«A furia di credere nei suoi sogni, l’uomo li ha resi realtà.»

Arthur Schopenhauer

 

 


Mancano poco giorni all’anniversario dell’allunaggio avvenuto il 20 luglio 1969. Ma nessuna operazione elegiaca potrà mai sovrastare quell’emozione di cinquant’anni fa provata davanti ai teleschermi con quelle sgranatissime immagini bianconere che la Rai, con un Tito Stagno emozionatissimo, irraggiò nell’etere italiano.

Volendo andare controcorrente non sfugge il doppio albo di Hergé che Rizzoli Lizard manda nelle librerie dove ritrovare il sapore eroico e l’ambiziosa innocenza degli anni dell’era spaziale, che Hergé – con grande sensibilità – aveva saputo anticipare e cogliere con ineguagliabile maestria seducendo anche Spielberg che nel 2011 mandò sugli schermi Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno.

Nel dittico Obiettivo Luna e Uomini sulla Luna, che uscirono nel 1953 e 1954. In quegli anni l’idea di spedire uomini sulla luna era solo fantascienza o un’esibizione muscolare nella gara allo spazio che opponeva Usa e Urss in una guerra fredda.

   La storia parte dall’immaginario paese balcanico, non allineato, di Syldavia nota anche come il regno del Pellicano Nero che, oltre ad esportare acque minerali, vuole usare il suo uranio non per fabbricare bombe atomiche ma per costruire un motore così potente da portare un razzo sulla luna. La missione, organizzata dal Professor Girasole stralunato scienziato sordo che capisce Roma per Toma e dal collega Wolff, porta Tintin e il solito gruppo di compagni di avventura sul nostro satellite. Hergé dipana l’intreccio in maniera lineare, mettendo in scena piccoli incidenti tecnici che mettono a rischio l’incolumità della compagnia.

Una volta allunati sul satellite l’equipaggio si prepara a svolgere il suo lavoro di ricerca scientifica. Ma le cose non vanno per il verso giusto: durante il volo i due sbadati detective Dupont e Dupond sbucano dalla stiva (si erano imbarcati casualmente a causa di un malinteso sull’ora del lancio), e le riserve di ossigeno sono così razionate.

Girasole fa subito notare che la missione dovrà essere riconsiderata, perché il consumo di ossigeno addizionale causato dai due ospiti imprevisti diminuisce il tempo a disposizione. Sottolineare la limitatezza della riserva di ossigeno porta in primo piano un vincolo fondamentale dell’avventura, sul quale Hergé farà leva per innalzare bruscamente la tensione.

Nel dittico lunare la morte compare tre volte. Se nel primo episodio era quella di un componente di un commando, semplicemente annunciata dal sistema di comunicazione del centro di ricerca (resta per così dire immateriale), nel racconto della missione è una presenza incombente, parte integrante dello scenario e la cui prossimità Hergé fa entrare in gioco fin dalle prime battute.

Il lettore è infatti messo di fronte a una questione non aggirabile: non c’è abbastanza ossigeno per tutti e il ritorno a terra della missione richiede che qualcuno muoia.

   Da parte del fumettista si potrebbe ravvisare una preveggenza in quanto il fumetto anticipa la realtà. All’Apollo 13 successe la stessa cosa. In seguito a un guasto il rientro degli astronauti fu un epos straordinario dove rischiarono l’asfissia.

Il finale della storia lascia l’amaro in bocca scoprendo che lo scienziato Wolff, spinto dal vizio gioco d’azzardo, è diventato una spia. Wolff, dunque, è il traditore ed egli ha raccontato la sua storia. Una storia che lo rivela soprattutto fragile e succube delle proprie debolezze. Egli si pente e si sacrifica lanciandosi nel vuoto cosmico per lasciare la sua razione d’ossigeno a Tintin e compagni. Hergé mette in scena il sacrificio di Wolff in maniera sintetica e intensa. Era redenzione, certo, ma provocò polemiche perché il suicidio in un albo per ragazzi non era educativo.

Certo, Tintin, Haddock e Girasole scagionano Wolff anche pubblicamente, ma resta il disagio perché, dal punto di vista narrativo, il suo riscatto è legato alla sua scelta di sacrificarsi.

Hergé usò la consulenza di un amico scienziato per rendere la storia verosimile. Dalle sollecitazioni del corpo in assenza di gravità alla mancanza di suono sulla luna: tutto è fisicamente corretto. Per la fantascienza si ispirò a Uomini sulla Luna un film del 1950 diretto da Irving Pichel. A Georges Méliès in Viaggio nella Luna del 1902, ai razzi di Werner von Braun, il mitico scienziato di Hitler che gli americani avevano strappato ai sovietici.

   Se c’è una morale in questa storia non è nell’entusiasmo scientifico per il grande passo dell’umanità sul satellite, ma per una frase che Hergé fa pronunciare al suo eroe quando si affaccia fuori dalla navicella: «è un passaggio da incubo, spaventoso e desolato. Non un albero, un fiore, un filo d’erba. Il cielo è nero come pece, e con migliaia di stelle. Ma immobili, gelide… senza quello scintillio che dalla terra le fa sembrare vive». Consapevolmente aggiunge: «il solo posto dove si sta bene è la nostra cara vecchia terra».

Una verità che, in seguito nel duello nucleare tra capitalisti e comunisti, rischiava di finire male.

Hergé

L’autore.

Pseudonimo di Georges Prosper Remi. Il fumettista belga Hergé (1907-1983) è diventato famoso per la serie di Tin Tin iniziata nel 1929 sulle pagine di un quotidiano cattolico e proseguita su «Le Soir», controllato dagli invasori nazisti. Due matrimoni, nessun figlio, una personalità tormentata, fu accusato di collaborazionismo dopo la guerra e poi scagionato.

 

 

Storica diretta Rai: L’uomo sulla Luna (1969)

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    16 Luglio 2019 a 14:07

    Leggevo spesso, da ragazzina, le avventure di Tin Tin. Mi hanno tenuto compagnia e mi hanno fatto sognare. L’uomo ha messo piede sulla luna senza trovare nulla di speciale… il mistero e il fascino della luna, nel 2019, rimangono intatti.

    rispondere

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