L’ombra lunga di poteri, scandali e interessi che si intrecciano tra Gaza, Trump ed Epstein

SU GAZA MARTORIATA ALEGGIA IL FANTASMA DI EPSTEIN?
Trump tace, Gaza brucia, il fantasma di Epstein riappare.
Il Simplicissimus
Nell’intreccio tra politica internazionale, vanità personale e scandali privati, la figura di Donald Trump riemerge come simbolo di un’epoca che confonde la diplomazia con lo spettacolo. Il suo silenzio sull’ennesima violazione della tregua a Gaza, dopo aver sostenuto la linea dura di Netanyahu, rivela non solo la fragilità di un accordo costruito sull’ipocrisia, ma anche la sottomissione di una leadership che si crede sovrana mentre resta prigioniera di interessi altrui. E mentre le bombe continuano a cadere, il nome di Jeffrey Epstein – e con esso il suo mondo di connivenze e corruzione – torna a proiettare la sua ombra inquietante su quella rete di rapporti ambigui che unisce potere, denaro e desiderio di dominio. (Nota Redazionale)
Davvero si fa difficoltà a capire quale demone si agiti nel corpaccione di Donald Trump, Donny per gli amici, tra cui il prediletto Epstein (1) che pare (ma questo fa parte di un’azione legale che si annuncia clamorosa) gli abbia presentato Melania, ancora nelle vesti di immigrata illegale e di aspirante – diciamo così per cautela giudiziaria – modella. Appare come un narcisista compulsivo che chiede ammirazione e consenso, che non sopporta di essere contraddetto, che si diverte a imporre dazi per poi magari toglierli quando si accorge che sono un’arma a doppio taglio, che briga per avere monumenti in suo onore e che non si vergogna di chiedere esplicitamente il Nobel per la pace. Vuole essere il burattinaio globale e tuttavia non si accorge di fare la figura del burattino nelle mani di Netanyahu, quando dopo aver concordato una tregua con Hamas (non prima di aver appoggiato Tel Aviv in un tentativo di ucciderne i rappresentanti), ha permesso che il cessate il fuoco concordato fosse violato in continuazione senza minimamente e seriamente reagire.
Certo tutti si rendevano conto della fragilità di una tregua che aveva come suo presupposto non solo la criminalizzazione di Hamas, cioè della formazione che alla fine rappresenta il popolo palestinese, tormentato e torturato per decenni, ma anche, tra le belle parole, l’abbandono di qualsiasi progetto per uno Stato di Palestina. Dunque il cessate il fuoco veniva pagato con la perdita delle prospettive che pure che si erano create di fronte all’immensa strage che si stava attuando a Gaza. Tuttavia subito dopo lo scambio degli ostaggi, ammesso che l’intera popolazione di Gaza non sia di fatto un ostaggio, la tregua è stata continuamente violata da Israele e due giorni fa Netanyahu ha espresso l’intenzione di infrangerla sistematicamente, annunciando nuovi bombardamenti. Ma Trump se ne è stato zitto pur essendo affetto da una grave forma di incontinenza verbale. È quasi impossibile che egli non si renda conto che sostanzialmente fa la figura dell’imbecille. Non è che non sia accaduto anche in altre occasioni, per esempio con la repentina e pragmatica svolta nei confronti della Cina, non appena si è reso conto che Pechino reagisce vigorosamente ai suoi diktat e che anche le forniture per l’apparato militare americano stanno subendo un grave contraccolpo con l’embargo sulle terre rare. In questo caso però può in qualche modo rigirare la frittata ed evitare la figuraccia, sebbene egli si sia meritato da parte dei suoi nemici il nomignolo di Taco, acronimo di Trump always chickens out, cioè di uno che fa sempre marcia indietro.
Ma nel caso di Gaza non c’è alcun dubbio che Netanyahu stia impallinando in maniera impietosa il cosiddetto piano di pace di The Donald, in maniera addirittura sfacciata, senza che però l’inquilino della Casa Bianca faccia molto per arginare il leader sionista e per contrastare la perdita di credibilità che lo sta investendo: non reagisce nei modi che conosciamo, sembra soprattutto un complice in grande imbarazzo. Ecco perché ho iniziato il post facendo aleggiare il nome di Epstein. Sappiamo da una ricca documentazione che egli era legato a doppia mandata con il Mossad oltre che con importanti politici israeliani e c’è il fondato sospetto che tutto il giro di fanciulle in fiore che egli gestiva, servisse in definitiva a compromettere una buona parte delle élite americane e occidentali in genere. Sappiamo anche che Epstein e Trump sono stati grandi amici per alcuni anni e che il due volte presidente ha praticamente preso moglie in quel giro. Ora mi chiedo: non è che questa remissività derivi dal fatto che Tel Aviv sia in possesso di qualche documentazione su Trump e che la minaccia di tirarla fuori condizioni in maniera decisiva la Casa Bianca?
Si tratta ovviamente di una mia ipotesi, non ho alcuna prova da portare, se non la mancanza di una logica in ciò che sta accadendo e un comportamento di Trump radicalmente diverso rispetto ai tratti di personalità che abbiamo imparato a conoscere. Vuoi vedere che aveva ragione Andreotti quando diceva che a pensar male ci si indovina?

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