Nel 1918 alcuni rivoluzionari bolscevichi radunarono i Romanov in uno scantinato e li trucidarono

TEORIA E PRASSI DELLA RIVOLUZIONE

La famiglia Romanov al completo nel 1913 Wikipedia p.d.

Nel 1918 alcuni rivoluzionari bolscevichi radunarono i Romanov in uno scantinato e li trucidarono. Fu una barbarie che nessuna necessità storica o politica potrebbe giustificare. La Chiesa ortodossa ha poi canonizzato lo zar e i suoi familiari, dichiarandoli santi e martiri.

Eliminare oggi, con uguale inumanità, i membri dell’oligarchia imperante e i loro famigli potrebbe apparire a molti un atto necessario di giustizia e di riparazione sociale. Certi conti, si dirà, si saldano solo col sangue, ma questo è opinabile. Di sicuro nessuna delle vittime verrebbe elevata alla gloria degli altari. La Chiesa di Satana, che io sappia, non celebra i suoi martiri.

Il problema che qui si pone è in realtà quello, variamente dibattuto, della violenza rivoluzionaria e della sua liceità. I noti precetti secondo cui non si fa una rivoluzione in guanti di seta né una frittata senza rompere le uova, per quanto metaforicamente efficaci, non contengono una vera autorità morale.

Nella Popolorum progressio del 1967 Paolo VI denunciava l’esistenza di “situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo”. Secondo l’enciclica, la violenza di un’azione rivoluzionaria sarebbe ammissibile come estrema ratio “nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese”.

La nostra attuale situazione mi pare rientrare a pieno diritto in questa casistica. Siamo infatti oppressi da una dittatura che non si fa scrupoli nel violare la Costituzione e i più elementari principi di legalità, spacciando per ‘bene comune’ gli interessi di multinazionali e di ristretti gruppi di potere, attentando sistematicamente alla libertà, alla salute e alla vita stessa dei cittadini.

Sembrano sussistere dunque i requisiti di una giusta rivoluzione. Se debba essere pacifica o violenta è una questione che non sta a noi decidere. Per usare le parole di J. F. Kennedy,

«sono i ricchi, e altri con grandi interessi in gioco, che possono veramente dire se il processo sarà pacifico o violento. Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica rendono inevitabile la rivoluzione violenta».


Limitarsi a forme di resistenza pacifica, di disubbidienza civile, sperando che un senso di giustizia prevalga, può essere eticamente apprezzabile. Purtroppo, però non è mai successo che un tiranno cedesse il potere senza che gli venisse violentemente richiesto. Inoltre, è certo legittimo ripudiare la violenza come strumento politico. Tuttavia, troverei assurdo equiparare la violenza del chirurgo a quella dell’assassino, quella dell’aggressore a quella di chi si difende.

È vero che il male non può essere sconfitto dal male, ma un atto violento non è a priori malvagio. Può anzi essere una forma di carità verso qualcuno la cui libertà è soffocata, la cui dignità è cancellata, la cui stessa vita è minacciata. La violenza di una giusta rivoluzione è sempre guidata da principi spirituali. Essa si pone a eguale distanza sia da una rivolta impulsiva, volta a sfogare un rabbioso risentimento, sia dalla pazienza rassegnata.

In teoria, un tiranno che abusi della pazienza del popolo dovrebbe temere una rivoluzione. Ma quest’idea è oggi superata. I più sembrano infatti dotati d’una pazienza infinita, come asini bastonati, d’una virtuosa tolleranza che permette di sopportare ogni ingiustizia. Non vedono che c’è un punto oltre il quale la pazienza si fa vizio, colpevole debolezza. E noi da tempo abbiamo superato quel limite.

Tuttavia, l’immobilismo generale non dipende solo dall’inibizione della volontà ma, in modo più essenziale, da un disorientamento della coscienza. Di fatto, la percezione comune della realtà è oggi gravemente compromessa, perché filtrata da media corrotti che si preoccupano di nascondere ai cittadini i tanti motivi che giustificherebbero una ribellione.

Il problema è che le tradizionali strutture antropologiche sono ormai irriconoscibili. Ad esempio, non si trova nulla da ridire se un uomo sposa un uomo. Allo stesso modo si guarda con indifferenza a una rivoluzione invertita, azione violenta non del popolo contro il Potere ma del Potere contro il popolo. La maggioranza, questa massa imbelle cui manca ogni energia e visione rivoluzionaria, non avverte alcuna necessità di ribellarsi. Al contrario, invoca leggi sempre più punitive, repressive e coercitive, che le garantiscano un’illusoria protezione da illusorie minacce.

«O miseras hominum mentes, o pectora caeca(“o menti misere degli uomini, o cuori ciechi”. Lucrezio De rerum natura – Libro II – vv.1-19), si può esser tanto folli e miopi? Eppure, l’uomo è per sua natura rivoluzionario. Lo è per destino prima che per scelta. Compiere il periplo dell’esistenza è la sua inevitabile rivoluzione, come un corpo celeste ruota intorno a un altro, guidato in ciò da una legge necessaria. Così l’uomo gira intorno a sé stesso, disegnando un’orbita insieme cosmica e metafisica.

Revolutio significa propriamente ritorno. “Il ritorno è il movimento della Via” dice Laozi. Questo tornare non comporta una regressione ma una ‘conversione’ al Principio da cui veniamo creati, arricchito però dalla nostra esperienza. Così, uscito dall’Eden, l’uomo vi rientra non tornando indietro ma ‘tornando avanti’.

Rivoluzionario è quindi, in senso lato, il dinamismo intrinseco che guida lo sviluppo d’ogni cosa. Non è un’evoluzione verticale ma una curva che si riavvolge su sé stessa, secondo una sorta di fisiologia dello spirito. Quando però nel flusso si formano grumi, appare necessaria un’azione di rottura che sciolga il coagulo e consenta il superamento della stasi.

Questa forza che l’essere esercita contro un ostacolo determina una rivoluzione in senso stretto, ossia il rivoltare, rovesciare quello che si pone davanti allo spirito e ne blocca il cammino. L’individuo è così chiamato a rivoluzionare le sue stagnanti strutture personali, e la società a rimuovere oppressivi poteri politici. In realtà, anche quando si rivolge a strutture esteriori, la rivoluzione manifesta sempre un conato ontologico. Rompe la sonnolenza dell’essere, lo dispiega, è travaglio di una crisi metafisica che lo fa tendere all’Assoluto.

È quindi basilare distinguere la vera dalla falsa rivoluzione. Nella prima, che potremmo definire benigna, lo spirito elimina l’impedimento per rientrare nella sua naturale orbita evolutiva. La seconda provoca invece un deragliamento dello spirito. È un gesto delirante che, nonostante i propositi progressisti, determina sempre un’involuzione.

Definisco ‘satanica’ questa seconda forma perché nemica per antonomasia di ogni progresso spirituale, di cui simula soltanto il carattere rivoluzionario. Se questa rivoluzione elimina un male è solo per crearne uno più grande. Non è necessariamente una rivoluzione repentina e ‘rumorosa’. Spesso si esplica in forme subdole e silenti, come certi tumori di cui ci avvediamo troppo tardi.

La nostra azione rivoluzionaria va diretta contro quest’idea di rivoluzione. In pratica, contro tutte quelle rivoluzioni – illuministe, industriali, scientifiche, comuniste, culturali, sessuali, sociali, tecnologiche, informatiche, cibernetiche, digitali etc. – che condannano l’uomo a una cronica instabilità e a progressivo degrado delle sue prospettive spirituali.

Non possiamo colpire forme irrigidite, apparati sclerotici, perché tutto è in fluida e incessante trasformazione. Il sistema stesso provvede da sé a una regolare liquidazione (reset) delle strutture preesistenti. L’unica struttura reazionaria è la nostra illuministica fede nel ‘progresso’. Credenza che, nella sua fissità, è di fatto il paradossale fondamento della precarietà della nostra civiltà. Contro questa illusione di progresso, contro i suoi postulati pseudo-scientifici, dobbiamo dunque lottare. Contro forze che intendono distruggere le radici spirituali dei popoli, riducendoli a masse subumane.

Ogni rivoluzione satanica induce infatti nell’uomo un progressivo abbrutimento, un’atrofia delle sue facoltà creative e spirituali. Lo vediamo nella morte dell’arte, nella perdita della dimensione poetica della vita, nello squallore urbano, nella miseria del linguaggio, nell’aumento della criminalità, della droga, della pornografia, degli psicofarmaci, nell’aberrazione di nuovi modelli familiari, nella degenerazione progressiva dei valori (al momento il Valore Supremo è non beccarsi un raffreddore).

Anche l’attuale rivoluzione vaccinale rientra chiaramente in un disegno di disintegrazione dell’umano. Forse si arriverà alla trasformazione delle persone in animali da reddito, in dispositivi biotecnologici. E già incombono nuove rivoluzioni maligne – climatiche, energetiche, transumane etc. Ognuna materiata di falsità, di false profezie apocalittiche, di false promesse messianiche.

Purtroppo, i più sono assuefatti ai sovvertimenti, alla perdita d’equilibrio. Pensano che il ribaltamento di tradizioni e valori sia una terapia efficace per liberare le potenzialità sociali e spingere l’uomo verso i suoi utopici orizzonti. Perciò la gente accoglierà queste rivoluzioni, le prime nella storia che tendono non a liberare l’uomo ma a schiavizzarlo, come un progresso.

È ingenuo credere che leggi e costituzioni possano arginare la decadenza. Ogni legge scritta può diventare strumento di iniquità, se vengono cancellate le leggi non scritte della coscienza. Prova ne è questa proliferazione di decreti anticostituzionali, che non garantiscono alcuna legalità ma al contrario generano sofferenza, caos e abusi.

La politica che non risponde più a un ordine metafisico diventa infatti schiava di poteri economico-finanziari, di ideologie senza alcun rispetto della dignità umana. Questo nuovo declino dell’Occidente, che ci precipita nella barbarie, durerà finché non ridaremo alla nostra civiltà un fondamento religioso, che le impedisca derive materialistiche e tiranniche.

In questi tempi oscuri, il valore di una prassi rivoluzionaria sarà dunque il suo esser contro-rivoluzionaria. Questo non significa un ritorno al passato. Portare indietro le lancette del tempo è non solo impossibile ma anche inutile. Il male attuale, infatti, non emerge dal nulla, ha radici lontane. Più che occuparci dei suoi sintomi storici, dovremmo indagarne e rimuoverne le cause metafisiche.

Possiamo solo ‘tornare avanti’, seguendo la Via di una rivoluzione naturale che non divora i propri figli ma li nutre. Per tornare a un mondo più stabile e vero. Dovremo formare fasci rivoluzionari, unendo le nostre forze a quelle di altri ribelli. Uomini liberi che condividono la passione per la verità, refrattari alle soteriologie tecnico-scientifiche e al progressismo disumanizzante, cresciuti quanto basta per non credere alle favole del sistema.

Compito della nostra rivoluzione è ritornare a una visione spirituale della vita, perché sappiamo che una civiltà privata del Sacro decade e muore. Ciò che riguarda le forme concrete di resistenza e di lotta non può essere deciso che in relazione alle circostanze. Saremo pochi, verremo sconfitti? Non importa. La vera rivoluzione non si esaurisce nella dimensione dei fatti ma si rivolge alla verità che abita nel cuore dell’uomo. Solo tornando al cuore comprendiamo che il fine del nostro anelito rivoluzionario non è ‘realizzare sé stessi’ (questo è quello che vogliono tutti i rivoluzionari satanici) ma condividere quella bellezza e quella libertà che sono sostanza dello spirito.

Livio Cadè

 

 

 

Fonte Ereticamente del 23 gennaio 2022

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