I protagonisti che hanno fatto l’Italia popolare

«Tex, il fumetto che ha attraversato quasi ottant’anni di storia italiana»

Non conta più soltanto quante copie vende: il vero fenomeno è la sua straordinaria longevità culturale.

Redazione Inchiostronero


NOTA REDAZIONALE

Perché alcuni personaggi sopravvivono al proprio tempo mentre altri scompaiono? La risposta non dipende soltanto dal successo editoriale. Tex Willer rappresenta un caso quasi unico nella cultura italiana: nato nel 1948, continua ancora oggi a essere pubblicato, attraversando generazioni, mutamenti sociali e trasformazioni del gusto. Questo saggio non ricostruisce la storia del celebre ranger, ma riflette sulle ragioni della sua eccezionale durata, mostrando come un fumetto possa trasformarsi in un autentico fenomeno culturale e in una parte della memoria collettiva del nostro Paese.

Quando si parla di Tex, il primo errore è quello di guardare ai numeri. È vero: le copie vendute non sono più quelle degli anni d’oro. Il fumetto italiano, come l’intera editoria, ha conosciuto una lenta ma costante contrazione del pubblico, e neppure il ranger creato da Gian Luigi Bonelli è rimasto immune da questo processo. Eppure sarebbe superficiale misurare il suo valore esclusivamente attraverso le tirature. Esistono fenomeni culturali la cui importanza non coincide con il successo commerciale del momento, ma con la loro capacità di attraversare il tempo. È qui che Tex diventa un caso quasi unico nella storia del fumetto italiano.

Molti personaggi che sembravano destinati a un futuro luminoso sono stati inghiottiti dall’oblio. Alcuni hanno conosciuto stagioni fortunate per poi scomparire nel giro di pochi anni; altri sono sopravvissuti soltanto grazie a ristampe o a un ristretto gruppo di appassionati. Tex, invece, continua a essere pubblicato ininterrottamente dal 1948. Non è un dettaglio editoriale. È un fenomeno culturale.

La domanda, allora, cambia completamente. Non è più: «Quante copie vende Tex?», ma «Perché Tex continua a esistere dopo quasi ottant’anni?».

Le spiegazioni abituali chiamano in causa l’abilità degli sceneggiatori, il fascino del West, la qualità dei disegni o la forza del marchio editoriale. Tutti elementi reali, ma nessuno sufficiente. Se bastassero una buona sceneggiatura o splendide tavole illustrate, il fumetto italiano sarebbe popolato da decine di personaggi altrettanto longevi. Evidentemente il segreto risiede altrove.

Tex appartiene a quella ristretta categoria di figure immaginarie che finiscono per rappresentare qualcosa di più della storia che raccontano. Come accade ai grandi personaggi della letteratura, egli smette progressivamente di appartenere soltanto ai propri autori e diventa parte dell’immaginario collettivo. Il lettore non acquista semplicemente un albo: ritrova un mondo già conosciuto, fatto di regole morali, di paesaggi familiari e di un protagonista che, pur affrontando avventure sempre diverse, rimane fedele a se stesso.

In un’epoca dominata da eroi tormentati, psicologicamente instabili e continuamente impegnati a mettere in discussione la propria identità, Tex rappresenta quasi un’anomalia. Non è privo di dubbi perché sia ingenuo, ma perché possiede un saldo criterio di giudizio. Sa distinguere il giusto dall’ingiusto senza dover trasformare ogni scelta in un interminabile conflitto interiore. Questa semplicità morale, oggi spesso considerata sospetta, costituisce probabilmente una delle ragioni della sua durata.

Vi è poi un altro elemento, meno evidente ma forse ancora più importante. Tex esercita l’autorità senza incarnare il potere. È un ranger, collabora con le istituzioni quando esse perseguono la giustizia, ma non esita a opporsi ai rappresentanti della legge quando questi si lasciano corrompere dall’interesse personale o dall’abuso. Il suo criterio non è l’obbedienza, bensì la giustizia. È una distinzione sottile, eppure decisiva. Per questo il personaggio è riuscito a parlare a generazioni molto diverse tra loro, evitando di essere identificato con una particolare ideologia politica.

Anche il rapporto con i nativi americani merita attenzione. In anni in cui il western tradizionale proponeva spesso una contrapposizione schematica tra “buoni” e “cattivi”, Tex mostrava una sensibilità sorprendentemente moderna. La sua appartenenza ai Navajo non era un semplice espediente narrativo, ma un modo per mettere in discussione gli stereotipi più diffusi sul West. Ancora una volta, il fumetto si rivelava meno superficiale di quanto molti critici fossero disposti ad ammettere.

Forse, però, il vero segreto della sua longevità consiste nella continuità. Mentre gran parte della cultura contemporanea rincorre incessantemente la novità, Tex ha scelto una strada opposta. Non ha inseguito le mode del momento. Non si è trasformato radicalmente per adattarsi a ogni cambiamento del gusto. È cambiato lentamente, quasi impercettibilmente, conservando la propria identità fondamentale. In un mondo in cui tutto sembra provvisorio, questa fedeltà a se stesso è diventata un valore.

È curioso osservare come il fumetto sia stato a lungo considerato un genere minore. Per decenni la critica ha riservato la propria attenzione esclusivamente alla grande letteratura, lasciando ai margini un patrimonio narrativo che ha formato l’immaginario di milioni di lettori. Eppure intere generazioni italiane hanno imparato il significato della lealtà, dell’amicizia, del coraggio e della responsabilità anche attraverso le pagine di Tex. Non perché il fumetto sostituisse la filosofia o la letteratura, ma perché ogni grande racconto, indipendentemente dal mezzo espressivo, contribuisce a costruire una visione del mondo.

Da questo punto di vista, Tex appartiene alla stessa famiglia simbolica di molti personaggi destinati a sopravvivere ai propri creatori. Non è soltanto un protagonista di avventure ambientate nel West. È un archetipo. Rappresenta l’uomo che affronta il conflitto senza perdere il senso della misura, che combatte l’ingiustizia senza trasformarsi in vendicatore, che esercita la forza senza rinunciare all’equilibrio. Sono qualità antiche, quasi classiche, e forse proprio per questo continuano a esercitare un fascino particolare.

È probabile che le tirature non tornino mai più ai livelli del passato. Sarebbe ingenuo immaginarlo in un’epoca dominata dalle piattaforme digitali, dai videogiochi e dai social network. Ma questo non diminuisce il significato del fenomeno. Le civiltà non si misurano soltanto attraverso ciò che producono oggi, bensì anche attraverso ciò che riescono a conservare nel tempo. Tex è una di queste permanenze. Un filo che unisce lettori lontani fra loro decenni, linguaggi e sensibilità differenti.

Forse è proprio questa la lezione più interessante. Un personaggio immaginario non diventa un classico perché continua a vendere milioni di copie. Diventa un classico quando riesce a rimanere riconoscibile mentre il mondo cambia. La longevità, in questo senso, non è una semplice questione editoriale: è la prova che alcune storie possiedono una forza capace di superare il tempo. Tex appartiene a questa rara categoria. Ed è probabilmente per questo che, dopo quasi ottant’anni, non rappresenta soltanto un fumetto italiano, ma una piccola parte della memoria culturale del nostro Paese.

La Redazione

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Grazie alla CO2 il verde globale raggiunge un nuovo record»

Il pianeta si colora sempre più verde …