Quante volte è capitato che ci interessasse per davvero il benessere di una persona?

 

Illustrazione di Steve Cutts

SÌ SÌ, TUTTO BENE


Come mai anche quando stiamo male tendiamo a rassicurare il nostro interlocutore negando la realtà?

Probabilmente la frase “sì sì tutto bene” rappresenta la maschera che indossiamo e che ci fa sentire sicuri e protetti. È molto più facile mostrarsi sempre felici, sorridenti e sicuri di noi stessi in un mondo in cui a nessuno importa di come stiamo realmente.

La verità è che stroncare la conversazione con un “sì sì, tutto bene” ci evita la fatica di dover spiegare il motivo del nostro malessere e condividere i nostri disagi con gli altri. D’altronde non tutti sono bravi ad ascoltare, non posso mai sapere se la persona con cui sto sfogando i miei dispiaceri è veramente interessata a ciò che ho da dire; c’è sempre il rischio che abbia chiesto come mi sento solo per educazione e che abbia fatto una semplice domanda di circostanza aspettandosi e sperando in un “sì sì, tutto bene”.

Quante volte è capitato che ci interessasse per davvero il benessere di una persona? 

Poche, pochissime volte abbiamo pronunciato questa domanda sperando in una risposta vera e non nel solito “sì sì, tutto bene”, frase così banale e scontata che non è e non sarà mai all’altezza di rappresentare il nostro stato d’animo.

“Sì sì, tutto bene” cosa vuol dire?

È soltanto una scusa per schivare conversazioni scomode, per liquidare educatamente qualcuno o semplicemente per non mostrarsi vulnerabili di fronte a colui che voleva soltanto essere carino. La conseguenza peggiore del rispondere in modo completo e onesto a questa domanda è lo sguardo di colui che abbiamo davanti.

Quegli occhi che dicono: “oddio, ma perché gliel’ho chiesto?”; quegli occhi che non sanno cosa dire, ma si affrettano a comporre uno straccio di risposta per non risultare disinteressati o maleducati; quegli occhi che non ti vedono più come una persona, ma come una vittima e si sentono quasi obbligati a fare qualcosa per aiutare.

Davanti a te rimane solo una sagoma imbarazzata e pietrificata che inizia a rivolgersi a te con un rispetto esageratamente fastidioso e una compassione tale da farlo dubitare di ogni cosa che dice per paura di toccare un tasto dolente o provocare una reazione negativa e disperata.

Con quegli occhi dolci mortificati e la voce estremamente seria pronuncia qualche formuletta come, ad esempio, “se hai bisogno ci sono…chiama!”, cercando ossessivamente di cambiare discorso facendoti sentire quasi in colpa per aver dato ad “un’innocente” un peso del genere. Ciò però non dipende dal disinteressamento degli altri nei nostri confronti, non è una cosa che si decide di fare, non è un comportamento volontario. Non è egoismo, non è sgarbatezza, ma solo distrazione. Esattamente come quando, durante le presentazioni, un completo sconosciuto ti dice il suo nome e tu, tempo due secondi, l’hai già dimenticato. 

Edward Hopper, “Morning sun” (1952)

In una routine formata da mille impegni e azioni automatiche, diamo per scontato che fermarsi a riflettere su ciò che ci sta succedendo, su come stiamo e su come possano sentirsi le persone che ci circondano è fondamentale. 

Ed ecco che ormai risulta naturale e spontaneo rispondere con frasi fatte, inutili e scontate certo, ma indispensabili per risparmiarsi sguardi di pietà e per continuare a passare inosservati e vivere tranquilli, anche se nella menzogna e nella solitudine.

Anche quando magari la voglia di sfogarci e parlare di noi stessi e dei nostri sentimenti è immensa, persiste il dubbio di non avere davanti la persona adatta che abbia voglia di ascoltare in silenzio il nostro monologo incentrato sulle disgrazie e sulle delusioni. Temiamo di risultare pesanti, di parlare troppo o addirittura di essere egocentrici a tal punto di avere bisogno di attirare l’attenzione a tutti i costi.

Le parole hanno un peso e bisogna fare attenzione a come vengono usate, ma ogni tanto fa bene anche tirare fuori ogni emozione, ogni opinione, qualsiasi cosa ci passi per la testa. Rispondere ad un “come stai?” con un “grazie sto di merda” pur non avendo un motivo valido che ci permetta di dirlo, ma semplicemente perché ci siamo svegliati con la luna storta, un gatto nero ci ha attraversato la strada o al supermercato erano finite le gocciole extradark.

“Ciao come stai?”:

una domanda talmente ordinaria, istintiva e convenzionale, minimizzata nella maggior parte dei casi da chiunque, ma che lascia trasparire un significato e un’importanza enorme.

Domanda a cui tanti sfuggono per paura o pigrizia; un po’ come quando, tornato da scuola, tua mamma ti chiedeva come era andata e cosa avevi fatto. Inutile dire che le risposte più gettonate erano “tutto bene” e “niente”.  

Marta Pistorello

 

 

Fonte: Gazzettaosofica del 10 maggio 2022

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