Bisogna arrivare all’Ottocento, il secolo che vede la nascita della borghesia e la fioritura del romanzo, perché il denaro entri da protagonista nell’immaginario e dunque nella narrativa.

 

Lo sterco del diavolo è il titolo di un fortunato saggio di Jacques Le Goff: nell’iconografia medievale, il simbolo del denaro è rappresentato dalla borsa appesa al collo di un riccone, che sta per sprofondare nell’Inferno. A quel tempo, come scrive Le Goff, “la Carità contava più del Mercato”. La società cristiana ripudiava la ricchezza.

Honoré de Balzac.

Bisogna arrivare all’Ottocento, il secolo che vede la nascita della borghesia e la fioritura del romanzo, perché il denaro entri da protagonista nell’immaginario e dunque nella narrativa. Dickens, eccelso narratore di ingiustizie e alti e bassi delle fortune, divenne molto ricco grazie alle altissime tirature dei suoi libri. Due secoli fa, così come oggi, la descrizione delle traversie dei poveri era la chiave per avere successo presso i lettori. Quanto ai soldi, erano la monomania di tutti personaggi della Commedia umana di Balzac, e questo perché, di fatto, erano la monomania di Balzac stesso, un uomo perennemente perseguitato dai debiti, che spendeva in “futilità necessarie” più di quanto guadagnasse.

Ma arriviamo al rapporto col denaro del Novecento: è una catastrofe, soprattutto in Europa. La nuova religione, che è la psicoanalisi, le ideologie e in particolare il comunismo, le radici cattoliche del sud Europa producono soprattutto una narrativa incentrata su psicologismi e denaro visto come prodotto del malaffare: criminalità, abusivismo edilizio, sfruttamento predatorio. Il secolo si era aperto con uno degli ultimi romanzi che ruotavano attorno al denaro (come perderlo, più che come produrlo): I Buddenbrook di Thomas Mann, che narra la decadenza di un’agiata famiglia della borghesia mercantile, nell’arco di quattro generazioni. Invece, Proust, Joyce, Kafka, la Woolf non parlano quasi mai di soldi, e sempre in modo indiretto. Superato il realismo, il verismo e il naturalismo ottocentesco, la psiche diventa il centro del mondo, l’uomo che si fa Dio, mentre l’homo oeconomicus entra in latenza narrativa. Gli scrittori rinunciano a descrivere la complessa realtà socioeconomica e si buttano sull’interiorità. Nella gran parte dei romanzi la carica erotica del denaro è assente.

Per trovare una gustosa (però angosciante) rappresentazione del lavoro e dello stato dell’economia bisogna ricorrere a Celine, che negli anni Trenta pubblica Viaggio al termine della notte e Morte a credito.

In Italia, nel 1960, Alberto Moravia descrive il Dino protagonista di La noia come portatore del pensiero quasi ossessivo “che vi fosse un nesso indubitabile benché oscuro tra la noia e il denaro”. Luciano Bianciardi, in La vita agra, descrive il miracolo economico di Milano con aspetti grotteschi e detestabili, quale generatore di alienazione. Nel 1964, Il male oscuro di Giuseppe Berto narra con magnifici dettagli l’arrabattarsi di uno sceneggiatore perennemente senza soldi, vessato da produttori cinematografici descritti con toni così tragicomici che ti chiedi come abbia fatto il cinema italiano a vivere una stagione d’oro. In I divini mondani (siamo al ’68), Ottiero Ottieri mette alla berlina le classi agiate, ossia aristocratici, industriali e professionisti, e tutta questa scemenza collettiva è magistralmente rappresentata da Orazio, proprietario di una fabbrica di sanitari, proteso a introdurre il bidé nel mercato anglosassone.  Nel 1984, con toni ancora più vibranti e risultati altrettanto comici, Thomas Bernhard nel suo A colpi d’ascia fa come Ottieri: è a colpi d’ascia che il protagonista vorrebbe far fuori l’atroce buona società viennese.

James Ellroy.

In America, però, la musica è diversa. La grande letteratura ebraica produce senza vergognarsi descrizioni di fortune e sfortune e di lavoratori indigenti che sognano la ricchezza. I protagonisti di Il dono di Humboldt di Saul Bellow (1975) sono tutto il tempo alle prese col tema dei soldi, e quale scrittore italiano avrebbe mai raccontato, con simile toccante compartecipazione, l’orgoglio di Citrine che riesce a comprarsi una costosissima giacca di Lanvin? Del resto, se leggiamo le biografie degli scrittori americani sono quasi tutte una sorta di esistenza rocambolesca che passa dalla condizione di hobo a quella di lavapiatti, poi bracciante agricolo, poi agente di commercio e, solo alla fine, scrittore. Mentre le biografie degli autori europei, e in particolare le italiane, ci parlano di professori e, al limite, di giornalisti. Sono tutti intellettuali. Da noi non sarebbe stato concepibile uno scrittore come James Ellroy, che in un’intervista televisiva si raccontava così: “Nella mia vita mi sono concentrato su poche cose e da queste sono riuscito a trarre profitto. Sono molto bravo a trasformare la merda in oro”.

Nell’ultima parte del Novecento, a cavallo del Duemila, i soldi tornano finalmente a essere un tema della letteratura europea e anche della vita privata degli scrittori. Nel 1995 Martin Amis cambia agente per il suo romanzo L’informazione. Dalla poco aggressiva moglie dell’amico (poi ex amico) scrittore Julian

Martin Amis.

Barnes, al cosiddetto “squalo” Andrew Wylie, agente americano che gli fa ottenere un anticipo strepitoso, quantomeno per un autore letterario inglese: un miliardo e duecentocinquanta milioni, al cambio della lira del tempo. Accusato di avidità da tutto l’establishment intellettuale inglese, spende con gioia una cinquantina di milioni per rifarsi i denti.

In Italia, diversi autori infrangono la cappa della narrativa di professori o scrittori che parlano di professori e scrittori. È un ritorno alla realtà (e anche alla trama). Nel 1989 Paolo Volponi, forte della sua esperienza all’Olivetti e alla Fiat, descrive in Le mosche del capitale la storia di un dirigente industriale, che finalmente non è un cattivo né un annoiato. Nel 1991, Gaetano Cappelli tratteggia in Mestieri sentimentali una serie di storie d’amore nate in diversi luoghi di lavoro, il tutto in un sud felicemente aggredito dalla modernità e del tutto inedito (niente mafie né disgrazie e miserie). Nel 2006, il pratese Edoardo Nesi, forse il primo scrittore italiano portatore di un’esperienza diretta di industriale manifatturiero, inaugura con L’età dell’oro una saga della ricchezza arrembante ma non malfattrice, e descrive con malinconia il benessere dovuto al miracolo economico del tessile, poi spazzato via dal globalismo dislocatorio del nuovo secolo. Contemporaneamente, Michela Murgia, con Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria fotografa le difficoltà del lavoro contemporaneo, alle soglie della Grande Crisi. Nicola Lagioia torna invece alla ricchezza come forma del male. Nel 2015, La ferocia vince lo Strega, con la descrizione dei loschi e spietati traffici di un costruttore barese. Ed eccoci al 2019. Il francese Michel Houellebeq, lo scrittore europeo più abile nel descrivere scenari socioeconomici, esce con Serotonina, romanzo concepito durante i tre anni precedenti. La pubblicazione coincide con l’esplodere della rivolta dei gilet gialli, che Houellebecq, come un veggente, riesce a prevedere.

Camilla Baresani

 

 

 

Immagine:  Marinus van Reymerswaele  Gli esattori delle tasse (1530-1535 ca.), Museo Reale di Belle Arti di Anversa.

Fonte: Camilla Baresani/Corriere della Sera

Camilla Baresani/Sito Ufficiale

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2 Commenti

  1. Francesca Rita Rombolà

    2 Ottobre 2019 a 14:23

    Articolo interessante davvero. Complimenti all’autrice Camilla Baresani. Potrei avere un contatto con lei per una conversazione- intervista per il blog poesiaeletteratura.it per il quale scrivo?
    Grazie

    rispondere

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