Memoria, tecnologia e società

Dissoluzione digitale di identità umana

«Sociologia della morte digitale? tra identità, memoria e algoritmi»

Quando i dati sopravvivono all’uomo.

di Gabriele Sorrentino

Che cosa accade alla nostra identità dopo la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Partendo dalle più recenti ricerche sulla memoria digitale, Gabriele Sorrentino esplora il fenomeno degli avatar postumi e delle nuove tecnologie capaci di ricostruire personalità scomparse. Un’analisi sociologica che interroga il rapporto tra memoria, algoritmi e identità, aprendo una riflessione sulle trasformazioni culturali ed etiche dell’era digitale. (N.R.)


Secondo uno studio condotto dall’Oxford Internet Institute (Kasket, 2019), entro il 2070 il numero dei profili Facebook appartenenti a persone decedute potrebbe superare quello degli utenti viventi, trasformando radicalmente la funzione originaria dei social network. In questo scenario, l’“aldilà digitale” non rappresenta più una marginalità tecnologica, ma una nuova economia della memoria, in cui i dati postumi costituiscono una risorsa strategica per industrie emergenti. Aziende come Microsoft, Open AI e startup specializzate stanno investendo nello sviluppo di intelligenze artificiali memoriali, capaci di ricostruire personalità digitali defunte sulla base dei loro dati testuali, vocali e visivi, dando vita a veri e propri avatar conversazionali post-mortem. Oggi, dunque, affrontiamo insieme un discorso relativo a un argomento molto affascinante che potremmo definire Sociologia della morte digitale.

Indice

  • Dilemmi del cyber-aldilà per la Sociologia della morte digitale
  • Sociologia della morte digitale e simulacri postumi
  • Tanatologia digitale e cimiteri virtuali
  • Memorie distribuite e algoritmi del ricordo
  • Sociologia della morte digitale: fantasmi tra le piattaforme?
  • Per una tanatopolitica degli ambienti digitali
  • Riferimenti

Dilemmi del cyber-aldilà per la Sociologia della morte digitale

Queste tecnologie sollevano questioni bioetiche e giuridiche complesse: a chi appartengono le identità digitali dopo la morte? I dati del defunto sono una proprietà personale da tutelare, oppure diventano patrimonio degli eredi? È legittimo il diritto alla privacy postuma, o si configura un diritto dei familiari ad accedere e interagire con tali informazioni, anche in ottica terapeutica? L’uso algoritmico del defunto come “soggetto interattivo” mette in crisi le categorie classiche della tanatologia, interferendo con le fasi del lutto, dell’elaborazione della perdita e con la distinzione tra presenza e assenza.

Sociologia della morte digitale e simulacri postumi

In un contesto in cui app già disponibili permettono conversazioni simulate con figure storiche attraverso intelligenze artificiali generative, si prefigura un orizzonte in cui sarà possibile dialogare con versioni digitali di familiari scomparsi. Questo processo, da un lato, apre possibilità inedite di elaborazione antropologica della morte; dall’altro, introduce rischi di derealizzazione e di dipendenza affettiva nei confronti di simulacri computazionali, ridefinendo i confini tra la vita, la memoria e la tecnologia. Le scienze sociali, in particolare la sociologia della tecnica e la tanatologia digitale, sono oggi chiamate ad analizzare criticamente le implicazioni di questa nuova tanatopolitica algoritmica, in cui le piattaforme diventano gestori, produttori e persino co-autori della nostra permanenza postuma.

Tanatologia digitale e cimiteri virtuali

L’ambiente digitale ha trasformato radicalmente i modi in cui la società contemporanea affronta la morte. Se in passato il lutto era inscritto in una cornice fortemente ritualizzata – spesso collettiva, codificata e delimitata da tempo e spazio – oggi le piattaforme digitali agiscono come estensioni postume dell’identità individuale, rimodellando il processo di commiato. La tanatologia digitale – campo di studi di cui Davide Sisto, assegnista di ricerca presso l’Università di Trieste, è uno dei principali fautori in Italia – evidenzia come i social network diventino spazi di ritualizzazione alternativa: bacheche di utenti deceduti restano attive, i messaggi di cordoglio si accumulano sotto i post fissati in cima, e nuove forme di presenza simbolica emergono nella permanenza algoritmica del defunto. Lì dove le comunità analogiche non bastano più, si attivano forme partecipative di lutto che si articolano nell’interfaccia stessa delle piattaforme.

Memorie distribuite e algoritmi del ricordo

I dati digitali prodotti in vita diventano tracce mnestiche permanenti, spesso non soggette a controllo diretto da parte degli eredi o dei familiari. Queste “memorie distribuite” sono gestite da logiche algoritmiche che selezionano, ripropongono e talvolta distorcono le immagini pubbliche dei defunti. Funzionalità come i “ricordi” di Facebook, o gli archivi automatici di Instagram e Google, partecipano attivamente a un processo di commemorazione seriale e automatica, che non sempre coincide con il vissuto emotivo degli utenti. La tanatologia digitale permette di leggere queste dinamiche come forme nuove di agency postuma, dove il soggetto continua ad “agire” nella sfera pubblica anche dopo la morte, attraverso contenuti riproposti e ricontestualizzati da macchine.

Sociologia della morte digitale: fantasmi tra le piattaforme?

In ambito antropologico, la morte non rappresenta mai una semplice interruzione biologica, ma un processo culturale che continua nel tempo attraverso pratiche simboliche e dispositivi collettivi di memoria. Nell’ecosistema digitale contemporaneo, questa continuità si manifesta in forme di spettralità sociale, in cui il defunto, pur non essendo più vivo, permane come entità operante nelle interazioni quotidiane degli utenti. I profili memoriali su Facebook, i video TikTok commentati mesi dopo la scomparsa, o le immagini del defunto impiegate in remix su Instagram o YouTube, sono esempi concreti di una presenza sociale postuma che sfida la linearità del tempo e la tradizionale elaborazione del lutto.

In linea con le riflessioni di Daniel Miller (2012) sull’uso domestico delle tecnologie, si osserva anche un’intimità residuale nelle pratiche degli utenti che continuano a inviare messaggi su WhatsApp a parenti defunti: gesti quotidiani che mantengono viva una relazione attraverso l’interfaccia, traducendo la mancanza in interazione simulata. Tali fenomeni ridefiniscono la soglia tra assenza e presenza, configurando quella che Davide Sisto (2018) chiama una “sopravvivenza algoritmica”, in cui la piattaforma è luogo rituale e agente commemorativo. La tanatologia digitale consente di riconoscere come la morte diventi così un nodo semantico e performativo all’interno della cultura della piattaforma, dove il morto non è assente, ma “attivamente ricordato”, riutilizzato, citato e in certi casi persino monetizzato.

Per una tanatopolitica degli ambienti digitali

In definitiva, la morte nell’epoca della piattaformizzazione digitale solleva questioni etiche, giuridiche e simboliche inedite. Chi ha diritto di decidere della memoria di un defunto? Come si tutelano le identità digitali postume? Che ruolo hanno le aziende tecnologiche nella gestione del lutto? La tanatologia digitale fornisce uno strumento critico per indagare non solo la morte come fatto sociale totale, ma anche il modo in cui le tecnologie contemporanee ne rinegoziano il senso, prolungandone gli effetti nello spazio pubblico e inscrivendola dentro nuove grammatiche di senso.

Gabriele Sorrentino

 

 

 

Riferimenti

  • Brubaker, J. R., Hayes, G. R., & Dourish, P. (2013). Beyond the Grave: Facebook as a Site for the Expansion of Death and Mourning. The Information Society, 29(3), 152–163. https://doi.org/10.1080/01972243.2013.777300
  • Floridi, L. (2014). The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality. Oxford University Press.
  • Kasket, E. (2019). All the Ghosts in the Machine: Illusions of Immortality in the Digital Age. Robinson.
  • Sisto, D. (2018). La morte si fa social: Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale. Bollati Boringhieri.
  • Walter, T. (2015). New mourners, old mourners: Online memorial culture as a chapter in the history of mourning. New Review of Hypermedia and Multimedia, 21(1-2), 10-24. https://doi.org/10.1080/13614568.2014.983555

 

 

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