Di fronte a una persona che afferma di non saper dimostrare l’esistenza di Dio, eppure ci crede per fede

G. Courbet, Uomo disperato (1843)

SI PUÒ AVERE UNO STILE DI VITA IRRAZIONALE?

«Chiunque, prima o poi, ha sperimentato un conflitto cognitivo tra ciò che sembrava corretto fare e ciò che, spinti dalle proprie pulsioni, si voleva fare. Si tratta di un conflitto tra la razionalità e l’irrazionalità, o la situazione va letta secondo differenti termini?


Di fronte a una persona che afferma di non saper dimostrare l’esistenza di Dio, eppure ci crede per fede – perché “sente” che ciò è vero –, è facile affermare che la sua credenza è irrazionale. Se un individuo sostiene che è corretto non agire con violenza nei confronti degli altri per imporsi, ma poi, nel momento del conflitto, non sa trattenere la propria rabbia, si potrebbe dire che la sua ragione è contrastata da pulsioni irrazionali.

Il termine “irrazionale” sembra sottolineare quel mondo della propria psiche non controllabile, che contrasta col razionale, con ciò che è motivato e che andrebbe perseguito. Tale concezione richiamerebbe una visione cupa dell’essere umano, come limitato, nonostante le sue buone intenzioni, da una parte del sé che non si controlla e non si comprende: semplicemente esiste e ha un’influenza – o finisce per dominare – sulle buone ragioni. Ma può davvero esistere una realtà che esuli dal mondo della ragione?***

Per capirlo, va innanzitutto chiarificato cosa si intenda con il termine irrazionale. Un’accezione può essere quella di ciò che è al di fuori della ragione in senso lato, cioè di tutto ciò che il nostro pensiero può cogliere, concepire e comprendere. Dato che ciò che attiene al nostro pensiero è tutto ciò che si percepisce – cioè la realtà che si conosce, che si palesa nel momento in cui è percepita –, l’irrazionale in tal senso si collocherebbe al di fuori della realtà da noi conoscibile. Non se ne potrebbe parlare, ne dimostrarne l’esistenza, ne sentirne l’influsso (perché già percepirlo significherebbe che, in qualche modo, rientrerebbe nel pensiero, sia percepito).

Un altro senso di irrazionale è invece quello di “non ragionevole”, cioè di “contraddittorio”. Irrazionale è allora quel modo di pensare o quel comportamento che noi percepiamo e che però vediamo come non sensato, che contraddice i dettami della ragione. In questa situazione si pongono due possibili riflessioni per comprendere questo significato:

1) L’irrazionale non ha motivazione, esiste e basta. Una persona crede in Dio o evita i gatti neri perché così è. Questo gesto provoca nell’individuo una reazione (come sentirsi rassicurati), ma la nascita di tale atto e delle conseguenze che ne scaturiscono non si spiegano secondo un’origine. Può, viene da chiedersi, sussistere una situazione non motivata e scaturita da cause passate? Può qualcosa nascere dal nulla?

2) L’irrazionale scaturisce da determinate motivazioni e cause, da cui si è sviluppata. La credenza in Dio si è, per esempio, radicata nell’individuo perché i genitori avevano la stessa fede, perché la preghiera è stata seguita più volte da eventi positivi, perché la convinzione di poter modellare il futuro verso gli esiti voluti con un supporto divino rassicura, ecc. In questo caso, l’irrazionale è comprensibile, cioè è motivato da situazioni passate che hanno portato una credenza a radicarsi nella persona.

H. Bosch, “Il concerto nell’uovo” (1561)

Se l’ipotesi due fosse vera, verrebbe a questo punto da dire: l’irrazionale ha delle motivazioni alla sua base, ma queste motivazioni sono contraddittorie. Tornerebbe il problema per cui l’individuo è comunque guidato da posizioni che cozzano con la ragione e la capacità dell’individuo di determinare positivamente il proprio agire sembrerebbe fortemente intaccata. Anche qua, però, vanno analizzate due possibilità:

1) L’irrazionale nasce, fin da principio, come qualcosa di contraddittorio: la nostra psiche è influenzata e si ancora a credenze contraddittorie, che la ragione – fin da principio – vede come illogiche.

2) L’irrazionale non nasce come tale: si presenta, inizialmente, come razionale, non contraddittorio.

Questo secondo punto sta a indicare l’ipotesi per cui, quando una credenza (o fede) nasce, essa si presenta come razionale. Ad esempio, una persona da infante ha visto i suoi genitori avere fede in Dio e vedeva nelle loro preghiere, nelle affermazioni dette dal prete in Chiesa, nell’emotività dei credenti, una logica che motivava e dava senso a quella posizione; ha visto come la religione venisse richiamata per guidarsi nell’imprevedibilità del futuro e come parenti avessero parlato di miracoli e situazioni positive a loro detta scaturiti dalla fede. Quelle motivazioni, valutate con le capacità di raziocinio del tempo, sembravano sensate. Si è così radicata una credenza, rafforzatasi con gli anni e la ripetizione degli atti religiosi, diventata a una certa così profonda da diventare inconscia, nell’accezione di non consapevole. Dopo così tanto tempo, quelle motivazioni radicate non sono più state rimesse in questione, nonostante lo sviluppo della ragione e la maturazione.

Questa posizione non negherebbe il dramma che un agire irrazionale (contraddittorio) implica sulla vita delle persone, ma sottolineerebbe che si tratterebbe pur sempre di cattiva ragione, non di pulsioni non spiegabili o rivisitabili. Neppure negherebbe le difficoltà che vi sono nel riaffrontare una credenza (una cattiva ragione) se è radicata in anni di esperienze e motivazioni passate, la cui rivalutazione critica chiederebbe un faticoso lavoro sulla propria psiche, cioè un forte dispendio di energie – significherebbe infatti rimettere in discussione il modo in cui si crede e agisce, toccando posizioni molto radicate e profonde. Tuttavia, questa posizione sottolineerebbe che, pur vivendo l’uomo nella contraddizione, non vi sono motivazioni che giustifichino una sua resa totale a ciò che non è ragionevole. Grande o minimo, c’è pur sempre uno spazio di manovra per risolvere le proprie contraddizioni.

Francesco Pietrobelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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