a.C. vennero coniate monete con l’effige della dea Pudicizia. Ma si dissolse presto, fin quasi a scomparire, in epoca imperiale. Così come il concetto di osceno, anche quello di pudore non ha infatti nella Storia un andamento lineare: basti confrontare le spregiudicatezza dei libertini del ‘700 con i rigidi principi morali dell’epoca vittoriana, appena un secolo dopo, quando le donne erano coperte dalla testa ai piedi e non potevano nemmeno menzionare parti anatomiche che non fossero la testa o il cuore.  Il pudore vittoriano si ridimensionò nel corso del secolo scorso, riflettendosi in vistosi mutamenti dell’abbigliamento femminile. Dopo la Prima guerra mondiale, le donne si liberarono del tipico corpetto semirigido allacciato alla schiena. Nel 1914 le loro gonne si accorciarono, rivelando per la prima volta le caviglie, e dalla metà degli anni Venti anche le ginocchia, mentre profondi scolli a V mostravano l’intera schiena. A metà degli anni ’60 la rivoluzione, favorita anche dalla diffusione dei collant: l’inglese Mary Quant lanciò la minigonna, mettendo in mostra anche buona parte della coscia.

 

Immagine Pauwels Franck “L’amore nell’età dell’oro”, (1585/1589). Olio su tela.

 

 

 

 

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