Quando la coperta è corta, puoi tirarla finché vuoi ma qualche parte rimarrà comunque scoperta

SMARTWORKING CONTRO IL CARO ENERGIA?»

21MILA ATTIVITÀ A RISCHIO CHIUSURA


Quando la coperta è corta, puoi tirarla finché vuoi ma qualche parte rimarrà comunque scoperta. Ma un governo, soprattutto se si autodefinisse “governo dei Migliori” dovrebbe essere in grado di decidere chi coprire e chi no. Invece, di fronte alla prospettiva dello smartworking strutturale, si preferisce far finta di niente. Con il rischio di dover raccogliere successivamente i cocci e tanta rabbia.

Il Sole 24 Ore ha provato a fare una valutazione degli effetti di un ricorso strutturale al lavoro da casa. Partendo dagli evidenti risparmi per le aziende. Pari, secondo il quotidiano di Confindustria, a 12,5 miliardi di euro ogni anno. Mica poco. Si ridurrebbe la spesa per l’affitto o l’acquisto di una sede, o comunque ne servirebbe una più piccola; crollo della spesa per luce e riscaldamento, e vista la situazione e le prospettive il risparmio sarebbe notevole; si risparmierebbe su spostamenti, trasporti.

Quanto ai lavoratori, sarebbero 4,9 milioni a non spostarsi più da casa. Soprattutto nelle grandi città, dove il 45% delle attività possono essere svolte in remoto, a fronte del 20% nei piccoli centri. Con un milione di persone in meno che utilizzerebbero i mezzi pubblici.

Sino a qui è tutto chiaro. I dubbi iniziano a fronte delle spese che, secondo il Sole, i lavoratori in Smart dovrebbero affrontare. Perché i costi delle tecnologie per lavorare vengono considerati a carico del dipendente. Va bene che si devono fare gli interessi del padrone, però che i computer ed i collegamenti debba pagarli il lavoratore non è proprio così scontato. Comunque, le minori spese riguarderebbero anche l’abbigliamento (comprensibile) e la cura della persona (probabile, ma per nulla condivisibile, soprattutto da parte dei famigliari). Ovviamente aumenterebbe la spesa per l’alimentazione, ma solo perché i pasti attualmente consumati in mensa, al bar o in trattoria sono conteggiati sotto altre voci. In crescita anche le bollette (la luce ed il riscaldamento, se si lavora in casa) mentre si ridurrebbero drasticamente le spese per i trasporti, pubblici e privati. Nel complesso 9,8 miliardi di spesa in meno.

Ma se qualcuno spende meno, qualcun altro incassa meno. L’abitudine a stare per lavorare in casa spinge molti a restare tra le mura domestiche anche dopo il lavoro. Se poi si aggiunge il terrorismo mediatico per qualsiasi ragione, si capisce perché siano crollate le presenze al cinema. A differenza di ciò che è successo negli altri Paesi europei. A rischiare di più sarebbero i locali pubblici, bar e ristoranti. Che perderebbero gli incassi della pausa pranzo e non li recupererebbero la sera con la clientela che riesce a superare la pigrizia del divano e della tv.

Risultato? 21mila attività chiuse e 93mila posti di lavoro in meno. A prescindere dalla qualità di un lavoro senza scambi di esperienze, di proposte, di idee. Perché parlarsi e confrontarsi di persona è diverso da un collegamento sul pc, sul tablet o lo smartphone.

È evidente che un governo anche solo decente dovrebbe decidere la direzione verso cui procedere. Preparando interventi a favore di chi verrebbe sfavorito dalle scelte. Invece, pur di evitare polemiche e proteste, si lascia che tutto proceda a casaccio. Con il rischio di ritrovarsi a pagare per le chiusure delle attività senza neppure i risparmi possibili negli altri settori.

Augusto Grandi

 

 

 

Fonte: ElectoMagazine del 25 maggio 20222

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