Tra minacce militari, negoziati indiretti e interessi energetici globali

«Sul filo del rasoio»

La crisi tra Stati Uniti, Iran e Israele oscilla tra escalation e ripensamenti strategici, mentre lo Stretto di Hormuz diventa il vero campo di battaglia.

Il Simplicissimus

La situazione internazionale appare sospesa su un equilibrio fragile e instabile: l’ipotesi di un’operazione terrestre statunitense sembra arretrare di fronte ai rischi militari e politici, mentre si moltiplicano i segnali di trattative indirette che coinvolgono attori regionali e potenze globali rimaste finora nell’ombra. Tuttavia, anche senza un intervento diretto, alcuni effetti della crisi sembrano già delinearsi con chiarezza: l’Iran potrebbe trasformare lo Stretto di Hormuz in una leva economica strategica, incidendo sui flussi energetici mondiali e ridefinendo gli equilibri tra Washington, Pechino e le monarchie del Golfo. Più che una guerra aperta, si profila uno scontro di pressione e di posizione, dove ogni mossa rischia di produrre conseguenze irreversibili. (N.R.)


La situazione si evolve rapidamente. Forse non ci sarà la ventilata operazione di terra per la quale la Casa Bianca si è data tanto da fare, spostando numerosi reparti, aerei, personale e licenziando i generali che si opponevano a questa idea, come Randy George, David Hodne e William “Bill” Green. Ma il rischio di un fallimento è troppo grande e forse Trump ci sta ripensando, anche perché l’operazione cambierebbe ben poco della situazione che si è creata e sarebbe certamente sanguinosa con anche la consistente probabilità di fare anche una figuraccia sul piano militare. Si parla anche di trattative indirette che si svolgono per interposto Pakistan, il quale, a sua volta, riferisce a Pechino che è il reale negoziatore, ma che rimane nell’ombra perché non si fida né dell’amministrazione Trump, né degli assassini psicopatici e genocidi di Tel Aviv. Inoltre, altro segno positivo, per la parte statunitense non ci sono più Witkoff e Kushner, i due falchi di origine ebraica, ma il vicepresidente Vance, che tenta disperatamente di salvare una propria futura candidatura dai disastri provocati dal suo patron e che recentemente è stato attaccato dalla stampa israeliana. Però, comunque vada, alcune cose sembrano già essere certe: la prima è che l’Iran imporrà dei dazi in rial o yuan sul passaggio di Hormuz come risarcimento di guerra. Può ottenere facilmente questo scopo per due motivi: il primo è che ha dimostrato di poter colpire facilmente le installazioni energetiche degli Stati del Golfo trasformando la crisi petrolifera in dramma permanente e la seconda è che agli Usa questo conviene perché potranno vendere di più il proprio petrolio e a prezzi maggiorati.

La seconda cosa è che la politica del divide ed impera degli americani è riuscita a frammentare il Consiglio di Cooperazione del Golfo con l’Oman e il Qatar che si sono dichiarati neutrali, l’Arabia Saudita che medita di vendicarsi di Trump dichiarando di non acquistare più armi americani e gli Emirati – una costruzione artificiale, creata dagli inglesi su territori appartenenti al Sultanato dell’Oman – sono di fatto entrati nella guerra americana contro l’Iran. Tuttavia la presenza del Pakistan tra i negoziatori indica che sono in corso trattative per dare vita al corridoio sud della via della seta attraverso il corridoio tra il porto pakistano di Gwadar, nonché terminal del Corridoio Economico Cina – Pakistan e quello iraniano di Chabahar, permettendo un flusso di petrolio e di merci prima impossibile viste le sanzioni a Teheran. Tra le due cose, la seconda è di gran lunga più importante preservando ed anzi sviluppando uno dei nodi di integrazione tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale, configurandosi come uno smacco strategico per gli Usa.

La terza è che da questa vicenda ne escono perdenti sia gli Stati del Golfo, sia l’Europa, già indebolita dagli alti prezzi dell’energia derivanti dal suo rifiuto di avere rapporti commerciali con la Russia, e che sta ora perdendo ulteriori fonti di petrolio e gas (nonché di fertilizzanti e altre materie prime) e dovrà rivolgersi ai prezzi capestro degli Usa. Non è certo un caso se da Bruxelles giungano annunci di una nuova stagione di austerità e di segregazioni, visto che le oligarchie di comando si rifiutano ancora di comprare petrolio e gas a prezzi molto più convenienti dalla Russia. Questo durerà fino a che non ci saremo liberati dei burattini europei, fino a che non saremo stanchi di balle, di lobby, di guerre, di crisi. Ed è qui che si colloca la sbracata commedia del nostro governo che con la farsa di Sigonella cerca di ingraziarsi l’Iran e far passare petrolio attraverso Hormuz.

Complessivamente però il risultato finale è una sconfitta epocale per gli States, i quali hanno definitivamente minato da soli il sistema del petrodollaro che trascina con sé anche tutti gli altri scambi commerciali in valuta americana, si sono alienati l’Europa, anche se non la Ue che è di fatto un loro prodotto, anche se parecchi faticano a comprenderlo e infine hanno regalato alla Cina una grande vittoria materiale e morale, perché i corridoi della Via della Seta sono intatti e anzi rafforzati, i russi sono di fatto i padroni dell’Artico e dunque delle vie alternative per il trasporto di merci ed energia, mentre l’Iran tornerà ad essere una potenza petrolifera e potrà ricostruire le macerie prodotte dagli americani. Non è che queste cose le vedo solo io: perciò ho il timore che qualcuno a Washington, ma soprattutto in Israele stia pensando ala bomba. Insomma siamo in bilico sul filo del rasoio.

Redazione

 

 

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