Quando cambiano le forme della conoscenza cambia anche la civiltà

Immagine creata con l’intelligenza artificiale

«Tra algoritmi e monasteri»

Università, intelligenza artificiale e la nascita di un nuovo monachesimo culturale

Redazione Inchiostronero

Nota redazionale

Con Tra algoritmi e monasteri l’autore propone una riflessione sul mutamento delle forme della trasmissione del sapere nella contemporaneità. A partire dalla trasformazione del ruolo dell’università e dall’emergere dell’intelligenza artificiale come nuova infrastruttura cognitiva, il saggio introduce l’ipotesi interpretativa di un passaggio storico verso un “Medioevo epistemico”: non una regressione culturale, ma una transizione in cui la conoscenza cambia strumenti, luoghi e responsabilità.

Il riferimento simbolico al monachesimo non va inteso in senso nostalgico, bensì come immagine della possibile nascita di nuove comunità di custodia del sapere in un’epoca caratterizzata dall’accesso illimitato alle informazioni e dalla crescente difficoltà di orientarsi al loro interno. In questo scenario, il problema non è la disponibilità dei contenuti, ma la continuità dell’interpretazione.

Il saggio si inserisce nel solco di alcune intuizioni già formulate da Roberto Vacca nel suo Il Medioevo prossimo venturo,(1) riprendendone la diagnosi sulla fragilità dei sistemi complessi e sviluppandola sul terreno delle infrastrutture del sapere contemporaneo. Ne emerge una proposta di lettura del presente che invita a riconoscere, accanto alla trasformazione tecnologica, la nascita di nuove forme di responsabilità culturale.

Non è il Medioevo che crediamo

Ogni epoca ha bisogno di una parola con cui nominare la propria inquietudine. La nostra ha scelto, da tempo, la parola Medioevo. La pronunciamo per indicare confusione, regressione, perdita di orientamento. È una scorciatoia mentale, una metafora difensiva: dire “torniamo al Medioevo” significa rassicurarci che il presente sia soltanto un incidente temporaneo dentro una storia che continua comunque a procedere in avanti.

Ma la storia non procede mai soltanto in avanti. Cambia forma.

Il Medioevo storico non fu un’epoca senza sapere. Fu un’epoca in cui cambiarono i luoghi del sapere. Le biblioteche scomparvero dalle città e ricomparvero nei monasteri. Le scuole cambiarono funzione. La trasmissione della cultura cessò di essere un fatto diffuso e divenne una responsabilità custodita. Non venne meno la conoscenza: cambiò la sua geografia.

Qualcosa di simile sta accadendo oggi.

Per secoli la modernità ha costruito un’architettura stabile della trasmissione culturale: scuola, università, editoria, enciclopedie, istituzioni scientifiche. Il sapere sembrava garantito dalla loro esistenza. Non era necessario custodirlo: bastava attraversarlo. Non era necessario difenderlo: bastava frequentarlo.

Ora questa architettura non sta crollando, ma si sta trasformando. L’università cambia funzione, l’informazione si accelera fino a perdere profondità, e l’intelligenza artificiale diventa una nuova infrastruttura della conoscenza. Non siamo meno informati di ieri. Siamo, forse, meno orientati.

Per questo parlare oggi di un nuovo Medioevo non significa evocare un ritorno alla barbarie. Significa riconoscere una mutazione più sottile e più decisiva: quella delle forme attraverso cui il sapere viene prodotto, trasmesso e custodito.

Non stiamo entrando in un’epoca senza conoscenza.
Stiamo entrando in un’epoca in cui la conoscenza cambia custodi.

La modernità e l’illusione della conoscenza stabile

Per comprendere la trasformazione che stiamo attraversando è necessario ricordare una cosa essenziale: l’idea che la conoscenza sia stabile, accessibile e garantita non è naturale. È una costruzione storica. E, come tutte le costruzioni storiche, ha avuto un inizio.

Tra il XVII e il XX secolo l’Europa ha edificato una delle più straordinarie infrastrutture culturali della storia: la scuola pubblica, l’università moderna, l’editoria scientifica, le enciclopedie, le biblioteche civiche, i sistemi di formazione professionale. Non si trattava soltanto di istituzioni. Era un progetto di civiltà.

Per la prima volta nella storia, il sapere non veniva custodito da minoranze specializzate ma distribuito, organizzato, reso progressivamente accessibile. L’Illuminismo non fu soltanto una stagione filosofica: fu un’architettura sociale della conoscenza.

In quel contesto nacque una convinzione nuova e potente: che il sapere fosse cumulativo, stabile, trasmissibile senza interruzioni. Che ogni generazione potesse partire da dove la precedente si era fermata. Che la conoscenza fosse ormai entrata in una fase irreversibile di crescita.

Era una convinzione comprensibile. Ma era anche, almeno in parte, un’illusione.

Perché ciò che appariva naturale era in realtà sostenuto da un equilibrio delicato: la fiducia nelle istituzioni, la stabilità delle strutture educative, l’autorità culturale riconosciuta della ricerca scientifica, la lentezza necessaria alla formazione del pensiero. Finché questo equilibrio ha retto, la conoscenza è sembrata un paesaggio stabile.

Si poteva entrare in una biblioteca e sapere che ciò che vi si trovava era il risultato di una selezione, di una gerarchia, di una responsabilità culturale. Si poteva frequentare un’università e riconoscere in essa non solo un luogo di studio, ma un orientamento del sapere. Si poteva aprire un’enciclopedia e sentirsi parte di una comunità intellettuale più ampia.

In altre parole, la conoscenza sembrava avere una casa.

Questa casa non era perfetta. Non era neutrale. Non era accessibile a tutti nello stesso modo. Ma era riconoscibile. E soprattutto era stabile abbastanza da generare fiducia.

La modernità ha vissuto dentro questa fiducia per almeno due secoli. Ha creduto che la trasmissione del sapere fosse ormai garantita dalle sue istituzioni. Ha pensato che la conoscenza potesse diventare un ambiente permanente, non più una conquista fragile.

Era una convinzione comprensibile, ma storicamente eccezionale.

Oggi stiamo scoprendo che quella stabilità non era definitiva. Le istituzioni del sapere non stanno scomparendo, ma stanno cambiando funzione. Le forme della trasmissione culturale non sono più quelle che abbiamo ereditato dall’età moderna. E ciò che sembrava un patrimonio acquisito comincia lentamente a trasformarsi in una responsabilità da rinegoziare.

Non stiamo assistendo alla fine della conoscenza.
Stiamo assistendo alla fine della sua apparente stabilità.

Quando l’università smette di essere il centro del sapere

Negli ultimi anni una trasformazione silenziosa ha attraversato molte università occidentali. Non riguarda soltanto i programmi o i metodi di insegnamento, ma la struttura stessa della trasmissione del sapere. Sempre più spesso l’insegnamento viene affidato a figure giovani, flessibili, temporanee, inserite in sistemi accademici che privilegiano la rapidità della produzione scientifica rispetto alla maturazione critica delle discipline.

Non si tratta di un problema generazionale. È un cambiamento strutturale. La figura del docente come custode di una tradizione interpretativa, capace di orientare gli studenti dentro una storia del sapere, tende progressivamente a lasciare spazio a un modello più leggero e funzionale: trasmettere contenuti, aggiornare competenze, rispondere a standard valutativi.

In parallelo cresce la fiducia nelle tecnologie di assistenza cognitiva e nei sistemi di intelligenza artificiale come strumenti di accesso immediato alla conoscenza. L’effetto combinato di questi due processi produce una trasformazione profonda: l’esperienza disciplinare smette di essere il principale filtro interpretativo del sapere.

Non è una crisi dell’università. È un cambiamento della sua funzione storica.

Se la modernità aveva costruito istituzioni capaci di garantire la continuità della trasmissione culturale, oggi quella continuità non appare più automatica. È in questo passaggio che torna attuale l’intuizione di Roberto Vacca, quando ipotizzava la possibilità di un “Medioevo prossimo venturo”: non un ritorno alla barbarie, ma una fase storica in cui la complessità dei sistemi supera la capacità diffusa di comprenderli.

Oggi quella intuizione può essere riletta in una forma nuova. Non riguarda soltanto le infrastrutture tecnologiche. Riguarda le infrastrutture del sapere.

L’intelligenza artificiale come nuova infrastruttura epistemica

Ogni civiltà si organizza attorno a un’infrastruttura della conoscenza. Non sempre la riconosce, ma ne dipende. La biblioteca, la scuola, l’università, la stampa, l’enciclopedia: tutte queste istituzioni non hanno soltanto trasmesso contenuti. Hanno costruito un modo di pensare il sapere, un ritmo della comprensione, una gerarchia dell’autorevolezza.

Oggi questa infrastruttura sta cambiando forma.

L’intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento più efficiente per accedere alle informazioni. È una nuova mediazione tra l’uomo e la conoscenza. E ogni volta che cambia la mediazione, cambia anche il modo in cui il sapere viene percepito, selezionato, interpretato.

Per secoli conoscere ha significato attraversare un percorso: leggere, confrontare fonti, riconoscere tradizioni interpretative, maturare un orientamento. La conoscenza era un’esperienza temporale. Richiedeva durata. Richiedeva disciplina. Richiedeva responsabilità.

Oggi, sempre più spesso, conoscere significa ottenere una risposta.

Questa trasformazione non è superficiale. È strutturale. Quando l’accesso alla conoscenza diventa immediato, il sapere tende a presentarsi non come un processo, ma come un risultato. Non come una costruzione, ma come una disponibilità. Non come un itinerario, ma come un servizio.

L’intelligenza artificiale introduce una nuova grammatica epistemica.

Non sostituisce la conoscenza.
Riorganizza la sua accessibilità.

Non elimina l’interpretazione.
Ne ridefinisce il luogo.

Non cancella la memoria.
La esternalizza.

Per la prima volta nella storia, una parte crescente dell’attività interpretativa viene delegata a sistemi che non appartengono alla tradizione culturale nel senso classico del termine. Non sono scuole. Non sono biblioteche. Non sono comunità disciplinari. Sono architetture algoritmiche capaci di selezionare, sintetizzare e restituire informazione su scala globale.

Questo produce un effetto ambivalente.

Da un lato, la conoscenza diventa più accessibile che in qualunque epoca precedente. Mai così tanti individui hanno potuto interrogare così rapidamente una quantità così vasta di contenuti. In questo senso l’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria espansione delle possibilità cognitive individuali.

Dall’altro lato, l’accesso tende a sostituire l’orientamento.

La differenza è decisiva.

Accesso significa poter raggiungere l’informazione.
Orientamento significa sapere dove ci si trova dentro di essa.

Le infrastrutture moderne della conoscenza – scuola, università, editoria – avevano costruito proprio questo orientamento. Non fornivano soltanto dati. Fornivano contesti. Non offrivano soltanto risposte. Offrivano tradizioni interpretative.

L’intelligenza artificiale, invece, tende a presentare la conoscenza come uno spazio continuamente interrogabile ma raramente abitabile.

In questo senso essa non rappresenta soltanto un progresso tecnologico. Rappresenta un mutamento della forma culturale del sapere.

Non stiamo assistendo alla fine delle istituzioni della conoscenza. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova infrastruttura epistemica che convive con esse, le integra, ma allo stesso tempo ne modifica la funzione storica.

Ed è proprio in questo passaggio che si rende visibile una delle caratteristiche più profonde del nuovo Medioevo epistemico: la conoscenza non scompare, ma cambia luogo. Non si perde, ma cambia custodi.

La fine dell’illusione enciclopedica moderna

Per oltre due secoli la civiltà europea ha vissuto dentro un’immagine rassicurante della conoscenza: quella enciclopedica. Non si trattava soltanto di un modello editoriale, ma di una vera e propria forma mentale. L’idea che il sapere potesse essere raccolto, ordinato, classificato e progressivamente ampliato fino a diventare patrimonio stabile dell’umanità ha rappresentato una delle convinzioni più profonde della modernità.

L’enciclopedia non era solo un libro. Era una promessa.

Prometteva che la conoscenza fosse cumulativa.
Prometteva che fosse accessibile.
Prometteva che fosse ordinabile.

In altre parole, prometteva che il sapere potesse diventare uno spazio abitabile.

La scuola moderna, l’università ottocentesca, le biblioteche pubbliche e l’editoria scientifica si sono sviluppate dentro questa stessa fiducia: che la conoscenza potesse essere organizzata in modo progressivo e trasmessa senza fratture da una generazione all’altra. La cultura appariva come una costruzione continua, una casa che cresceva stanza dopo stanza.

Oggi quella casa non è crollata. Ma non è più il centro della nostra esperienza del sapere.

La rete digitale ha trasformato radicalmente il rapporto tra informazione e orientamento. L’enciclopedia presupponeva una gerarchia. Presupponeva una selezione. Presupponeva una responsabilità editoriale riconoscibile. La conoscenza non era soltanto disponibile: era organizzata secondo criteri di significato.

La conoscenza contemporanea, invece, tende sempre più a presentarsi come simultaneità.

Non si entra più nel sapere attraversando percorsi.
Si entra interrogando spazi.

Non si costruisce più lentamente una mappa.
Si attraversano territori senza confini stabili.

Questa trasformazione non è necessariamente una perdita. È una mutazione. Ma è una mutazione profonda, perché modifica la relazione tra l’individuo e il sapere.

L’enciclopedia moderna insegnava implicitamente che la conoscenza aveva una forma. Che esistevano centri e periferie, priorità e derivazioni, discipline e confini. In altre parole, insegnava che il sapere era orientabile.

Oggi la conoscenza è sempre più accessibile, ma sempre meno gerarchizzata. È disponibile ovunque, ma raramente situata. È interrogabile in ogni momento, ma difficilmente riconoscibile come struttura coerente.

Non siamo meno informati.
Siamo meno accompagnati.

Questa è la vera fine dell’illusione enciclopedica moderna.

Non è venuta meno la quantità del sapere. È cambiata la sua forma culturale. La modernità aveva costruito un ambiente in cui la conoscenza sembrava crescere secondo una direzione riconoscibile. Il presente ci consegna invece un ambiente in cui la conoscenza cresce senza un centro evidente.

In questo nuovo paesaggio epistemico, il problema non è più l’accesso ai contenuti. Il problema diventa l’orientamento dentro di essi.

Ed è proprio qui che si apre lo spazio storico del nuovo Medioevo epistemico: non un’epoca priva di conoscenza, ma un’epoca in cui la conoscenza smette di apparire naturalmente ordinata e torna a richiedere custodi, interpreti, comunità capaci di conservarne il senso.

Il Medioevo prossimo venturo: la diagnosi anticipatrice di Roberto Vacca

All’inizio degli anni Settanta, quando la fiducia nel progresso tecnico sembrava ancora indiscussa, Roberto Vacca pubblicò un libro destinato a suscitare sorpresa e inquietudine: Il Medioevo prossimo venturo. Non era una profezia apocalittica, né una denuncia nostalgica. Era, piuttosto, un tentativo di comprendere la fragilità nascosta dentro la complessità crescente della civiltà moderna.

La sua intuizione era semplice e radicale: più i sistemi diventano sofisticati, più diventano vulnerabili. E soprattutto diventano comprensibili soltanto a una minoranza di specialisti.

Secondo Vacca, la modernità aveva costruito un equilibrio straordinario ma instabile. Trasporti, energia, telecomunicazioni, infrastrutture tecniche: tutto funzionava perché sostenuto da reti sempre più interdipendenti. Ma proprio questa interdipendenza rendeva possibile una regressione non improvvisa e spettacolare, bensì lenta, silenziosa, quasi invisibile. Non un crollo della civiltà, ma una perdita progressiva della capacità diffusa di comprenderne il funzionamento.

Era questo, per Vacca, il vero rischio di un “nuovo Medioevo”.

Non l’assenza di tecnologia.
La perdita della competenza diffusa.

La sua analisi riguardava soprattutto i sistemi materiali. Tuttavia, a distanza di decenni, quella diagnosi può essere riletta in una prospettiva più ampia. Oggi non sono soltanto le infrastrutture tecniche a diventare opache per la maggioranza delle persone. Anche le infrastrutture del sapere stanno cambiando natura.

Se negli anni Settanta la domanda implicita era:

chi saprà far funzionare i sistemi?

oggi la domanda diventa:

chi saprà orientarsi dentro i sistemi del sapere?

La differenza è decisiva.

L’università moderna aveva costruito un modello di trasmissione culturale fondato sulla continuità disciplinare. Le istituzioni educative garantivano un percorso riconoscibile. Le biblioteche e l’editoria offrivano mappe interpretative condivise. La conoscenza non era soltanto disponibile: era situata.

Nel mondo contemporaneo, invece, la complessità non riguarda soltanto le macchine. Riguarda la conoscenza stessa. L’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e la trasformazione delle istituzioni accademiche stanno ridefinendo i luoghi della mediazione culturale. Non assistiamo a una diminuzione delle informazioni, ma a una loro riorganizzazione secondo logiche nuove, spesso invisibili a chi le utilizza.

In questo senso, l’intuizione di Vacca appare oggi sorprendentemente attuale. Egli aveva previsto un Medioevo dei sistemi. Noi cominciamo a intravedere un Medioevo del sapere.

Non perché la cultura stia scomparendo.
Ma perché cambia la forma della sua trasmissione.

Nel Medioevo storico la continuità del sapere fu garantita da comunità minoritarie capaci di custodire testi, metodi e tradizioni interpretative mentre il contesto circostante mutava profondamente. Oggi una trasformazione analoga non riguarda i manoscritti, ma l’orientamento culturale. Non riguarda la sopravvivenza dei testi, ma la capacità di leggerli dentro una struttura di senso condivisa.

È in questo passaggio che l’ipotesi di un nuovo Medioevo epistemico acquista consistenza storica. Non come metafora polemica, ma come tentativo di comprendere una transizione: quella tra una civiltà che considerava il sapere un ambiente stabile e una civiltà che torna lentamente a percepirlo come una responsabilità da custodire.

Il ritorno del monachesimo culturale

Se la conoscenza cambia forma, cambiano anche i suoi custodi.

È accaduto già una volta nella storia europea. Quando l’organizzazione culturale del mondo antico si dissolse, il sapere non scomparve. Cambiò luogo. Le città persero le loro biblioteche, le scuole mutarono funzione, la trasmissione dei testi cessò di essere un processo diffuso. E tuttavia la cultura non si interruppe. Sopravvisse in comunità ristrette, disciplinate, consapevoli della responsabilità che si assumevano: i monasteri.

Non custodivano soltanto libri. Custodivano metodi.

Non difendevano soltanto testi. Difendevano il tempo necessario per comprenderli.

Il monachesimo medievale non fu un rifugio dalla storia. Fu una forma di presenza nella storia. In un’epoca di trasformazione profonda, rese possibile la continuità culturale dell’Europa.

Oggi non siamo di fronte a una crisi paragonabile a quella dell’alto Medioevo. Le biblioteche esistono, le università funzionano, l’accesso ai testi è più ampio che in qualunque epoca precedente. E tuttavia qualcosa di essenziale sta cambiando: la trasmissione del sapere non è più un processo automatico.

Per secoli la modernità ha reso la cultura un ambiente. Oggi torna lentamente a diventare una scelta.

È in questo passaggio che acquista significato l’idea di un possibile “monachesimo culturale”.

Non si tratta di isolamento. Non si tratta di nostalgia. Non si tratta di difesa elitaria del sapere. Si tratta, piuttosto, della nascita di comunità capaci di custodire l’orientamento dentro la complessità informativa contemporanea.

In un mondo in cui l’informazione è ovunque, ciò che diventa raro non è il contenuto, ma l’interpretazione.

Servono luoghi – fisici o simbolici – in cui la conoscenza possa essere ancora attraversata lentamente. Servono comunità in cui leggere non significhi soltanto consultare, ma comprendere. Servono spazi in cui il sapere non sia soltanto accessibile, ma abitabile.

Questo nuovo monachesimo culturale non avrà mura né scriptoria. Non copierà manoscritti. Non organizzerà biblioteche silenziose come quelle medievali. Ma avrà una funzione analoga: custodire la continuità interpretativa in un’epoca dominata dalla velocità informativa.

Potrà assumere forme diverse:

gruppi di studio indipendenti
riviste culturali non algoritmiche
scuole libere
comunità di lettori
luoghi digitali costruiti attorno alla responsabilità del pensiero

Non saranno maggioranze. Non lo sono mai state.

Nel Medioevo storico furono minoranze disciplinate a rendere possibile la sopravvivenza della tradizione culturale europea. Oggi, in modo diverso ma non meno significativo, minoranze consapevoli potrebbero rendere possibile la continuità dell’orientamento dentro il sapere contemporaneo.

Quando la conoscenza smette di essere automatica, torna a essere vocazione.

È forse questo il segno più profondo del nuovo Medioevo epistemico: non la perdita della cultura, ma la nascita di nuove forme di custodia del senso. 📚

Chi custodirà il sapere?

Ogni trasformazione delle forme della conoscenza produce una domanda inevitabile: chi ne sarà responsabile? Non chi la possiederà, ma chi la custodirà. Perché la conoscenza non vive soltanto nei testi o nelle tecnologie che la rendono accessibile. Vive nelle comunità che la interpretano.

Per lungo tempo la modernità ha reso questa domanda quasi superflua. Le istituzioni educative, l’università, l’editoria scientifica, la scuola pubblica sembravano garantire una continuità automatica della trasmissione culturale. Il sapere appariva stabile non perché fosse semplice, ma perché era sostenuto da strutture riconoscibili e condivise.

Oggi questa stabilità non è scomparsa, ma non è più sufficiente da sola. L’accesso all’informazione è diventato universale, mentre l’orientamento dentro l’informazione è diventato più fragile. La conoscenza è ovunque disponibile, ma sempre meno accompagnata.

È qui che la domanda torna ad essere decisiva.

Chi custodirà il sapere?

Non lo custodiranno soltanto le università, che continuano a essere luoghi indispensabili ma attraversati da trasformazioni profonde. Non lo custodiranno soltanto le tecnologie, che ampliano le possibilità cognitive ma non possono sostituire la responsabilità interpretativa. Non lo custodiranno nemmeno le piattaforme digitali, che organizzano l’accesso ma non costruiscono senso.

La custodia del sapere tornerà ad essere una scelta culturale prima ancora che una funzione istituzionale.

Significherà saper leggere lentamente in un tempo accelerato.
Significherà riconoscere le gerarchie dentro la simultaneità delle informazioni.
Significherà distinguere tra disponibilità dei contenuti e comprensione del loro significato.

In questo senso il nuovo Medioevo epistemico non annuncia una perdita, ma una trasformazione della responsabilità culturale. La conoscenza non sarà meno presente nella nostra vita. Sarà meno automatica. E proprio per questo tornerà ad avere bisogno di interpreti consapevoli.

Forse non nasceranno nuovi monasteri. Ma nasceranno luoghi – visibili o invisibili – in cui il sapere continuerà ad essere attraversato con disciplina, con lentezza, con attenzione. Comunità minoritarie, ma decisive. Non perché separate dal mondo, ma perché capaci di restituirgli orientamento. 🧭

Ogni epoca affida la continuità della propria cultura a qualcuno. La modernità l’ha affidata alle istituzioni. Il nostro tempo sembra restituirla alle comunità.

Il nuovo Medioevo epistemico non sarà un’epoca senza sapere.
Sarà un’epoca in cui il sapere tornerà ad avere custodi.

La Redazione

 

 

 

 

 

Nota dell’autore

Questo saggio nasce da una domanda semplice e inquietante insieme: che cosa accade quando le forme della trasmissione del sapere cambiano più rapidamente delle istituzioni che dovrebbero custodirle? L’idea di un Medioevo epistemico non intende evocare una regressione culturale né alimentare visioni nostalgiche del passato. Vuole piuttosto suggerire una chiave interpretativa per comprendere una trasformazione in atto: il passaggio da una civiltà in cui la conoscenza appariva garantita dalle sue strutture a una civiltà in cui la conoscenza torna progressivamente a richiedere custodia, orientamento e responsabilità.

Il riferimento al monachesimo culturale non va inteso in senso storico-letterale, ma simbolico. Indica la possibile nascita di comunità minoritarie ma consapevoli, capaci di preservare la continuità interpretativa del sapere in un’epoca dominata dalla velocità informativa e dall’automazione cognitiva.

Tra le intuizioni che hanno accompagnato la riflessione qui proposta resta particolarmente significativa quella formulata da Roberto Vacca negli anni Settanta nel suo Medioevo prossimo venturo: non una profezia di declino, ma una diagnosi sulla fragilità dei sistemi complessi moderni. Oggi quella intuizione può essere estesa alle infrastrutture del sapere, suggerendo che la trasformazione in corso non riguarda soltanto la tecnologia, ma la forma stessa della cultura.

 

Consigli di Lettura

 

(1)

 

 

Descrizione

Mondadori (Saggi 31); 1972; Noisbn ; Rilegato con titoli in oro al dorso, sovracoperta; 20,5 x 14 cm; pp. 204; Quarta edizione. ; leggeri segni del tempo e d’uso alla sovracoperta, traccia di nastro adesivo alle sguardie, acetato trasparente di protezione, interno buono senza sottolineature, volume lievemente brunito; Accettabile (come da foto). ; Nel 1965 negli Stati Uniti 30 milioni di persone rimasero improvvisamente senza energia elettrica per oltre 14 ore: nella sola città di New York ne restarono bloccate 600.000 nelle ferrovie metropolitane. Quattro anni dopo il black-out si è ripetuto, e poi ancora dopo altri due anni. Nel 1969, sempre a New York, per un aumento inopinato della domanda di servizio, una centrale telefonica automatica si blocca e per parecchi giorni consecutivi è virtualmente impossibile ottenere una linea libera sulla rete interessata. 1970: il sistema ferroviario Penn Central, che serve fra l’altro le città di New York e Philadelphia, per un cumulo di circostanze occasionali, subisce una tale degradazione del proprio livello di servizio che 117 treni, su un totale di 413, non partono affatto e 290, sulle 296 corse effettuate, registrano ritardi notevoli. Le comunicazioni su strada sono supercongestionate, i decolli e gli atterraggi agli aeroporti assorbono una quantità di tempo sempre più imprevedibile. Il «sistema» scricchiola: questi fenomeni non sono infatti sporadici e indipendenti gli uni dagli altri, ma rappresentano le prime avvisaglie della degradazione di quella tecnologia che sola, invece, potrebbe tenere in vita le altissime concentrazioni di popolazione nelle metropoli e nelle megalopoli. Ma i successi della scienza e della tecnologia non bastano a far funzionare i grandi sistemi, che proliferano in modo disordinato, mal progettati e non integrati fra loro, e che crescono ormai oltre ogni limite avviandosi a raggiungere condizioni di instabilità nelle quali saranno ingovernabili. Questo libro – scritto da uno…

 

Bibliografia essenziale

Roberto Vacca, Il Medioevo prossimo venturo, Mondadori.

Neil Postman, Technopoly, Bollati Boringhieri.

Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore.

Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mondadori.

Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani.

Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?, Raffaello Cortina Editore.

Byung-Chul Han, Nello sciame, Nottetempo.

Jacques Ellul, La tecnica, Giuffrè.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Il limite: la parola che l’Occidente ha dimenticato»

Una parola per capire il mondo che cambia …