Gustav Meyrink è uno scrittore che ho molto amato nella mia giovinezza

SPETTRI


Gustav Meyrink è uno scrittore che ho molto amato nella mia giovinezza. Lo scoprii quasi per caso, su una bancarella di libri. Durante le vacanze, in montagna. Era un’edizione da poco, di quelle, probabilmente, prive di autorizzazione. Che “piratava” la traduzione dal tedesco della pubblicazione dell’anteguerra, quella della, leggendaria, Fratelli Bocca editori.
E qui diventano necessarie alcune precisazioni. O meglio, chiose. Scuserete la pignoleria, ma se andassi avanti senza farle, fareste fatica a comprendere. Soprattutto gli (eventuali) lettori più giovani. Ovvero che ancora non abbiano superato da un pezzo i cinquanta….

La Fratelli Bocca editori era stata un’editrice storica piemontese, che dal XIX secolo in poi aveva pubblicato in Italia autori di notevole importanza. Sempre, però, con una vena di… stranezza. Autori poco conosciuti qui da noi, e poco apprezzati dalla cultura ufficiale dell’epoca. Nietzsche, Schopenhauer, ma anche Bacofen, Evola, Rudolf Steiner… e, soprattutto, scrittori con connotazioni, diciamo così, inquietanti. Esoterici. Roba difficile. Roba per cultori della materia. Tra i quali, appunto, il Meyrink. Che scriveva in tedesco, ed era di Praga. Proprio come Kafka. Perché la capitale Boema era città di lingua tedesca. Anzi, sede della più antica università medioevale del mondo tedesco.

 

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Meyrink era un romanziere. Un grande romanziere. Ma non certo assimilabile allo psicologismo e realismo piatto degli anni in cui andavo a frugare su ogni bancarella o in ogni botteguccia di libri usati in cui mi imbattessi. Un autore inquietante. Nelle cui opere la realtà apparente, quella ordinaria, si sgretolava rapidamente. Facendo apparire… altro. Un mondo misterioso. Pervaso da presenze, e forze, inquiete e inquietanti. Riferimenti a tradizioni dimenticate. Ad una ricerca interiore che andava ben al di là della mera acquisizione di nozioni astratte. Coinvolgeva la vita. Anzi stravolgeva ciò che normalmente chiamiamo vita. Proprio quello che, a sedici, diciassette anni mi attraeva come un magnete…

Uno dei romanzi che più mi colpirono fu “La notte di Valpurga”. Divorato in una notte insonne, tra le montagne del Cadore. Forse, anzi certamente non il capolavoro dello scrittore praghese. Palma che, probabilmente, spetterebbe al, colossale, “L’angelo della finestra d’occidente”. O a “Il Golem”, amato, per le sue atmosfere della vecchia Praga, da Kafka
Ma altrettanto sicuramente La notte di Valpurga è il romanzo più inquietante di Meyrink. Oserei dire, quello che, pur senza alcun evento granguignolesco, da horror americano, ti infonde una sorda, profonda angoscia. Qualcosa che ti divora. Che ti scava dentro…

Bene, c’è una frase di quel romanzo che, spesso, mi torna a frullare in testa. Soprattutto di questi tempi… Non ricordo perché, né quale personaggio la pronuncia. Ma, in fondo, non ha davvero importanza. Suona, più o meno, così:
Guarda le persone per la strada. Credi che tutti siano degli Io? Per lo più sono spettri, che possiedono i corpi. E che fingono di essere Io…

Spettri. La maggior parte di quelle che consideriamo persone, meglio ancora vite, sono null’altro che presenze spettrali. E gli spettri sono ancora meno consistenti dei fantasmi. Perché i fantasmi, almeno, sono stati degli Io. Tormentati, senza pace. Ma hanno memoria di una vita vissuta. E consistenza.
In gli Spettri di Ibsen sono le ombre del passato. Che possiedono i protagonisti, e condizionano le loro esistenze. Rappresentano l’ipocrisia della società del tempo. Borghese, puritana. E falsa.
Ma le vite spettrali di cui parla Meyrink sono ben altro. Sono l’illusione di essere un io, una persona, un individuo. Mentre si è solo dei posseduti.

Posseduti da un confuso magma di desideri, pulsioni, ambizioni… paure, soprattutto. Un pantano putrido che chiamiamo in molti modi. Anima, psiche, personalità… invece non è altro che una melma viscida. Nauseabonda. Della quale, in fondo, ci compiacciamo. E nella quale ci piace, tutto sommato, affondare.

Spettri. Che camminano per strada. Che fingono di avere interessi. Di amare. Di credere. Ma in realtà, siamo solo involucri. Posseduti, di volta in volta, da spettri diversi. Uno o più.
La notte di Valpurga, che per altro non è lontana ormai, è la notte delle Streghe e dei Maghi. Di coloro che, come Meyrink, vedono oltre le apparenze.

Certo, è una notte terribile. La notte del grande Sabbah. Una voglia lunga, ebbra e tormentosa. Ma è il prezzo da pagare per scacciare gli spettri. Esorcizzarli. E provare a vedere cosa sia, dietro il velame, la vita. Cosa sia, e se ci sia, un Io.

Andrea Marcigliano

 

Fonte: ElectoMagazine del 15 aprile 2022

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