Se non lo avete capito, siamo alla disperata ricerca di un’Italia migliore. Non dico, in questo caso, di eccellenze, che pure ci sono tra i ragazzi…

STORIE DISPERATE CHE FANNO BEN SPERARE

Luana, Mirko Michele

Mirko ucciso perché ha fatto da scudo al corpo di sua madre, che il suo ex compagno voleva massacrare. Michele, rider, sfregiato per difendere una ragazza aggredita che non conosceva. Luana, ragazza madre, morta sul lavoro in fabbrica dove si guadagnava la vita e manteneva suo figlio. Tre storie finite male ma nel segno del bene. Storie di ragazzi comuni disposti a giocarsi la vita per la loro madre o anche per una ragazza aggredita, o ragazze madri-lavoratrici; ragazzi del popolo, si sarebbe detto un tempo. Sono questi i modelli positivi per i ragazzi loro coetanei, non i rapper e gli influencer pieni di soldi, tatuaggi e arroganza.

Direte che non diventeranno mai esempi perché le loro storie non hanno lieto fine, sono vite finite male o comunque segnate. Meglio non imitarli, meglio avere esempi vincenti, modelli di vite facili ed egoiste premiate dalla sorte.

Ma vediamola diversamente. Quei tre ragazzi sono solo la punta spezzata di un iceberg più vasto, grazie a Dio. Dietro di loro, sotto di loro ci sono migliaia di ragazzi, milioni di persone, che lavorano sodo, non hanno grilli per la testa, e nemmeno grillini (cioè redditi di non lavoro); si guadagnano la vita con dignità e tengono ai loro affetti. Ragazzi che sarebbero pronti a dare la vita per la loro madre o un loro famigliare, pronti a sfidare i violenti per difendere una persona soccombente; pronti a tenersi un figlio avuto in età precoce, anziché abortire, e andare a lavorare in giovanissima età, in fabbrica, per garantire a se stessi e al figlio una vita decente.

Se non lo avete capito, siamo alla disperata ricerca di un’Italia migliore. Non dico, in questo caso, di eccellenze, che pure ci sono tra i ragazzi, spesso misconosciute o non abbastanza valorizzate; no, dico un’Italia umile e laboriosa, che vive in un tempo di schifo, e non solo per la pandemia, e tuttavia non perde la testa, il cuore e la dignità. Fa cose normali, ma capisce che oltre i diritti ci sono le responsabilità, oltre le ideologie c’è un senso morale naturale; esempi concreti di persone che fanno quel che pensano e agiscono come amano.

Non vorrei contrapporli a nessuno, non vorrei usarli in chiave polemica. Ma viene spontaneo il paragone tra modelli di vita. Tra ragazzi che lavorano, anche duramente, e altri che usano le feste del lavoro per lanciare messaggi in cui il lavoro non c’entra, da cui loro trarranno profitto. Tra una vita sana, naturale, all’insegna della realtà e una vita artificiosa, modificata, o peggio corretta col veleno delle ideologie.

È inevitabile pure il paragone con i ragazzi che invece uccidono le loro madri o si credono forti perché si sono ribellati alla loro famiglia; ragazze che hanno preferito abortire per non perdere la loro libertà e non sottostare agli obblighi derivati, compresa l’urgenza di trovarsi un lavoro; ragazzi che preferiscono volantinare sulle violenze alle donne e non affrontarle mentre accadono, mettendoci davvero la loro faccia e non nel senso del look, come oggi si dice.

Non ripercorrerò a rovescio il luogo comune progressista di un’altra Italia contrapposta a un’Italia pessima, per loro razzista e omofoba, e altro ancora. Quei ragazzi non erano contrapposti a nulla. E poi ogni vita fa storia a sé, non entra in una categoria, in uno schieramento. E tra due comportamenti opposti c’è la zona grigia intermedia, e infinite gradazioni, a volte mescolanze tra i due modi di vivere e di pensare. Evitiamo rappresentazioni manichee e partigiane, che poi sono veramente razziste, perché stabiliscono l’esistenza di due razze eticamente diverse.

Però, diamine, si potrà pur dire che quella è l’Italia che amiamo, quelli sono gli esempi da trasmettere ai loro coetanei. E, badate, non sto indicando ragazzi che hanno fatto eroiche scelte di campo, che sono pubblicamente impegnati, anche in politica o col volontariato; sono ragazzi che vivevano la loro vita, si curavano del raggio dei loro affetti più prossimi o si sono battuti per il prossimo, non in astratto ma semplicemente perché si trovavano lì mentre una ragazza veniva aggredita.

Ammiro, del resto, coloro che si caricano di un impegno pubblico, se lo fanno con serietà e passione civile, se sono coerenti, indipendentemente dal loro impegno politico o ideologico. Anzi aggiungo: vorrei che ce ne fossero di più di ragazzi impegnati sul versante opposto a quello previsto dal Canone dominante; impegnati sul piano civile, ambientale, nazionale, umano, spirituale, in difesa dei vecchi e dei bambini, della vita che nasce e della famiglia che cresce. Mi dispiace anzi che da una parte ci sia mobilitazione e dall’altra solo risposte private, pur con scelte degne di rispetto.

Ma a parte gli auspici, quei tre episodi pur finiti male fanno però sperare bene; fanno capire che non tutto è perduto, qualcosa accade in un segno diverso rispetto al trend, alla moda, alle prescrizioni obbligate del nostro tempo.

Quei tre ragazzi hanno deciso di affrontare la realtà e non evitarla o rigettarla, come invece è d’uso oggi incitare a fare. Storie disperate che fanno ben sperare.

 

 

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MV, La Verità 14 maggio 2021

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