La televisione: un rito collettivo che non c’è più

TELEVISIONE: LO SPECCHIO CHE SI È ROTTO
Dalla voce della verità al rumore del sensazionalismo
Redazione Inchiostronero
Per decenni, la televisione ha rappresentato uno dei più potenti strumenti di comunicazione e informazione della nostra società. Ha raccontato il mondo, educato intere generazioni, creato un linguaggio comune. Ma nel tempo qualcosa è cambiato. Dalla sobrietà dei primi telegiornali alla spettacolarizzazione dei fatti di cronaca, il giornalismo televisivo ha gradualmente ceduto al richiamo dell’audience, trasformando l’informazione in intrattenimento. In questo saggio personale e appassionato, l’autore — con esperienza diretta nel mondo della TV — ripercorre i momenti cruciali dell’evoluzione del mezzo televisivo, interrogandosi su etica, verità, responsabilità sociale e sul futuro dell’informazione. Si parla del crollo della qualità dei contenuti, dell’impatto sui più giovani, della perdita di credibilità dei media, ma anche del potenziale ancora intatto della televisione come strumento di crescita collettiva. Un invito lucido e critico a riscoprire i valori fondamentali del giornalismo e a educare lo sguardo, in un’epoca in cui essere spettatori consapevoli è più urgente che mai.
Le origini della comunicazione
Molto prima dell’invenzione della scrittura, della stampa, dei giornali e delle trasmissioni televisive, l’essere umano ha sentito il bisogno di comunicare. Un bisogno primario, tanto essenziale quanto mangiare o sopravvivere. La comunicazione è nata con noi: è il filo invisibile che ci ha permesso di condividere emozioni, tramandare esperienze e costruire società sempre più complesse.
In principio furono i gesti, i suoni gutturali, gli sguardi. Poi arrivarono le pitture rupestri, i segni incisi sulla pietra, i simboli che rappresentavano il mondo conosciuto o immaginato. L’uomo preistorico, pur privo di parole scritte, era capace di raccontare cacce, riti, sogni e paure attraverso le immagini tracciate sulle pareti delle caverne.
In quelle rappresentazioni non c’era solo sopravvivenza: c’era cultura, memoria, identità.
“La comunicazione è la vera madre della civiltà.” — Marshall McLuhan
Da quei primi segni sulle rocce alle moderne connessioni digitali, la comunicazione ha tracciato il cammino dell’umanità. E proprio lì, all’origine, si nasconde il senso profondo del nostro bisogno di raccontare, ascoltare e comprendere.
C’è stato un tempo in cui comunicare significava guardarsi negli occhi, tracciare segni su una parete di roccia o raccontare storie intorno al fuoco. Con il passare dei secoli, il desiderio umano di lasciare traccia, di condividere idee e conoscenze, ha spinto l’umanità a innovare senza sosta: dai gesti ai simboli, dai papiri alle stampe, fino a quella rivoluzione silenziosa ma potente che fu l’arrivo della televisione.
Ogni epoca ha avuto i suoi strumenti, ma uno solo ha saputo entrare nel cuore delle case, parlare a tutte le generazioni e trasformarsi in un vero e proprio rituale collettivo: la TV. Prima ancora, però, c’era il cinegiornale: un piccolo miracolo di narrazione visiva che, nel dopoguerra, raccontava il mondo a chi non poteva leggerlo. In pochi minuti, e su grande schermo, portava notizie, volti, eventi e sogni.
Oggi viviamo nell’era dell’istantaneità, del tutto-e-subito. Con un clic, possiamo accedere a notizie in tempo reale, provenienti da ogni angolo del pianeta. Ma qualcosa, lungo il cammino, si è perso.
Forse non è solo la TV che non c’è più. Forse è venuto meno quel tempo condiviso, quella lentezza che ci permetteva di ascoltare, osservare, aspettare.
Questo viaggio attraverso la storia della comunicazione non è solo una rievocazione nostalgica: è un invito a riflettere su ciò che eravamo, su cosa siamo diventati… e su cosa rischiamo di dimenticare.
Nei cinegiornali non c’erano interviste, né volti celebri a tenere banco. Tutto ruotava intorno alle immagini e al loro potere evocativo. Il suono originale era assente: a raccontare i fatti ci pensava una voce fuori campo, solenne e distante, accompagnata da una colonna sonora studiata per enfatizzare il tono emotivo delle scene. Era un tipo di narrazione semplice ma d’impatto, capace di parlare anche a chi non sapeva leggere.
Il passo successivo fu la televisione. Una svolta destinata a cambiare per sempre il rapporto tra il pubblico e l’informazione. Il primo telegiornale RAI andò in onda in via sperimentale il 10 settembre 1952, tre volte a settimana sul Primo Canale. Ma fu il 3 gennaio 1954, con l’inizio ufficiale delle trasmissioni televisive, che il TG diventò un appuntamento quotidiano. Per gli italiani, abituati alla carta stampata o alla radio, vedere con i propri occhi le immagini delle notizie era qualcosa di completamente nuovo. Creava un senso di presenza, di partecipazione diretta agli eventi.
Con gli anni, il telegiornale si espanse. Il 4 novembre 1961 approdò sul Secondo Canale, e dal 15 dicembre 1979, con la nascita della terza rete, nacque anche il TG Regionale: uno spazio dedicato all’informazione locale, che dava voce alle comunità sparse sul territorio.
All’inizio, la forma era tutto. L’impostazione vocale, la dizione perfetta, la compostezza: il TG era un’istituzione e doveva trasmettere autorevolezza. I primi annunciatori erano attori o professionisti della parola, come Riccardo Paladini, il primo speaker ufficiale, che presentò il notiziario fino al 1958. Il linguaggio era curato, sobrio, formale. Le famiglie si raccoglievano intorno a quella nuova “scatola magica” per scoprire cosa accadeva nel mondo: era un momento condiviso, quasi rituale, che contribuiva alla crescita culturale del Paese.
L’arrivo delle televisioni commerciali, negli anni Ottanta, cambiò radicalmente il panorama. La pubblicità invase gli spazi televisivi, influenzando non solo i consumi, ma anche i costumi. Chi non ha mai acquistato qualcosa solo perché lo aveva visto in TV?
In quegli anni, la televisione cominciò a diventare anche un potente strumento politico. Le opinioni si modellavano davanti allo schermo, le verità si costruivano in diretta. L’autorità del mezzo era tale che bastava una frase sentita in TV per convincere:
“Se lo dicono in televisione, sarà vero.”
Un tempo, l’informazione veniva trattata con estrema attenzione. Le notizie erano verificate, le immagini filtrate per rispetto della sensibilità del pubblico. Si evitavano scene troppo crude, si parlava con cautela. Poi qualcosa cambiò.
Il 10 giugno 1981, un evento segnò profondamente la storia della televisione italiana: la tragedia di Alfredino Rampi. Un bambino di sei anni, caduto in un pozzo artesiano, tenne con il fiato sospeso l’intera nazione. La RAI trasmise in diretta la vicenda per 18 ore consecutive, in un racconto continuo, senza filtri, senza precedenti.
Fu la prima volta che la TV entrò così a fondo nel dolore, nella speranza, nella paura di milioni di persone. E fu anche l’inizio di un nuovo modo di fare televisione: più immediato, più coinvolgente… e forse anche più invasivo.
L’impatto emotivo della tragedia di Alfredino Rampi fu travolgente. Quella diretta, passata alla storia come la prima “tv del dolore”, segnò una frattura netta nella storia della televisione italiana. Da quel momento in poi, la componente emotiva e sensazionale prese il sopravvento sull’etica e sulla sobrietà. L’informazione cominciò a rincorrere il pathos, spesso a scapito della responsabilità.
Fu l’inizio di un cambiamento profondo. Il rigore che un tempo imponeva il controllo delle fonti e la verifica delle notizie lasciò spazio alla fretta di arrivare primi, anche a costo di sacrificare la verità. Oggi, troppe informazioni vengono diffuse senza adeguate verifiche, e lo spettacolo ha spesso la meglio sul contenuto.
Le notizie vengono esasperate, i toni alzati, i servizi confezionati per colpire. Inviati affannati ricorrono a toni drammatici anche in assenza di reali emergenze, alimentando ansia e confusione. In certi casi, non si esita a intervistare persone appena colpite da tragedie, con domande che rasentano l’insensibilità: “Come si sente?”
Il rispetto per il pubblico sembra essersi smarrito, mentre l’etica professionale viene sacrificata in nome dell’audience. Sempre più spesso, la programmazione segue logiche di marketing e potere, costruita per orientare opinioni e modelli di comportamento.
Con l’avvento di internet, il ruolo del telegiornale è cambiato. Le notizie sono ormai disponibili in qualsiasi momento, su qualsiasi dispositivo. Il TG, un tempo punto fermo della giornata, ha perso centralità nella vita quotidiana. Eppure, per chi non ha familiarità con il web o non legge i giornali, resta ancora una fonte primaria d’informazione.
Oggi, più che mai, la comunicazione — che dovrebbe essere al servizio del sapere — rischia di perdere credibilità. Troppe volte la verità viene distorta, manipolata o reinterpretata. La storia ce lo insegna: anche l’informazione può essere piegata a interessi esterni.
Per questo, credo sia fondamentale riscoprire i principi fondamentali del giornalismo. Le famose 5 W — Who? What? When? Where? Why? — dovrebbero essere il punto di partenza per ogni notizia. Questo metodo semplice, ma essenziale, garantisce un’informazione chiara, oggettiva e onesta.
Un buon giornalismo dovrebbe raccontare i fatti così come sono, senza commenti personali o influenze ideologiche. Non si tratta di convincere, ma di informare. Il pubblico deve essere messo in condizione di comprendere, riflettere, e formarsi un’opinione autonoma.
Quando invece le notizie vengono colorate da opinioni soggettive, toni politici o sensazionalismi, il confine tra informazione e manipolazione si fa sottile. In un’epoca in cui l’informazione è ovunque, questo è un pericolo concreto, e lo dimostra il crescente calo di fiducia nei confronti dei media.
Negli ultimi decenni, abbiamo assistito a una deriva preoccupante. Troppi notiziari sembrano più interessati a plasmare le opinioni che a raccontare la realtà. Le notizie diventano spettacolo: si scelgono le immagini più forti, si esaltano gli aspetti più drammatici, si rincorre l’audience. Spesso, il messaggio viene filtrato e deformato da interessi politici o economici.
Questa pratica mina alla base la fiducia tra pubblico e giornalismo. Un cronista non dovrebbe mai essere un narratore di parte. Il suo compito è raccontare i fatti, con rigore e integrità.
Per tornare a un’informazione di qualità, serve coraggio. Serve tornare ai valori etici della professione. Le 5 W non sono solo una tecnica: sono una bussola per chi vuole fare giornalismo con coscienza.
Anche il pubblico ha una responsabilità. Non possiamo più essere spettatori passivi. È necessario imparare a leggere tra le righe, a verificare le fonti, a cercare prospettive diverse. Solo così possiamo difenderci dalla disinformazione e partecipare attivamente a una società consapevole.
La TV è stata — ed è ancora — un’invenzione straordinaria. Ha cambiato il modo di comunicare, informare, intrattenere. È diventata un pilastro della società moderna. Ma, come ogni strumento potente, il suo valore dipende dall’uso che se ne fa.
Fu Lee De Forest, uno degli inventori della radio, a dire nel 1926:
“La televisione può essere una curiosità scientifica, ma non ha futuro commerciale.”
Con il tempo, la televisione è diventata sempre più complessa, e spesso problematica. Il suo potenziale è immenso: può educare, informare, unire. Ma può anche distrarre, distorcere, dividere. Ho visto con i miei occhi il progressivo decadimento della qualità dei contenuti. Quello che un tempo era un mezzo di diffusione culturale si è trasformato in un contenitore di superficialità e volgarità.
I programmi educativi e culturali sono sempre più rari. La qualità cede spesso il passo a un intrattenimento urlato, povero di contenuti. Il linguaggio si è impoverito, le immagini si sono fatte più esplicite. Questo ha un impatto diretto sul pubblico, soprattutto sui più giovani.
I bambini e gli adolescenti sono spettatori vulnerabili. Assorbono ciò che vedono e costruiscono la propria visione del mondo anche attraverso la televisione. E purtroppo, i contenuti a loro dedicati sono oggi pochi e spesso inadatti. Questo espone le nuove generazioni a modelli distorti, talvolta dannosi.
È fondamentale che i genitori, gli educatori e gli adulti in generale esercitino un ruolo attivo. Limitare il tempo davanti allo schermo, scegliere con cura i programmi, guardare insieme ai più piccoli: questi gesti possono fare la differenza. La supervisione è un atto d’amore e di responsabilità.

Personalmente, credo che una delle alternative più potenti alla televisione sia la lettura. Un buon libro stimola la fantasia, arricchisce il linguaggio, sviluppa il pensiero critico. Leggere è un’esperienza attiva, che richiede attenzione, immaginazione e partecipazione. E può diventare un meraviglioso momento di condivisione tra genitori e figli.
Nonostante tutto, voglio restare fiducioso. Le nuove generazioni, più attente e sensibili, possono essere protagoniste di un cambiamento positivo. La televisione può tornare a essere ciò che era: uno strumento di crescita, di confronto, di cultura.
Nel frattempo, invito tutti a non accontentarsi. A cercare contenuti che nutrano davvero la mente e lo spirito. La televisione resta uno strumento potente, ma spetta a noi decidere come usarlo… o come proteggerci dai suoi effetti peggiori.
