Howard Phillips Lovecraft, spesso citato come H.P. Lovecraft (1890-1937), è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, riconosciuto tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe e considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana. Le sue opere, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy e low fantasy, sono state spesso descritte, anche da lui stesso, col termine weird fiction (dove weird sta per “strano”), venendo riconosciute tra le principali origini del moderno genere letterario del new weird.

Howard Phillips Lovecraft.

 Uno dei maggiori studiosi lovecraftiani, S. T. Joshi, definisce infatti la sua opera come “un’inclassificabile amalgama di fantasy e fantascienza, e non è sorprendente che abbia influenzato in maniera considerevole lo sviluppo successivo di entrambi i generi”. Dal punto di vista del pensiero nei suoi racconti e saggi coniò la filosofia del cosmicismo, in conseguenza del suo ateismo e delle nuove scoperte scientifiche, e le sue idee in molti campi furono spesso controverse.

Inquietante e lucido, come la follia.

La tomba” è quello che può essere, certamente riconosciuto come il primo racconto maturo di Lovecraft, scritto nel giugno del 1917. In quel periodo Lovecraft ha ventisette anni ed è un uomo, per quanto ancora incerto sulla via da prendere. Tenta di arruolarsi nella Guardia Nazionale del Rhode Island ma, per intromissione della madre, ne è respinto. Qualche mese dopo, presentatosi spontaneamente al servizio di leva, verrà riformato.

La storia, semplice nella sua cruda e lucida follia orrorifica, è narrata in prima persona dal protagonista Jervas Dudley che in quello che può essere definito un lungo ed angosciante monologo, racconta l’esperienza che lo ha portato ad una sorta di follia. In questo racconto, seppur breve, vi sono a livello embrionale alcune delle costanti della narrativa di Lovecraft.

Il racconto stesso, peraltro, può anche essere definito una sorta di “biografia” impropria del Solitario di Providence che – proprio nel periodo in cui l’ha scritto – cercava una sua personale affermazione come uomo e come individuo.

Trama

Jervas, all’età di 10 anni, nel fondo di un burrone boscoso vicino alla sua casa, ha incontrato le Driadi guardiane degli alberi e sbirciando le loro danze frenetiche grazie ai raggi della luna calante ha scoperto l’ingresso del mausoleo appartenente alla famiglia Hyde, il cui palazzo situato nelle vicinanze era stato bruciato molti anni prima. L’ingresso leggermente socchiuso è chiuso con un lucchetto e Jervas tenta di forzarlo ma senza riuscirvi; dopo molta fatica inutile, scoraggiato, si addormenta davanti alla tomba. 

Ispirato dalla lettura appena fatta delle Vite parallele di Plutarco – che narra di Teseo bambino che non riusciva a smuovere la grande roccia sotto alla quale avrebbe dovuto trovare i segni del proprio destino – decide di attendere con pazienza fino a quando non sarà giunto per lui il tempo predestinato per poter entrare. Nel frattempo viene a sapere che i suoi antenati materni hanno mantenuto una leggera parentela con gli Hyde e questo gli stimola ancor più il desiderio di varcare la soglia proibita.

Una notte, alcuni anni più tardi, si mette a dormire ancora una volta accanto al mausoleo; risvegliatosi improvvisamente quand’è oramai tardo pomeriggio, gli pare di scorgere una luce attraverso una fessura della porta socchiusa, che però subito si spegne all’interno dei recessi della cripta. Tornatosene svelto a casa, ispirato va direttamente in soffitta ed all’interno di una cassa marcita recupera la chiave del lucchetto che gli ha precluso fino a quel momento l’entrata. Una volta all’interno Jervas, tra le altre bare, ne trova una vuota con scritto, nella lapide, il proprio nome.

Da quel giorno in avanti va a dormire nella bara vuota ogni notte, pur essendo consapevole del fatto di venire spiato da un vicino di casa. Sviluppa inoltre una paura del tutto irrazionale nei confronti del tuono e del fuoco. Una notte però, mentre si sta avvicinando alla tomba, vede che il palazzo degli Hyde è ritornato in vita ed al suo interno vi è una festa in corso, a cui egli si unisce. Del tutto inaspettatamente un fulmine colpisce il palazzo, che comincia così a bruciare.

Jervas perde conoscenza, dopo aver creduto di esser avvolto anche lui dalle fiamme e ridotto in cenere. Si risveglia nel seminterrato del palazzo distrutto urlante a lottare contro due uomini che cercano di trattenerlo, con il padre che assiste impassibile. Viene trovata una piccola scatola d’epoca, riportata alla luce dalla recente tempesta: all’interno si trova la miniatura di porcellana raffigurante un giovane ragazzo con le iniziali JH appostevi sopra. Jervas vede nell’immagine un’esatta riproduzione del proprio volto.

Comincia così a dire in modo sconnesso che ha dormito all’interno della tomba; a sentir queste parole il padre, addolorato per l’instabilità mentale del figlio, gli dice che non può esser riuscito ad entrare nel mausoleo in quanto il lucchetto – intatto – è arrugginito, quindi è impossibile aprirlo. Jervas viene immediatamente rinchiuso in manicomio in quanto dichiarato ufficialmente pazzo.

Hiram, servitore che nonostante tutto è rimasto fedele a Jervas, si reca su ordine del padrone ad esplorare la tomba: dopo aver rotto il lucchetto ed esser sceso con una lanterna nelle oscure profondità, ritorna ad informare Jervas che effettivamente ha rinvenuto una bara vuota con su scritto il suo nome. Rassicurato, Jervas gli dice che lì dovrà essere sepolto dopo morto.

LA TOMBA

Racconto

di

H. P. LOVECRAFT

   Nell’accingermi a raccontare i fatti che hanno portato al mio internamento in manicomio, mi rendo conto che proprio questa circostanza getterà il dubbio sull’autenticità di quello che sto per dire. È una sfortuna, ma è anche una realtà, che la maggior parte della gente abbia un’apertura mentale troppo limitata per valutare con intelligenza i fenomeni rari in cui si imbattono gli individui più sensibili, fenomeni che vanno oltre l’esperienza comune e che in pochi riescono a percepire. Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano solo in virtù dei delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le percepiamo; ma il prosaico materialismo della maggioranza condanna come follia i lampi di visione che a volte squarciano il velo dell’ottica comune e del più ovvio empirismo.

   Mi chiamo Jervas Dudley e fin dalla prima infanzia sono stato un sognatore e un visionario. Ricco al punto da non dovermi preoccupare del lavoro e inadatto per temperamento a una normale carriera scolastica (o agli intrattenimenti dei miei amici), sono sempre vissuto in regioni che non appartengono a questo mondo; ho passato adolescenza e giovinezza sulle pagine di piccoli libri sconosciuti ai più, e tra i campi e i boschi della proprietà che circonda la casa dei miei avi. Non credo che ciò che ho letto in quei libri, o visto in quei boschi, corrisponda esattamente a ciò che leggono o vedono gli altri ragazzi della mia età, ma di questo tacerò per non confermare le beffarde ipotesi sulla mia salute mentale che ogni tanto sento mormorare tra gli infermieri. Basterà raccontare gli avvenimenti senza volerne a tutti i costi analizzare le cause.

   Ho detto di essermi appartato da questo mondo, ma non di averlo fatto da solo. Nessun essere umano lo può, e se gli manca la compagnia dei vivi cercherà quella di chi non lo è o non lo è più. Vicino alla mia casa c’è un singolare boschetto che riveste una conca, e in quelle profondità ammantate di penombra ho trascorso la maggior parte del mio tempo leggendo, pensando e sognando. Ho mosso i primi passi dell’infanzia su quei declivi coperti di muschio, e intorno alle querce dai tronchi grotteschi, contorti, ho fatto le mie prime fantasticherie. Col tempo ho imparato a conoscere le driadi che abitavano gli alberi e spesso ho guardato le loro danze scatenate tra i raggi di luna… ma di questo ho deciso di non parlare. Dirò soltanto della tomba solitaria nel più oscuro dei boschi sulla collina: la tomba abbandonata degli Hyde, un’antica e folle famiglia il cui ultimo rappresentante è stato chiuso nella cripta parecchi decenni prima della mia nascita.

   La tomba è di granito antico, scolorito e corroso dalle intemperie di molte generazioni. Scavata nel fianco stesso della collina, diventa visibile solo quando si arriva davanti alla porta, e quest’ultima, una formidabile lastra di pietra, poggia sui cardini di ferro arrugginiti in modo da restare orribilmente socchiusa nonostante l’abbondanza di catene e lucchetti: questa, infatti, era la macabra usanza di mezzo secolo fa. La casa degli Hyde sorgeva sulla collina che oggi è occupata dalla tomba, ma sono passati anni da quando, dopo un fulmine disastroso, le fiamme l’hanno divorata. Del temporale che incenerì a mezzanotte quell’abitazione decrepita i vecchi della regione parlano a disagio e a bassa voce, accennando alla “collera divina” in un modo che, negli anni successivi, avrebbe alimentato il fascino suadente che il sepolcro già esercitava su di me. Nell’incendio della casa un solo uomo perì; quando l’ultimo degli Hyde fu sepolto in quel luogo di pace e d’ombra l’urna veniva ormai da terre lontane, dove la famiglia aveva cercato rifugio dopo la distruzione della casa avita. Al giorno d’oggi non c’è più nessuno che porti fiori davanti alla porta di granito e pochi hanno voglia di avventurarsi tra le ombre deprimenti che sembrano aleggiare intorno alla tomba consumata dall’umidità.

   Non dimenticherò mai la prima volta che mi avventurai presso quell’invitante casa di morte: era pomeriggio, nel pieno dell’estate, quando l’alchimia della natura trasforma il paesaggio dei boschi in una vivida e quasi omogenea massa di verde e i sensi vengono intossicati da un mare di vegetazione umida, da sottili e indefinibili odori di terra e verzura. In un paesaggio come questo la mente abbandona le coordinate abituali; tempo e spazio diventano secondari, irreali, ed echi di un passato preistorico e dimenticato affiorano con insistenza alla coscienza incantata. Per tutto il giorno avevo vagato nei boschetti fatati che coprivano la conca, pensando a cose che è meglio non ripetere e parlando con creature che non ricorderò; perché, nonostante avessi solo dieci anni, mi ero già imbattuto in meraviglie che la maggior parte della gente non conoscerà mai e sotto un certo aspetto ero stranamente maturo. Quando, dopo essermi fatto strada tra due grovigli di vegetazione selvatica, mi trovai davanti all’ingresso della cripta, non mi resi conto di quello che avevo scoperto. I blocchi neri di granito, la porta socchiusa in modo misterioso e le sculture funebri sull’arco non risvegliarono in me idee terribili o luttuose. Di tombe e sepolcri fantasticavo parecchio, ma proprio a causa del mio temperamento ero stato tenuto lontano dai cimiteri e camposanti. Probabilmente fu per questo che lo strano edificio circondato dai boschi ebbe per me soltanto un interesse speculativo: l’interno freddo e ammuffito, che invano sbirciavo dall’apertura allettante, non conteneva ai miei occhi alcun presentimento di morte e corruzione. D’altra parte, fu in quel momento di curiosità che nacque in me il desiderio irragionevole che mi ha portato in quest’inferno. Incitato da una voce che doveva venire dal cuore della foresta, decisi di entrare nell’invitante cavità oscura che la porta lasciava intravvedere, nonostante l’ostacolo rappresentato dalle catene. Nella luce incerta del giorno cercai alternativamente di scuotere gli anelli arrugginiti, con l’intenzione di spalancare la porta, o di infilarmi nello spazio che già esisteva, ma nessun tentativo ebbe successo. Se in un primo momento ero stato curioso, adesso ero addirittura frenetico, e quando tornai a casa nel crepuscolo avanzato giurai ai cento dei del boschetto che a ogni costo avrei un giorno forzato l’ingresso dell’umida, nera profondità che sembrava invitarmi. Il medico dalla barba grigia che viene ogni giorno nella mia cella ha detto una volta, rivolgendosi a un visitatore, che proprio questa decisione segnò l’inizio della mia pietosa monomania, ma su questo lascerò il giudizio ai lettori quando avranno saputo tutto.

   I mesi che seguirono la mia scoperta furono spesi in inutili tentativi di forzare il complicato sistema di chiusura della cripta, e in segrete indagini sulla storia e la natura del monumento. Con le tipiche orecchie pronte di un ragazzo imparai molte cose, anche se la mia riservatezza mi impose di non parlare a nessuno delle scoperte che avevo fatto e delle decisioni che avevo preso. Val la pena osservare che non fui affatto stupito, o spaventato, quando venni a sapere qual era la funzione della tomba. Le mie idee sulla vita e sulla morte erano piuttosto originali e da sempre mi avevano fatto sospettare un ambiguo legame tra le spoglie dei defunti e gli individui vivi e vegeti che un giorno erano stati; quindi, pensavo che la grande e terribile famiglia della casa bruciata fosse adeguatamente “rappresentata” da ciò che giaceva nel monumento di pietra, e che io ero così ansioso di esplorare. I racconti a mezza voce di riti misteriosi e sacrileghe baldorie che si erano svolti, in anni lontani, nella vecchia dimora, eccitarono ulteriormente il mio interesse. Per ore sedevo davanti alla porta socchiusa della tomba. Una volta infilai una candela nell’apertura, ma non riuscii a vedere altro che una rampa di gradini in discesa. L’odore del posto mi ripugnava e mi stregava: ebbi la sensazione di averlo già sentito, in un passato così lontano che sfidava le capacità della memoria e risaliva a prima dell’occupazione del mio corpo attuale.

   L‘anno dopo la scoperta della tomba mi imbattei in una logora traduzione delle Vite di Plutarco, che la polvere divorava nell’attico di casa mia. Leggendo la vita di Teseo fui impressionato dal brano in cui si parla della gran pietra sotto la quale l’eroe avrebbe trovato gli strumenti del suo destino, ma solo quando fosse diventato abbastanza grande da sollevarla. La leggenda ebbe l’effetto di dissipare la mia febbrile impazienza di entrare nella tomba, perché mi aiutò a capire che il tempo non era ancora venuto. Più tardi, mi dissi, avrei trovato la forza e l’ingegno necessari a liberare la porta di pietra, ma fino ad allora avrei fatto meglio a piegarmi a quello che sembrava il volere del destino. Le veglie davanti alla tomba si fecero quindi meno insistenti, e molto del mio tempo fu dedicato ad altre e non meno strane ricerche. A volte, di notte, mi alzavo senza far rumore e andavo a passeggiare nei cimiteri o in altri luoghi di sepoltura da cui i miei genitori avevano cercato di tenermi lontano. Non dirò che cosa facessi in quei posti, perché ancora non sono sicuro della realtà di certi fenomeni, ma so che dopo le mie scorribande stupivo quanti mi conoscevano con resoconti di avvenimenti dimenticati da generazioni. Fu in un’occasione del genere che sbalordii la comunità rivelando una strana opinione sulla sepoltura del ricco e famoso signor Brewster, uno Squire che aveva fatto storia locale ed era morto nel 1711, lasciando una lapide ormai ridotta in polvere con un teschio e un paio di tibie per ornamento. In uno slancio d’immaginazione puerile giurai non solo che il becchino, Goodman Simpson, avesse rubato al cadavere le scarpe con la fibbia d’argento, la giubba di seta e la biancheria di satin prima di sotterrarlo, ma che lo Squire in persona, non del tutto inanimato, si fosse girato due volte nella cassa coperta di terriccio il giorno dopo la sepoltura.

   L’idea di entrare nella tomba, naturalmente, non mi abbandonava mai e anzi fu stimolata da un’inattesa scoperta genealogica: da parte di mia madre avevamo almeno un debole legame con la stirpe degli Hyde, da tutti ritenuta estinta. Ultimo della famiglia di mio padre, ero l’estremo rappresentante anche di quella gente antica e misteriosa. Cominciai a provare la sensazione che la tomba fosse mia e ad aspettare con ansia il momento in cui avrei attraversato la porta di pietra e mi fossi avventurato giù per quegli scalini, nel buio. Presi l’abitudine di ascoltare con attenzione davanti alla tomba socchiusa, scegliendo come ore favorite quelle dopo mezzanotte, con il loro silenzio assoluto. Già prima di diventare maggiorenne avevo spianato un piccolo tratto di bosco davanti alla cripta in rovina, permettendo alla vegetazione di passare intorno e sopra il mio spiazzo, come le pareti e il tetto di un nascondiglio silvano. Il nascondiglio era il mio tempio, la porta incatenata il mio altare e là mi sdraiavo a pensare strani pensieri e sognare strani sogni. La notte della prima rivelazione era particolarmente umida. Devo essermi addormentato per la stanchezza, perché ricordo di aver avuto la sensazione di svegliarmi e poi di aver sentito le voci. Esito a parlare di quei toni, di quegli accenti, non dirò nulla della loro qualità; ma posso dire che presentavano straordinarie differenze di pronuncia, di lessico e tono rispetto alla nostra lingua corrente. Ebbi l’impressione che in quelle voci d’ombra fosse racchiusa ogni sfumatura dei dialetti del New England, dalle rozze sillabe dei coloni puritani alla puntigliosa retorica di cinquant’anni fa. Ma feci questa considerazione in un secondo momento: là per là fui distratto da un altro fenomeno, un fatto così sfuggente che non potrei affatto garantirne la realtà. Appena sveglio, dunque, mi sembrò che una luce fosse stata appena spenta nella tomba segreta. Non mi pare di essermi stupito e neppure di essere caduto in preda al panico, ma so che l’esperienza di quella notte mi cambiò profondamente. Tornato a casa mi diressi senza esitare a un decrepito baule nell’attico e là trovai la chiave con cui il giorno seguente avrei finalmente aperto la cripta. I miei assalti infruttuosi stavano per finire.

   Fu nella morbida luce del tardo pomeriggio che entrai per la prima volta nella tomba sulla collina. Mi sentivo sotto l’influsso di un incantesimo e il cuore batteva all’impazzata, con un’esultanza che posso a stento descrivere. Chiusi la porta alle mie spalle, scesi gli scalini che stillavano umidità alla luce dell’unica candela ed ebbi la sensazione di conoscere la strada; e sebbene la candela tremolasse per effetto dei miasmi, io mi sentivo a casa in quell’atmosfera da ossario. Mi guardai intorno e vidi numerose lastre di marmo che reggevano bare o i resti di bare. Alcune erano sigillate e intatte, altre quasi disintegrate, con i manici e le targhe d’argento isolati tra mucchietti di polvere bianca. Su una targa lessi il nome di Sir Geoffrey Hyde, venuto dal Sussex nel 1640 e morto pochi anni dopo. In un loculo particolarmente vistoso c’era una bara ben conservata e senza occupante, su cui era scritto un nome di battesimo e nient’altro: a leggerlo provai un brivido ma anche un senso d’euforia. Un misterioso impulso mi spinse ad arrampicarmi sulla grande lastra, a spegnere la candela e a giacere nella cassa vuota. Uscii dalla tomba nella luce grigia dell’alba e chiusi a chiave il lucchetto tenuto dalle catene. Anche se avevo patito solo ventun inverni non ero più un uomo giovane, e i mattinieri del villaggio che mi videro tornare a casa mi gettarono strane occhiate, meravigliandosi di notare i segni delle gozzoviglie notturne su uno che conoscevano per sobrio e solitario. Non osai presentarmi ai miei genitori fino a quando mi fui concesso un lungo sonno ristoratore.   

   Da quel momento in poi frequentai la tomba ogni notte, vedendo, sentendo e facendo cose che non devo svelare. Il mio modo di parlare, sempre suscettibile alle influenze dell’ambiente, fu il primo aspetto della mia personalità a subire un cambiamento. Tutti notarono la dizione arcaica che avevo acquisito, ma in seguito nel mio atteggiamento si infiltrò una certa baldanza, una certa inquietudine, finché, dopo una vita di reclusione, mi trasformai in un uomo di mondo. La mia lingua, prima silenziosa, motteggiava con la facile grazia d’un Chesterfield o l’ateo cinismo di un Rochester. Mostravo un’erudizione straordinaria e del tutto estranea ai fantastici, oziosi passatempi cui mi ero dedicato in gioventù; i margini dei miei libri si coprirono di epigrammi scritti di getto che contenevano reminiscenze di Gay, Prior e dei più brillanti rimatori del Settecento. Una mattina, a colazione, provocai quasi un disastro declamando in accenti ispirati un tipico esempio della licenziosità poetica settecentesca; un affaruccio georgiano che nessun libro s’è mai sognato di ospitare e che faceva più o meno così:

   Venite, compagni, c’è birra a volontà,

   Bevetela adesso che poi finirà;

   Mettete nel piatto montagne d’arrosto:

   Mangiare e bere ci vuole, piuttosto!

   Riempite il bicchiere d’ottimo vino,

   La vita è un passaggio più che repentino,

   E quando stecchiti sarete, miei cari,

   Né al re brinderete né alle vostre comari!

   Aveva il naso rosso Anacreonte,

   Ma che importa? Era felice come un conte

   Mi fulmini Iddio, preferisco esser rosso

   In questa cantina, che bianco in un fosso!

   Per cui, Betty cara, vienimi a baciare

   Per tutto l’inferno, l’amor voglio fare!

   Il giovane Harry, che in piedi vuol stare,

   Sotto il tavolo dovrà rotolare

   Senza parrucca né biancheria addosso:

   (Meglio sotto il tavolo che dentro un fosso!)

   Viva il vino che la sete sa placare:

   Ohi, sottoterra non c’è da trincare.

   Come son ridotto, non posso camminare,

   Figuriamoci poi star dritto o parlare!

   Qua, buona ostessa, fammi venire

   Una carrozza lesta che voglio partire.

   Mia moglie non è in casa, debbo approfittare:

   Dammi una mano, non so camminare.

   Ma che importa, se tutto sommato

   Calco la terra e non m’han sotterrato?

   Fu all’incirca nello stesso periodo che sviluppai l’attuale terrore per il fuoco e i temporali. Se prima ero stato indifferente a cose del genere, adesso ne avevo un orrore indicibile e ogni volta che minacciavano fulmini mi ritiravo nei più intimi recessi della casa. Durante il giorno uno dei miei nascondigli preferiti erano le cantine in rovina della casa bruciata, e nell’immaginazione ricostruivo il palazzo come era stato un tempo. Una volta stupii un paesano guidandolo con sicurezza a una specie di sub-scantinato, della cui esistenza ero perfettamente a conoscenza nonostante che da molte generazioni nessuno ci avesse messo piede.

   E alla fine avvenne ciò che da tempo temevo: i miei genitori, allarmati dal cambiamento di modi e d’aspetto del loro unico figlio, cominciarono a tenermi amorevolmente d’occhio notte e giorno. La cosa avrebbe potuto facilmente risolversi in un disastro. Non avevo detto a nessuno delle mie visite alla tomba, perché fin da bambino avevo tenuto segreto il mio scopo. Adesso ero costretto ad avventurarmi nel bosco con la massima cautela, scegliendo i sentieri più intricati per lasciare indietro un eventuale inseguitore. Quanto alla chiave della cripta, la portavo appesa al collo e io solo ne conoscevo l’esistenza; non ho mai portato fuori dal sepolcro gli oggetti in cui mi sono imbattuto al suo interno.

   Ma una mattina, uscendo dall’umida tomba e chiudendo il lucchetto con mano non troppo ferma, vidi tra i cespugli adiacenti la temuta faccia di una spia. Certo la fine era vicina, perché la conca era scoperta e l’obbiettivo delle mie escursioni notturne rivelato. L’uomo non si avvicinò, sicché mi affrettai a casa per sentire che cosa avrebbe detto al mio preoccupatissimo genitore. Avrei dovuto rinunciare al mio segreto, rivelarlo al mondo? Figuratevi quale fu la mia contentezza quando la spia, in un sussurro, informò mio padre che avevo passato la notte nella conca davanti alla tomba, con gli occhi sgranati come in trance e fissi sulla porta socchiusa! Per quale miracolo aveva preso una cantonata del genere? Mi convinsi di essere protetto da una forza soprannaturale, e, forte di questa grazia piovuta dal cielo, cominciai ad essere sempre meno furtivo nelle mie spedizioni alla tomba. Sapevo ormai che nessuno mi avrebbe visto entrare. Per una settimana ho goduto appieno le gioie dell’ossario e le manifestazioni di una convivialità che non oso descrivere: poi è successa la cosa che mi ha portato in questa maledetta casa di dolore e di monotonia.

   Avrei fatto meglio a restare a casa, quella notte, perché nel cielo nuvoloso si avvertiva il brontolio del tuono e dall’acquitrino in fondo alla conca si levava una fosforescenza infernale. Anche il richiamo dei morti era diverso: anziché la tomba vera e propria, il demone che mi attirava con dita invisibili era quello delle cantine bruciate di casa Hyde. Uscito da un boschetto sulla piana antistante le rovine, osservai alla luce incerta della luna uno spettacolo che mi ero vagamente aspettato: la dimora, distrutta ormai da più di un secolo, si offriva di nuovo al mio sguardo in tutta la sua eleganza e maestà, e le finestre splendevano di mille candele. Sul lungo viale d’ingresso arrivavano le carrozze dei gentiluomini di Boston, mentre a piedi seguiva una variegata assemblea di patrizi provenienti dalle ville vicine, tutti debitamente incipriati. Mi mescolai alla folla, pur sapendo di appartenere alla famiglia degli ospiti piuttosto che agli invitati. In casa c’erano musica, risate e vino in ogni bicchiere. Riconobbi parecchie facce, anche se le avrei identificate meglio se fossero state decomposte e sfigurate dalla morte. In una folla scatenata e frenetica io ero il più scatenato e il meno inibito. Dalle mie labbra scorrevano fiumi di bestemmie e nel mio terrificante abbandono non riconoscevo nessuna legge di Dio, dell’uomo o di natura. All’improvviso uno scoppio di tuono sovrastò il bailamme della congrega e rosse lingue di fiamma circondarono la casa, propagandosi tra scoppi di calore. I debosciati, terrorizzati da una calamità che trascendeva la violenza della natura, fuggirono urlando nella notte. Rimasi solo, inchiodato alla sedia da una paura che non avevo mai provato prima. Poi un nuovo orrore si impadronì della mia anima: divorato dalle fiamme, le ceneri disperse al vento, non avrei potuto essere seppellito nella tomba degli Hyde! Non avevo visto la bara pronta per me? Non avevo il diritto di riposare per l’eternità fra i discendenti di Sir Geoffrey Hyde? Sì, avrei soddisfatto il mio diritto di morte anche a costo di cercare nel tempo un altro ospite corporeo e impregnarlo del mio spirito, in modo da fargli occupare il posto che mi spetta nel loculo deserto. Jervas Hyde non condividerà il triste fato di Palinuro! Mentre la visione della casa in fiamme scompariva, mi trovai fra le braccia di due uomini contro i quali urlavo e lottavo disperatamente: uno di essi era la spia che mi aveva seguito alla tomba. La pioggia veniva giù a torrenti e sull’orizzonte meridionale guizzavano i lampi che poco prima erano passati sulla nostra testa. Mio padre, con i lineamenti contratti dal dolore, si avvicinò quando cominciai a gridare che volevo essere seppellito nella tomba e più volte ammonì i miei catturatori di essere più docili che potevano. Un cerchio nerastro sul pavimento della cantina rivelava che in quel punto si era abbattuto il fulmine, e proprio là un gruppo di abitanti del villaggio, muniti di lanterne, avevano raccolto una scatoletta di fattura antica rivelata dai fulmini. Cessando di dibattermi, cosa del resto perfettamente inutile, osservai gli indagatori che portavano alla luce il loro tesoro e ne condivisi la scoperta. La scatola, che il fulmine aveva anche aperto, conteneva parecchie carte e oggetti di valore, ma io avevo occhi per una cosa soltanto. Si trattava della miniatura in porcellana di un giovanotto con la parrucca a boccoli del Settecento, e recava le iniziali “J.H.” Il viso era così somigliante al mio che avrei potuto credere di trovarmi davanti a uno specchio.

   Il giorno seguente mi hanno portato in questa stanza dalle finestre sbarrate, ma tramite un vecchio e ingenuo servitore, cui sono affezionato dall’infanzia e che ama i cimiteri come me, ho continuato a tenermi informato. Quanto ai medici, tutto ciò che ho raccontato delle mie esperienze nella cripta ha provocato solo sorrisi di compassione; mio padre, che viene a trovarmi frequentemente, afferma che non sono mai passato dalla porta di pietra e giura che il lucchetto, esaminato da lui, non è stato usato da cinquant’anni. Dice anche che al villaggio sapevano delle mie escursioni alla tomba e che più di una volta sono stato tenuto d’occhio mentre riposavo nella conca, ai piedi della cupa facciata, con gli occhi semiaperti e fissi sulla porta socchiusa. Contro affermazioni del genere non ho nulla da opporre, dato che in quella notte di orrori ho perduto la chiave della cripta. Quanto ai sorprendenti particolari che ho appreso durante i miei incontri notturni con i morti, mio padre li attribuisce alla mia innata passione per i volumi più antichi della biblioteca di famiglia, di cui sono da sempre un instancabile lettore. Se non fosse per il vecchio Hiram, il mio servitore, a quest’ora sarei convinto anch’io di essere pazzo.

   Ma Hiram, fedele fino all’ultimo, ha continuato ad aver fiducia in me e ha fatto ciò che mi obbliga a render pubblica almeno una parte della mia storia. Una settimana fa ha forzato il lucchetto della tomba eternamente socchiusa ed è sceso con una lanterna nelle umide profondità. In uno dei loculi ha trovato una bara vuota, sulla cui targa d’argento si legge una sola parola: “Jervas”. In quel loculo, e in quella bara, hanno promesso di seppellirmi.

(The Tomb, giugno 1917)

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