Hai sempre pensato di essere la migliore delle due. La sorella che ce l’ha fatta. E se ti fossi sbagliata? Se fossi tu quella marcia?

Alafair Burke autrice di successo di thriller, avvocato penalista, professore universitario e commentatore legale, vanta tra i suoi estimatori scrittori del calibro di Michael Connelly e Dennis Leane. La Burke afferma che i suoi libri nascono quasi sempre dai casi giudiziari che ha seguito personalmente o che l’hanno in qualche modo colpita.

In questa ultima fatica letteraria, sempre edita da Piemme, sono analizzati complessi rapporti familiari, apparenze levigate e scintillanti e realtà ruvide ai confini con la psicopatologia.

Due sorelle, due modi di vedere la vita: Chloe, studiosa e determinata e Nick, fantasiosa ed irriverente, insofferente alle regole, che sposa un brillante avvocato e da lui ha un figlio. Il matrimonio non funziona, Nick sembra cadere sempre più nel baratro dell’alcool e Adam, il marito, la lascia; poi, in contrasto con il perbenismo della buona società, trova conforto e amore nell’altra sorella, in Chloe appunto, ottenendo persino l’affido esclusivo del figlio.

Ma la vita perfetta di Chloe, direttrice di un’importante rivista di moda, collocata nei piani alti dell’élite newyorkese, amata e venerata dal marito, socio di un prestigioso studio, col quale ha cresciuto il figlio della sorella amandolo come suo, si incrina in modo irreparabile e continuo in una partita a domino col destino.

Il vortice di avvenimenti che coinvolgono le due sorelle è inarrestabile, e i tanti troppi nodi irrisolti vengono al pettine, niente è come sembra e il finale, imprevedibile, lascia il lettore col desiderio di saperne di più, con la voglia di trasferirsi in quell’appartamento di N.Y. per continuare a seguire queste donne che ci hanno fatto ridere, piangere, riflettere.

Alafair Burke in questo romanzo riesce a coniugare vizi privati e pubbliche virtù, riesce a far passare i buoni per cattivi e viceversa, con un occhio ai problemi delle donne che lavorano -il movimento #metoo è spesso citato- ed un occhio ai problemi che affliggono l’alta finanza, corruzione e connivenze non proprio immacolate.

E se l’aria pura che vorremmo respirare si trovasse proprio dove non penseremmo mai di cercarla?

 

La trama del romanzo.

 

Chloe Anna Taylor è una donna che sembra avere tutto. Giornalista, è riuscita in un tempo relativamente breve ad affermarsi e a diventare la direttrice di Eve, osannato magazine femminile e femminista.

Ha forse dovuto sacrificare la sua vita privata per avere tutto ciò?

No, a Chloe è riuscita la magia perfetta: trovare un uomo bello e ricco che la ama, Adam. Certo, la strada per la felicità domestica è stata leggermente più impervia di quella che l’ha portata ad avere la sua incredibile carriera. Adam, infatti, in passato è stato sposato con la sorella di Chloe, Nicky, dalla quale l’uomo ha avuto anche un figlio, Ethan.

Ma quella che potrebbe sembrare una terribile macchia nel passato di chiunque, non è in realtà che una briciola nella vita costellata di successi di Chloe. Del resto sua sorella Nicky non era forse la sregolata delle due, quella sempre piena di problemi e assolutamente incapace di gestire un matrimonio e di essere una buona madre?

A questa convinzione Chloe si è aggrappata per anni ed ha finito per credere, del resto i fatti erano dalla sua parte, di essere la sorella buona, mentre Nicky è solo il lato oscuro del duo.

Alla vigilia di quello che dovrebbe essere il suo più grande successo, la consegna di un importante premio giornalistico per un’nchiesta capace di aumentare esponenzialmente l’impatto della campagna #MeToo, Chloe è destinata a scoprire che le cose non sono affatto come le ha immaginate.

Adam, il marito perfetto, l’amante ideale, l’uomo che sembra incapace di invecchiare, viene trovato morto, aprendo un inquietante squarcio sulla reale natura di coloro che Chloe ha sempre ritenuto le colonne della sua vita: suo marito, appunto, e il suo figliastro Ethan.

Doversi confrontare con il proprio passato è come aprire il vaso di Pandora, ma Chloe non ha scelta e, prima che sia troppo tardi, deve sciogliere i dubbi che ha sulle persone che la circondano, a cominciare da Nicky che, forse, è stata troppo facilmente etichettata come la “sorella cattiva”.

In un continuo susseguirsi di eventi e colpi di scena, Sorelle sbagliate trascina il lettore fino all’ultima pagina e una volta chiuso non si può fare a meno di sperare che Alafair Burke torni presto, molto presto, a mettere mano alla penna (o più verosimilmente alla tastiera del pc!).

 

Come inizia. 

 

Quattordici anni prima

 

Ho tradito mia sorella sulla scalinata d’accesso del Metropolitan Museum of Art, mentre indossavo un abito di Versace con le perline (preso in prestito) e un paio di décolleté tacco dodici (che non avrei più messo).

   All’epoca non sarei mai riuscita ad aggiudicarmi un invito – o a pagarmi il biglietto – per il Met Gala. Ero ospite del mio capo, Catherine Lancaster, direttrice della rivista «City Woman». Anzi, per la precisione, Catherine non era nemmeno il mio capo. Era il capo del mio capo. E per qualche motivo aveva deciso di invitarmi personalmente.

   Be’, non proprio personalmente… Era stata la sua assistente a recapitarmi il messaggio alla scrivania, e per fortuna, perché la mia prima reazione era stata una risata. E non una risata normale, ma una specie di grugnito. Già allora il cosiddetto “evento dell’anno” era un tripudio di paparazzi, una passerella di celebrità, un inno al mondo della moda. La sola idea che io – il topo di biblioteca appena approdato in redazione – potessi ritrovarmi insieme a delle rockstar, a vincitori di premi Oscar e supermodelle, era semplicemente ridicola. Ecco spiegata la mia risata-grugnito.

   L’assistente non si sforzò di nascondere il suo disappunto e alzò platealmente gli occhi al cielo, ma corsi ai ripari assicurandole che ero onorata di accettare l’invito. Poi, dopo una rapida occhiata alle foto dell’edizione precedente che avevo trovato negli archivi della rivista, supplicai la mia amica Kate, che lavorava da «Cosmopolitan», di procurarmi un abito adatto all’occasione. Lo avrei preso in prestito. Fingi di essere ciò che non sei, e alla fine lo diventerai. Funziona così, no?

   Kate era tutta eccitata quando mi consegnò il porta-abiti. «È di Versace. E ha le tasche!»  

   Catherine si offrì persino di farmi passare a prendere a casa dal suo autista prima dell’evento. Se fosse stata un uomo, forse avrei avuto paura di essermi messa in una situazione spiacevole, invece mi sentivo come Cenerentola che si prepara per andare al ballo. Mi fidavo di lei perché era una donna.

   Non mi sbagliavo. Lo capii quando la macchina si fermò davanti alla sua casa nell’Upper East Side e lei mi raggiunse sul sedile posteriore. Mi disse che mi aveva invitata perché era rimasta colpita dal breve pezzo che avevo scritto sugli eventi Take Back the Night nei campus universitari. L’articolo principale parlava di due giovani attrici gemelle, famose sin da bambine, che avevano da poco cominciato a frequentare il college, la New York University. E io, quando avevo scoperto che una delle ragazze partecipava attivamente all’organizzazione dell’evento annuale della NYU in favore delle vittime di abusi sessuali, avevo proposto alla rivista di approfondire l’argomento.

   Catherine mi aveva fatto i complimenti per il mio “istinto” dicendomi che il consiglio migliore che poteva darmi era di seguirlo sempre. I tempi stavano cambiando. «La gente è convinta che guardiamo Sex and the City per i vestiti e le battute sull’orgasmo, ma in realtà è tutto femminismo travestito da commedia. L’onda sta crescendo. È soltanto questione di tempo, vedrai, la diga cederà e saranno le donne come te a raccontarlo.»

   Molto meglio di Cenerentola. In fondo lei era tornata dalla sua serata con un principe, mentre io, se tutto fosse andato bene, avrei avuto una carriera.

   Al nostro arrivo, nemmeno Catherine riuscì a guadagnare le attenzioni dei paparazzi che scattavano senza sosta sui gradini d’ingresso. Una volta dentro, però, una voce gridò: «Ehi, Catherine, tempismo perfetto. Possiamo farti qualche domanda?».

   Lei balzò al suo posto davanti allo sfondo per le fotografie ufficiali dell’evento e mi consegnò la sua borsetta, sussurrandomi un «Grazie, puoi cercare il bar?», prima dilasciarmi sola. Era una pochette paillettata rotonda, con il simbolo di Venere che «City Woman» usava come «o» nel nome del giornale in copertina. Un bell’accessorio per la serata, ma mi concessi un fremito d’orgoglio perché le tasche del mio vestito preso in prestito erano abbastanza grandi da ospitare un rossetto, dei contanti e il mio cellulare aziendale. Non avevo bisogno di borse.

   Trovai il bar, come mi era stato ordinato, e solo a quel punto mi resi conto che non avevo idea di cosa ordinare per Catherine. Mi ispirai al suo accenno a Sex and the Citye chiesi due Cosmopolitan. Strinsi la pochette fra il fianco e il gomito, e raggiunsi vacillando l’area stampa. Quando Catherine riuscì finalmente a liberarsi dal servizio fotografico, io avevo già finito il mio drink ed ero pronta a porgerle il suo. Mi raggiunse e prese il bicchiere, ma mi lasciò la borsa.

   «Catherine…» Sollevai la pochette paillettata.

   Lei stava abbracciando uno stilista.

   «Ti serve…»

   Poi il sindaco.

   Finii per seguirla con quella stupida borsetta per tutta la sera, allontanandomi soltanto per procurarmi altri drink, iniziando a modificarli un po’ a casaccio man mano che la festa andava avanti. Lei non se ne accorse, o almeno non disse niente. E Catherine Lancaster non era il tipo da restare in silenzio se qualcosa la infastidiva.

   Se adesso trattassi così una mia assistente, avrei seriamente paura di finire alla berlina su Twitter o nella sezione Spettacolo del «Times». All’epoca, però, una giornalista giovane e inesperta come me considerava un privilegio poter svolgere un lavoro ingrato per chi si era guadagnato un posto al vertice della catena alimentare. Ero stata eletta portaborse, e ne andavo orgogliosa.

   La prima telefonata sul cellulare riposto nella costosissima tasca del mio abito di alta moda arrivò durante la cena. Erano i miei genitori. Non risposi e lasciai scattare la segreteria. Stupidamente, diedi per scontato che mi stessero chiamando perché erano orgogliosi di avere una figlia che partecipava a un evento tanto esclusivo. Non ne avevano mai sentito parlare, ovviamente, ma quando avevo ricevuto l’invito avevo cercato di spiegare loro che era molto raro che a qualcuno del mio livello venisse permesso di partecipare. Quando però mi richiamarono cinque minuti dopo e poi ancora un’ora dopo, capii che non si trattava di me. Per niente.

   Avevo due possibilità: allontanarmi mentre Catherine teneva banco al tavolo di «City Woman», oppure ignorare le chiamate e lasciar fare alla segreteria telefonica. Era possibile che fosse successo qualcosa a mamma o papà, ma dentro di me sapevo che si trattava di Nicky. Era sempre Nicky. Rimasi ferma al mio posto.

   Durante il dessert, quando arrivò l’ennesima telefonata, lanciai un’occhiata furtiva allo schermo del mio Nokia. Quella volta la chiamata arrivava da casa di mia sorella. Sì, come sospettavo, era di nuovo uno dei suoi drammi, giusto in tempo per rovinare una delle più importanti opportunità di lavoro che mi fossero capitate da quando mi ero trasferita a New York. Spensi il cellulare e me lo rimisi in tasca.

   Catherine mi lanciò uno sguardo alzandosi dal tavolo, segnale che interpretai come un invito a seguirla. Quando si allontanò per andare in bagno, dopo quella che mi sembrò una pausa sigaretta insolitamente lunga, mi decisi a riaccendere il cellulare per ascoltare i messaggi in segreteria. Ce n’erano tre da parte di mia madre. «Chiamami», uno in cui aveva riattaccato e infine: «Cazzo, continua a non rispondere».

   Restava solo la telefonata più recente, da casa di Nicky. Tipico di mia sorella scegliere proprio quella sera per uno dei suoi exploit.

   Quando schiacciai 1 per ascoltare la registrazione, però, la voce all’altro capo della linea era quella di Adam, il marito di Nicky.

   Non era insolito che mio cognato mi contattasse per parlare di lei, ma quella volta capii subito che c’era qualcosa di diverso. Non lo avevo mai sentito tanto agitato, dal suo tono traspariva un misto di rabbia, stanchezza e paura. Il messaggio era breve. «Chiamami appena puoi, d’accordo? È importante.» Chiudeva lasciandomi il numero del suo cellulare di lavoro. Continuai a ripeterlo a mente finché non lo composi sulla tastiera.

   Adam rispose al secondo squillo. Mi espose i fatti con la freddezza di un avvocato e non di un marito sconvolto. Nicky era ricoverata all’ospedale di Cleveland. Mentre lo ascoltavo, circondata da attori famosi e personaggi dell’alta società, pensai a mia sorella. Immaginai i suoi lunghi capelli color miele incollati alle spalle. I vestiti bagnati che aderivano al corpo esile. E il bambino – lo chiamavo ancora così, il bambino – che sputava acqua clorata.

   «Non posso andare avanti in questa maniera, Chloe. Non adesso che abbiamo Ethan. Sarebbe potuta finire male. Se non fossi uscito…»

   Provai a protestare, a ribattere che Nicky non avrebbe mai fatto del male al suo bambino, ma mi resi conto che non avevo modo disapere se era vero. Mia sorella non avrebbe mai fatto del male a nessuno intenzionalmente, ma in un modo o nell’altro riusciva sempre a causare sofferenza a chiunque le stesse vicino. Lo aveva sempre fatto.

   «Dimmelo e basta, Adam. Perché mi hai chiamata?»

   «Ho bisogno del tuo aiuto.»

   Quante volte avevo notato che lui sembrava avere più cose in comune con me che con sua moglie? In quante occasioni avevo dovuto tenere a freno la lingua per evitare di essere accusata di voler sabotare l’unica relazione (più o meno) sana che mia sorella avesse mai avuto? E in quel momento eccoci lì, a ottocento chilometri di distanza, collegati solo da un segnale telefonico, ed era chiaro dalla parte di chi mi sarei schierata. Adam aveva bisogno di me.

   La nostra storia – a prescindere da Nicky – sarebbe nata in seguito, ma penso si possa dire che quella conversazione ne abbia segnato l’inizio. È stato il momento in cui ho anteposto Ethan al resto della mia famiglia, e così facendo ho scelto Adam.

   Non potevo prevedere che, quattro anni più tardi, sarei diventata la seconda moglie di Adam Macintosh, o che, dopo altri dieci anni, ne avrei ritrovato il cadavere.

 

PARTE PRIMA

Adam

1

Quattordici anni dopo

 

Il Café Loup era buio e freddo. Ogni volta che la porta del ristorante si apriva, lasciando filtrare luce e calore dall’esterno, mi sorprendevo ad allungare il collo per cercare Adam. Mi aveva detto di non essere sicuro di riuscire a raggiungerci, ma sapevo che la giornalista a cui era stata affidata l’intervista «moriva dalla voglia di conoscere l’uomo dietro la grande donna».

   Sfortunatamente, avevo commesso l’errore di condividere quelle parole con Adam. Avrei potuto mentire e dirle che mio marito aveva un impegno, evitando di coinvolgerlo. Invece mi ero ficcata in quella situazione di incertezza e di possibile delusione, per cui mi ritrovavo ad attendere ansiosamente di sapere se si sarebbe presentato.

   Mi sforzai di concentrarmi sull’intervista.

   La giornalista si chiamava Colby e aveva più o meno venticinque anni, grossomodo la stessa età che avevo io quando ho ottenuto il mio primo lavoro in un giornale a New York. Da allora lo scenario era notevolmente cambiato. Quando avevo iniziato con «City Woman», la rivista vantava una tiratura mensile di quasi trecentomila copie, con uno staff che occupava un intero piano di un prestigioso grattacielo a Midtown. Adesso, il magazine per cui lavoravo, «Eve», era uno degli ultimi rimasti ancora in piedi, ma la verità era che faticavamo a raggiungere centomila lettori al mese.

   Al momento la maggior parte degli editori cavalcava l’onda dei collaboratori freelance. Visti i cambiamenti del mercato, la giovane ed entusiasta Colby doveva avere un curriculum lungo il doppio del mio alla sua età, eppure era felicissima di essersi aggiudicataun lavoro a tempo pieno per una rivista online rivolta alle millennial.

   Finite le presentazioni, capii da come abbassava lo sguardo sui suoi appunti che stavamo per passare alle domande che si era preparata.

   «Quando è stata nominata direttrice di “Eve”, la rivista era data per spacciata. Lei però è riuscita a compiere una specie di miracolo puntando sui lettori online, aggiungendo articoli di politica e riducendo quelli di gossip, e oggi “Eve” è uno dei più importanti magazine di orientamento femminista del paese. Sta per ricevere l’ambitissimo premio Press for the People per Them Too, la sua popolare serie di articoli ispirati al movimento #MeToo. Sente di essere arrivata al culmine della sua carriera?»

   «Il culmine della mia carriera? Spero proprio di no. Quando mi dicono così mi fanno sentire come se fosse ora di farmi da parte.» Sapevo che Colby e le sue colleghe avrebbero considerato triste e noiosa la mia risposta, ma mi consolai pensando che almeno stavo dicendo la verità.

   A quel punto la ragazza schiacciò il tasto pausa sul suo iPhone e iniziò a scusarsi. «Oddio, mi dispiace. Lei è il mio idolo. Non intendevo quello, sul serio.»Riavviai la registrazione e le dissi che non doveva mai scusarsi per una domanda. E proseguii con un discorso pieno di frasi a effetto perfette per il suo articolo.

   «Mi sento in colpa a prendermene il merito» spiegai. «Le vere eroine sono le donne che hanno deciso di raccontare la loro storia. Il movimento Me Too ha permesso alle donne di parlare e di denunciare gli abusi sentendosi al sicuro. Sapevamo tutti che comportamenti del genere sono tanto vergognosi quanto diffusi, ma ci avevano insegnato a tenere duro. A non agitare le acque. A sorridere e pensare che domani sarebbe andata meglio. E poi, finalmente, le donne hanno trovato la loro forza nel numero. E gli uomini, anche i più potenti, hanno capito che le loro azioni non sarebbero rimaste impunite, a prescindere dall’intervento di polizia e tribunali. È così che è iniziato tutto. Quindi, in realtà, io mi sono limitata a seguire la strada tracciata da tutte quelle donne e dai giornalisti che le hanno aiutate a raccontare le loro storie.»

   In un editoriale su «Eve», avevo espresso il timore che l’onda del Me Too restasse confinata agli ambienti di lavoro di alto profilo e dominati dalle celebrità. Ma cosa succedeva in quegli ambienti in cui le donne erano alle dipendenze di persone di cui nessuno aveva mai sentito parlare? Che dire delle tante donne che lavoravano in fabbrica o nei centri commerciali? E le cameriere e le bariste, sempre a rincorrere i datori di lavoro per ottenere i turni più affollati e i clienti per le mance? Per dare il giusto risalto alle loro storie, avevo deciso di affiancare le donne “comuni” che avevano subito violenze sessuali sul posto di lavoro alle più famose pioniere del movimento Me Too. Mi ero occupata personalmente degli articoli che tracciavano le analogie fra le loro storie e l’impatto delleamicizie che erano nate dai loro incontri. Forzando un po’ il famoso hashtag, avevo battezzato la campagna Them Too.

   Quello che era iniziato come un esperimento ebbe poi degli sviluppi del tutto inaspettati. Un’attrice famosa, che era stata fra le prime a denunciare le violenze di un regista, aveva deciso di farsi accompagnare dalla sua “sorella Them Too” alla cerimonia degli Oscar. E, cosa per me ancora più importante, sette aziende, sempre presenti tra le cinquecento citate nelle liste annuali di «Fortune», licenziarono dirigenti di alto livello e modificarono la loro policy aziendale. Tutto questo perché alcune donne famose avevano deciso di sfruttare la celebrità di cui godevano – e io di sfruttare la piattaforma a mia disposizione – per attirare l’attenzione su altre donne che altrimenti non avrebbero avuto una voce.

   Malgrado i miei tentativi di incentrare la discussione sulle protagoniste degli articoli, Colby era molto più interessata a sentirmi parlare di tutte le situazioni spiacevoli cheavevo dovuto affrontare nel corso della mia carriera.

   Stavamo discutendo del secondo uomo che mi aveva offerto un lavoro in cambio di favori sessuali quando la porta del ristorante si aprì di nuovo. A quel punto mi ero messa l’animo in pace, dando per scontato che io e Colby saremmo rimaste sole per il resto dell’intervista, ed ero immersa nel racconto. Mi accorsi di Adam, scorgendolo con la coda dell’occhio, quando lui aveva già superato il bancone e ci aveva quasi raggiunte al nostro tavolo.

   «Oddio, che sorpresa!» esclamai, alzandomi per abbracciarlo. «Non ricordo quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui siamo stati insieme prima delle cinque in un giorno lavorativo!»

   Mi accorsi che Colby lo scrutava con attenzione: anche lei, come tutti, era sorpresa dal suo aspetto giovanile. Adam aveva quarantasette anni, sei più di me, ma scherzavo sempre sul fatto che aveva smesso di invecchiare da un decennio. Sembrava geneticamente incapace di ingrassare o perdere i capelli.

   Phillip, il nostro cameriere, si materializzò all’istante al tavolo. «Oh, eccolo qui.» Lo salutò. «Proprio il marito affascinante che speravo di vedere.» Il nostro appartamento era a tre isolati di distanza dal Café Loup. Eravamo da tempo clienti abituali.

   Mentre Adam ordinava il suo Martini Dry, Colby mi chiese se ero abituata a vedere mio marito accolto con tanto entusiasmo. «È una scocciatura» risposi con falso risentimento. «Non sto scherzando: non c’è una persona al mondo che parlerebbe male di lui.»

   «Vai a dirlo a Tommy Farber» ribatté lui, allungandosi per prendere il mio calice. Bevve un sorso del mio Cabernet, arricciò il naso e me lo restituì. «Quel ragazzino me le ha suonate ogni venerdì pomeriggio per due anni. Penso di avere ancora sulla fronte i segni dell’armadietto.»

   «Come ha conosciuto suo marito?» chiese Colby.

  Odiavo quella domanda, ma avevo pronta la mia risposta rivista e corretta. «Ci conosciamo dai tempi di Cleveland. Siamo cresciuti entrambi lì, ma poi abbiamo ripreso i contatti quando si è trasferito a New York per lavoro.»

   Con mio grande sollievo, la ragazza sembrò soddisfatta e passò a chiedere a mio marito cosa si provasse a essere un uomo di successo sposato con una donna ancora più di successo. Mi sorpresi a invidiare la totale assenza di imbarazzo o di disagio che mostrò nel rivolgergli quelle parole. Si vedeva che non era abituata (non ancora, almeno) a proteggere l’ego maschile.

   Mentre Adam parlava, io mi crogiolai in un ruolo che raramente mi capitava di rivestire. Sorrisi raggiante mentre raccontava a Colby quanto fosse orgoglioso di ogni mio successo: gli inizi come assistente presso «City Woman» e poi la promozione a giornalista, il mio primo pezzo pubblicato sul «New Yorker», il servizio fotografico di tre anni prima per l’articolo 40 sotto i 40 annisu «Cosmopolitan».

   Sono cresciuta con dei genitori che non hanno mai fatto caso alla mia bravura, né ai miei riconoscimenti. Con Adam, invece, mi sembrava di avere il mio palmarès sempre a portata di mano. Quante volte mi hanno fatto notare la fortuna di avere un marito così spudoratamente orgoglioso di me? Come se ci fosse qualcosa di strano.

   Tornammo a piedi al nostro appartamento sulla 12th Street tenendoci per mano. «Grazie davvero, Adam. Non so se Colby abbia un fidanzato, ma ho la sensazione che stasera lo troverà un po’ deludente. Sei stato fantastico.»

   Lui mi guardò di sfuggita e mi fece l’occhiolino.

   Quando arrivammo a casa mi fermai davanti alla vetrinetta dei liquori nel nostro salotto e gli versai un bicchierino di sambuca. Come se il mio istinto mi avesse suggerito di ricompensarlo per il suo aiuto.

  Bevve il drink tutto d’un fiato e mi prese le braccia con cui gli cingevo la vita. «Allora, sei soddisfatta dell’intervista?» Intrecciò le sue dita alle mie, si portò le mie mani alla nuca e mi guardò negli occhi. Poi iniziò a baciarmi un punto preciso sotto l’orecchio destro, la sua mossa vincente quando aveva certi piani per la serata. «Te lo giuro, quella ragazza ti guardava come se fossi Gandhi.»

   Io e Adam non facevamo sesso da settimane. Eravamo entrambi così impegnati. Il mio unico desiderio era quello di rintanarmi a letto con un romanzo. «Sul serio? Stai usando Gandhi per portarmi a letto?»

   Lui si immobilizzò. «Che hai?» chiese. Nota mentale: non c’è frase al mondo meno sensuale di «Che hai?».

   All’epoca in cui scrivevo articoli su come aggiungere pepe alle relazioni coniugali, credo di aver sostenuto che la chiave per salvare un matrimonio fosse spassarsela almeno un paio di volte alla settimana. «È molto più facile sopportare le reciproche stronzate quando le nostre parti intime si incontrano regolarmente.» Non proprio un consiglio progressista, ma devo ammettere che c’era un fondo di verità. Chiusi gli occhi e cercai di adeguarmi al suo stato d’animo di poco prima.

   «Niente. Scusami, stavo scherzando.» Quando riprese a baciarmi, sussurrai: «Ti prego, non fermarti». Sapevate che sfilze di sondaggi condotti dalle riviste femminili hanno confermato che queste sono le parole che gli uomini più amano sentirsi ripetere a letto? Ti prego. Non. Fermarti.

   Il mio respiro accelerò mentre le labbra di Adam indugiavano sulla mia clavicola prima di iniziare la lenta discesa verso quelli che, solo pochi anni prima, avrei potuto definire addominali. Mi sfilai le scarpe e così, come se nulla fosse, fui pronta a continuare quello che lui aveva iniziato.

   Come dicevamo? Fingi di essere ciò che non sei, e alla fine lo diventerai.

   Quando finimmo, mi rannicchiai nell’incavo del braccio di Adam. Prima di comprare il letto king size dormivamo sempre in quella posizione, per tutta la notte. «È stato fantastico. E grazie ancora di essere venuto a quella stupida intervista.»

   «Perché dici che è stupida?»

   «Dai, hai capito, intendevo un po’ ipocrita. E poi non sono abituata a stare al centro dell’attenzione.»

   Mi fissò per qualche secondo, studiando il mio viso. «Ma è quello che hai sempre sognato, no? E adesso ce l’hai fatta.»

   La frase in sé era ineccepibile, un complimento.

   Per qualche motivo, però, mi ferì. Feci del mio meglio per convincermi che era una mia paranoia. Mi dissi che era il senso di colpa per averlo trascinato in un’intervista in cui si era parlato soltanto di me.

   Quando si girò per darmi le spalle, interpretai quel gesto come una conferma dei miei timori. Un attimo dopo, però, allungò una mano per attirarmi a sé in un abbraccio. Mi baciò le dita e sospirò soddisfatto. Il nostro gatto, Panda, scelse quel momento per materializzarsi in una delle sue consuete apparizioni improvvise.

   «È arrivato l’Ingordo.» Gli occhi di Adam erano chiusi, ma doveva essersi accorto che una palla di pelo di nove chili era appena piombata sul materasso. Appena sposati, avevamo chiesto al piccolo Ethan – che al tempo aveva solo sei anni – di scegliere un nome per il micio. Lui, per ragioni tuttora da chiarire, aveva optato per Panda Ingordo, e a dieci anni di distanza il nome aveva subito diverse variazioni.

   «Mmm.» Il gatto si accoccolò contro la mia schiena, strappandomi un sorriso. Mi sentivo felice e rilassata.

   Sentii la porta dell’appartamento che si apriva. Non sapevo se mi ero addormentata o avevo soltanto chiuso gli occhi per un attimo. Lanciai un’occhiata all’orologio. Non erano nemmeno le dieci. Ethan era riuscito a rispettare il coprifuoco, era tornato con addirittura un’ora di anticipo.

   «Dovrei andare a chiedergli se ha mangiato» dissi.

  «Ha sedici anni, probabilmente a quest’ora avrà già cenato tre volte. Devi riposarti. Domani ti aspetta una giornata importante.»

   Sapevamo entrambi che mi sarei rigirata nel letto per tutta la notte. Ero a mio agio con le parole scritte, ma alla cerimonia di premiazione avrei dovuto tenere un discorso di fronte a centinaia di persone. Mi stavo preparando da una settimana.

   «Ancora non riesco a credere che stia succedendo» sussurrai.

   Mi attirò a sé, posando una mano sul mio fianco nudo. Una sensazione piacevole.

   «Ehi, a proposito. Mi sono dimenticato di dirtelo prima, ma ho un impegno di lavoro, potrei fare tardi domani sera.»

   Per fortuna da quella posizione non vedeva il mio viso. Quella notizia, per giunta detta così, come per caso, mi colpì con la violenza di uno schiaffo. Mantenni un tono neutro. Mi rifiutavo di reagire nel modo che si aspettava.

   «Di che cosa si tratta? Magari posso parlarne con Bill…» Il socio anziano dello studio legale di Adam era anche l’avvocato di «Eve», nonché mio caro amico.

   «No, è un cliente. Il Gentry Group.»

   Sapevo che al lavoro lo stavano mettendo sotto pressione perché chiudesse più contratti, e il suo cliente di punta, il Gentry Group, era una pedina fondamentale nei loro giochi di potere. «Capisco… E quanto tardi pensi di fare?»

   «Forse mi preoccupo per niente, ma arrivano in aereo da Londra e abbiamo appuntamento in una sala conferenze vicino all’aeroporto JFK. Dipende tutto da loro.»

   «Ma sei comunque sicuro di riuscire a venire, vero?»

   «Non lo so, tesoro. Ci proverò, te lo prometto. Ti ho già detto quanto sono orgoglioso di te?»

   Mi baciò la mano, si sporse verso il comodino e spense la luce. Al buio, rimasi ad ascoltare il suo respiro lento e regolare mentre ripassavo mentalmente il mio discorso.

 

2

 

Sono sempre stata una persona abitudinaria. All’università, mentre gli altri studenti erano impegnati a passare in rassegna l’elenco dei corsi in cerca di lezioni pomeridiane che si adeguassero ai loro eccentrici ritmi sonno-veglia, io puntavo la sveglia alle sette in modo da poter andare in palestra prima della lezione delle nove. Pagavo le bollette il 6 di ogni mese, facevo le lavatrici di sabato e la spesa di domenica. Da anni ordinavo quasi sempre le stesse due cose per pranzo – insalata greca con salmone e roast beef con pane integrale – nella gastronomia sotto il mio ufficio. Mangiavo fuori raramente e soltanto nei miei cinque ristoranti di fiducia, dove sedevo sempre agli stessi tavoli e ordinavo i soliti piatti. Niente caos, niente drammi. Una noia? Per alcuni sì, ma ero convinta che abitudini e rituali fossero la chiave per essere felice e produttiva. Due aspetti che, non mi dispiace ammetterlo, per me erano strettamente legati.

   Non vi sorprenderà sapere, quindi, che mi attenevo a una rigida routine anche sul lavoro. Le volte in cui non mi sono seduta alla mia scrivania entro le otto e mezza del mattino si contano sulle dita di una mano.

   E fra quelle c’era il giorno in cui mi avrebbero conferito il premio Press for the People. La serata sarebbe stata una celebrazione della libertà di stampa e, più in generale, del Primo Emendamento. Ospitato dal Museo di storia naturale, e quindi meno fashion del party di «Vogue» al Met, era conosciuto informalmente come il “gala dei secchioni”. Sapevo bene che, se mi fossi recata in redazione, sarei stata interrotta di continuo da una processione di persone impazienti di congratularsi con me, alcune sinceramente, ma la maggior parte con l’unico scopo di adularmi.Oltretutto sarei dovuta uscire prima per riuscire a prepararmi, così avevo deciso di lavorare da casa.

   Ma c’è una cosa da sapere sulle persone abitudinarie: quando decidono di infrangere le regole fanno le cose in grande. L’insalata greca diventa una pizza extra large al salame piccante. Un giorno saltato in palestra si trasforma in un mese di patatine sgranocchiate sul divano. E decidere di lavorare mezza giornata da casa significava essere ancora a letto in pigiama all’una, con le gambe infilate sotto la trapunta accanto a una macchina da fusa di nove chili di nome Panda.

   Almeno il mio portatile era acceso, e stavo lavorando più di quanto sarei riuscita a fare se mi fossi dovuta vestire per andare in ufficio. Avevo rivisto un articolo sulle implicazioni della recente riforma sanitaria nell’accesso alla contraccezione, ed ero passata a un pezzo su una donna che di recente era diventata la più giovane eletta al Congresso. Aveva sconvolto l’establishment politico detronizzando alle primarie un membro anziano del Partito repubblicano. Il suo avversario era così sicuro di mantenere il seggio che si era rifiutato di partecipare ai dibattiti contro di lei e non aveva mai pronunciato il suo nome, finché lei non lo aveva buttato fuori dalla corsa con un vantaggio a doppia cifra. All’indomani della sua inaspettata vittoria gli opinionisti chiesero a entrambi gli schieramenti di rivedere la loro lealtà ai dogmi partitici. Persino io, malgrado il mio scetticismo di fondo, mi ritrovai sempre più fiduciosa man mano che procedevo nella lettura. Forse la generazione futura avrebbe trovato il modo di rimettere insieme un paese lacerato.

   Il mio attimo di sentimentalismo finì di colpo quando cliccai sul link di Dropbox fornito dal fotografo a cui avevamo commissionato il servizio. Che fine aveva fatto la candidata con i capelli legati in una coda bassa? E i jeans e i maglioncini dai colori accesi che aveva indossato per bussare alle porte dei suoi elettori? Adesso eccola lì, sul mio schermo, in una serie di scatti decisamente glamour. Più di cento, tutti uguali. Acconciatura da red carpet, smokey eyes e labbra lucide. Non osavo nemmeno chiedere da dove venissero i vestiti. Riconobbi una delle giacche dell’ultima collezione di Prada.

   Già immaginavo il boicottaggio di «Eve», gli abbonamenti annullati, i tweet che lamentavano il tracollo di uno degli ultimi magazine femministi ancora in circolazione. Qualcuno più simpatico di me avrebbe realizzato un meme con la copertina della rivista.

   Ogni scatto era più vomitevole del precedente. Soffocai un lamento quando arrivai alla foto di lei vestita da bibliotecaria sexy con un paio di occhiali dalla montatura spessa. Cosa era saltato in mente al fotografo? E perché mai una deputata del Congresso aveva acconsentito a quello scempio?

   Chiusi tutto e abbozzai il testo di un’email per Maggie Hart, la giornalista che aveva curato l’intervista.

         Ciao Maggie.

         Sto guardando le foto di Sienna Hartley. Tu sei

         andata allo shooting? Mi sembrano un po’

         problematiche, non trovi? Vedi se il fotografo ne ha

         altre che possiamousare. Grazie.

        CAT.

   Chloe Anna Taylor. Lo staff del giornale era così abituato alle iniziali che comparivano in fondo alle mie incessanti email che quando non c’ero mi chiamavano “Cat”.

   Sapevo che avrei fatto meglio ad allontanarmi dal computer nell’attesa della risposta, ma non ci riuscii. Dopo quarant’anni passati a coltivare prevalentemente buone abitudini, negli ultimi tempi ne avevo sviluppata una cattiva. Come facevo quasi ogni giorno – anzi, di solito più volte al giorno – lanciai Safari e controllai le mie menzioni su Twitter. Bastava digitare una piccola @ prima del mio nome e decine di perfetti sconosciuti si guadagnavano la mia totale attenzione

   In teoria avevo iniziato a usare il sito per interagire con i lettori del magazine. Oggi come oggi un mensile non può sopravvivere contando unicamente sul cartaceo. Ormai il trenta per cento del nostro staff era rappresentato dall’ufficio di digital marketing, e ogni singolo impiegato di «Eve» era tenuto a costruirsi e mantenere una presenza online coerente con il brand della rivista.

   Cliccai sul simbolo del cuore su tutti i messaggi di supporto, per segnalare che li avevo letti e apprezzati. Grazie @EveEIC. Mi hai dato il coraggio di denunciare il mio capo ieri sera. L’ho spaventato a morte. #ThemToo #MeToo

        @EveEIC Mi sentivo come una di loro, e adesso lo sono davvero! Sono andata alle risorse umane la settimana scorsa. Collega molesto licenziato oggi! Seguito da tre emoji di mani che applaudivano.

   Retweettai il post con il mio commento. Stiamo cambiando il mondo con le nostre storie. Continuiamo. La forza è nel numero! #ThemToo #Eve

   Ma ogni cinque incoraggiamenti arrivava un insulto.

         @EveEIC Sei solo incazzata perché la tua vecchia fica è troppo secca per piacere agli uomini.

         Immaginate che strazio essere sposati con @EveEIC?

         Stronza odia-uomini.

   I miei preferiti erano quelli che fingevano di conoscermi personalmente. @EveEIC Ti comporti come se non avessi bisogno di un uomo, ma scommetto che a casa tua ti fai trattare come un cane da quell’idiota di marito che hai.

   Ma perlopiù amavano ripetermi che sarei stata meno femminista se fossi stata più bella. @EveEICNon ti farebbe male perdere qualche chilo. Perché non molli il lavoro e vai a correre?

   Questo aveva una risposta da parte di un altro utente: Sì, amico, è un po’ in carne, ma me la scoperei senza pietà.

   Poi un altro, un altro e un altro ancora. Era già successo. Una volta superato un certo limite, i commenti si trasformavano in unaspecie di gara: chi riusciva a essere la persona peggiore in un tweet?

        Vorrei che @EveEIC avesse una figlia per stuprarle

        entrambe.

   Ding, ding, ding. Eccolo, avevo trovato il vincitore. Cliccai su retweet e scrissi: Quando leggo questi commenti capisco che stiamo vincendo la guerra. #facciamopaura #lodiononvincemai

   Sapevo che i miei circa 320.000 follower si sarebbero accaniti contro quel tizio (o almeno, supponevo che fosse un uomo) fino a costringerlo a chiudere l’account, ma mi portai lo stesso avanti e denunciai l’abuso.

   Adam mi aveva consigliato di ignorare i commenti intimidatori. In fondo erano la norma per una donna attiva sul web. Per esempio, avevo la possibilità di oscurare tutte le menzioni oppure di filtrare gli interventi di persone che non conoscevo personalmente. Ma così sarebbe venuto meno l’obiettivo di interagire direttamente con i lettori di «Eve».

   In più, non avevo intenzione di farmi mettere i piedi in testa da una manciata di codardi che si nascondevano dietro l’anonimato del web. Come diceva la mia biografia su Twitter: «Nessuno può mettere Baby in un angolo».

   Una volta iniziato, non riuscii più a smettere. Chiusi Twitter e aprii Poppit, un forum in cui tutto era permesso e gli utenti potevano postare anonimamente senza nemmeno registrarsi. Bastò una rapida ricerca del mio nome per riempire lo schermo di farneticazioni cariche di odio. Quando non mi definivano una vecchia megera rinsecchita e stronza mi accusavano di essere una troia che si era guadagnata la sua posizione a suon di favori sessuali, sebbene mi fossi sposata a trentun anni. All’epoca lavoravo già da «City Woman». Senza contare che mio marito era un avvocato e non aveva il minimo legame con il mondo dell’editoria. Semmai ero stata io a dare una mano alla sua carriera. Ma ovviamente nessuno di quegli sconosciuti chemi detestavano sapeva niente di tutto ciò né gli interessava.

   Stavo per chiudere il browser quando vidi un nuovo post comparire in cima alla lista, pubblicato da un utente di nome KurtLoMein.

        È un’ipocrita. Parla tanto di come il mondo dovrebbe

        cambiare il modo in cui tratta le donne, ma in realtà è

        una vigliacca. Si preoccupa più della sua immagine

         perfetta che della vita vera.

 

Continua a leggere… 

 

L’autrice 

Alafair S. Burke figlia dello scrittore James Lee Burke, è stata pubblico ministero a Portland, Oregon, e attualmente insegna diritto penale alla Hofstra Law School di New York. 
È già autrice di diversi thriller di successo e con La città del terrore(in Italia pubblicato da Newton Compton nel 2009) è stata per settimane in cima alle classifiche britanniche e americane. Nel 2016 ha pubblicato con Piemme La ragazza nel parco e con Sperling & Kupfer Così immobile tra le mie braccia, scritto a quattro mani con Mary Higgins Clark, con la quale collabora di nuovo per la scrittura del romanzo La sposa era vestita di bianco (Sperling & Kupfer, 2017). Nel 2018 pubblica con Piemme La ragazza che hai sposato L’ultima volta che ti ho vista.

 

 

       

  •         Sorelle sbagliate
  •          Alafair Burke  
  •          Editore: Piemme
  •          Pagine: 304 p., Rilegato

Acquista € 9,99

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