Quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta la felicità e si crogiola nel suo culto; ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri e di buoni auspici

Il suicidio di Seneca, 1871, di Manuel Dominguez Sanchez. Olio su tela. Museo del Prado, Spagna. (Dominio pubblico)

 

Caro Seneca, perché chi parla di felicità ha gli occhi tristi? Lo notavo l’altra sera a Taormina in un convivio sontuoso come le cene romane di Trimalcione. Guardavo ad uno ad

Roberto Bompiani – Il Triclinio – (Getty Museum)

uno chi decantava la felicità e vi scorgevo un malcelato fondo di tristezza dietro la buccia dell’euforia. Chi più si riempiva la bocca di felicità e si infervorava al suo nome, tradiva dai suoi occhi e talvolta dal suo tono, vecchie cicatrici di malinconia, stagionate infelicità; si avvertiva in lui la mancanza di felicità o la sua lontananza. Forse perché chi parla di felicità non la vive dentro ma la invoca da fuori e di lei risale il ricordo perduto; forse perché l’ha solo sfiorata in qualche rapito e remoto sito e ne patisce il vuoto, come se la mancanza di felicità fosse assenza di vita, di aria e di luce; o forse perché egli è d’indole così infelice da pensare di fugare il suo stato d’animo già solo invocando la felicità, sperando che il suo solo nome possa offrirne già un assaggio o suscitarne un barlume. Allora parlare di felicità diventa un rito di propiziazione. Mi sono perciò convinto che è da infelici parlare di felicità. La felicità si vive, non si descrive, finché si è dentro; se si vuole raccontarla, si è già fuori. Ti chiedo, Seneca, di illuminarmi sulla felicità al cospetto della saggezza e della follia.

Quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta la felicità e si crogiola nel suo culto; ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri e di buoni auspici. Come se la vita possa rinunciare a tutto, alla verità e alla dignità, alla libertà e all’amore, alla conoscenza e alla pietà, nel nome divino della felicità. Sono convinti che la felicità li contenga tutti, o tutti li renda superflui, e invece la felicità è proprio la sospensione della vita; non è il risveglio ma il sogno. Dev’essere schiavo di un piacere malato e sofferente chi si affanna a fermare la felicità e a incoronarla come regina della vita sua. Magari fossero epicurei, i cercatori di felicità; sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati. La felicità sparisce appena è desiderata, arriva inattesa, è ospite volatile e latitante. Gioie e dolori dolgono entrambi, ma in tempi diversi; prima o poi si sconta la felicità. Gli autunni e gli inverni vengono per farci pagare le primavere e le estati.

Mauro Massaro – Tristezza

La tristezza nasce dalla perdita, la felicità invece sorge dal perdersi. La tristezza genera tesori quando diventa arte della sconfitta, e rielaborando la perdita raggiunge radiose benché sofferte glorie. … [da Vivere non basta. L.C.]

I nostri padri pensavano che la felicità fosse un bene pubblico, anche quella più intima e privata; ora siamo caduti nell’opposto e crediamo che la felicità sia solo un bene privato. In realtà la felicità non ha natura pubblica o privata; ma è un’armonia, un breve collimare tra vivere e volere. Più che intima è interiore, la felicità, più che esteriore è estroversa. Ci sono infelicità che passano dalla vita pubblica e altre dalla vita privata. La felicità non è una condizione ma una carezza, è il convergere fugace di clima, sospensione e gesti, di solitudine beata o combaciante compagnia. La felicità si fa vedere solo un attimo, e non si lascia agguantare, semmai ti agguanta; ma appena sei cosciente, svanisce. Non è un programma di vita ma un fuori programma; figuriamoci se può risiedere negli oggetti. La felicità fiorisce selvatica nel giardino della dimenticanza. Perciò penso, Seneca, che mente chi dice: sono felice. Perché la felicità è attesa o ricordo, sogno o amnesia. Chi si dice felice in quel momento in cui lo dice, non lo è, sta solo ricordando o pregustando, o peggio sta solo recitando un ruolo, simula uno stato che ha conosciuto in passato o che aspetta in futuro, professa una speranza e mima la gioia per propiziarne l’avvento. Quando sei cosciente non è presente, quando è presente non sei cosciente. La felicità ha il cuore aperto ma gli occhi chiusi. Ha il passo rapido e le mani lievi. Hai ragione tu, o Seneca, a dire che i giorni più felici della vita per primi fuggono ai miseri mortali. Perché la felicità è volatile e vola in fretta, l’umanità è terrestre e cammina lentamente.

E tuttavia, Seneca, si dice spesso che agli animi nobili si addice piuttosto la malinconia, perché il pensiero si nutre di mancanza, di tristezza e a volte si innalza e si purifica nel dolore. È delle nature più pensose la nostalgia del vivere e l’acuta percezione del morire, e il loro sposalizio genera il pensiero filosofico e la poesia. Ma ti chiedo, Maestro, come è possibile desiderare la felicità e riconoscere l’austera bellezza del suo contrario. È umano cercare la felicità, è nobile ospitare la malinconia. Personalmente amo più la prima e ammiro più la seconda, e in fondo non so rinunciare ad ambedue perché ambedue recano doni: i doni della felicità si gustano appena sbocciati, i doni della malinconia si gustano quando sfioriscono. Perché la malinconia è fertile ma ha la sua gravidanza e le sue doglie; la felicità si annuncia già col profumo e riempie gli occhi. La malinconia è un ponte tra passato e futuro, la felicità è la pienezza del presente.

Romeo e Giulietta (1884), Frank Dicksee

Nel primo mattino c’è un’ora e un punto preciso dove s’incontrano la malinconia della notte e l’abbagliante mattino, lo stupore dei sogni appena conclusi e il risveglio della mente al mondo – ndr [Da Vivere non basta di Marcello Veneziani]

La vita perfetta del saggio è destreggiarsi tra i frutti dolci dell’una e i frutti agri dell’altra, sapendo che sarebbe impossibile vivere solo degli uni o degli altri, o pretendere dagli uni quel che ci danno gli altri. Le nature più inclini alla malinconia sanno cogliere con più gioiosa pienezza il gusto della felicità, è come se la loro profondità ne amplifichi il sapore e l’odore. Chi conosce la tristezza sa più apprezzare la felicità. Il saggio tuttavia si imbarca sulla malinconia come sulla felicità per attraversare il fiume della vita. La saggezza è quel che resta di ambedue, una volta guadato il fiume. La vita autentica è sulla riva ulteriore, al di là della felicità e della tristezza. Non so se ha ragione chi esorta ad essere “in tristitia hilaris in hilaritate tristis(Ilare nella tristezza, triste nell’ilarità. Giordano Bruno – ndr); ma so che la previsione dell’una tempera il godimento o la sofferenza dell’altra, evitando di smarrirsi nei postumi dell’allegria o della tristezza, e le rende entrambe ancelle e non signore del nostro animo.

Resta tuttavia vero, e correggimi se sbaglio, che la felicità è un lievito di follìa, mentre la tristezza si accompagna al senno. C’è qualcosa di infantile nella felicità e di senile nel senno, la perfezione sarebbe gustare l’infanzia con la saggezza di un anziano e le energie di un ragazzo; ma è impossibile. Di quella follia abbiamo tuttavia bisogno se sa esser lieve e breve; e su quel senno si fonda l’umanità, a patto che sorvegli ma non sopprima il nostro umanissimo piacere di vivere.

 

 

 

Fonte: MV – Marcello Veneziani del 5 dicembre 2020

 

Immagine: “Seneca morente” Paolo Rubens (Siegen 1577 – Anversa 1640)

Libri Citati

 

  • Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità
  • Marcello Veneziani
  • Editore: Mondadori
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 829,11 KB
  • Pagine della versione a stampa: 133 p.
  • EAN: 9788852018169 Acquista. € 7,99

Descrizione

Le celebri lettere di Seneca a Lucilio sono uno dei classici della letteratura latina oltre che un long seller di molte case editrici: nessuno ha mai finora, però, letto le risposte dell’amico e poeta Lucilio. Con duemila anni di ritardo Lucilio, attraverso la voce di Marcello Veneziani, risponde alle famose epistole di Seneca completando così la corrispondenza. Venti lettere che riprendono i principali temi originali, dalla felicità alla bellezza, dal potere alla morte, dalla ricchezza alla saggezza, replicando di volta in volta agli insegnamenti e alle considerazioni senechiane. Emerge, oltre allo spirito dell’epoca, una riflessione sulla vita che va “non solo vissuta ma pensata e dedicata” e sul suicidio, che a volte, come nel caso del filosofo, diventa una necessità per “vivere nella verità della vita”. Un’opera lieve, non accademica, tra la morale e la filosofia di vita, non priva di analogie, parallelismi e allusioni al tempo presente.

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