La distanza invisibile tra ciò che scegliamo e ciò che realmente facciamo.

«Tra il volere e il fare: l’arte difficile dell’attenzione»
Perché restare presenti è così difficile anche quando lo desideriamo davvero.
di Greta Finelli
Viviamo immersi in un flusso costante di stimoli che erode la nostra capacità di restare ancorati al presente. Eppure, la difficoltà non riguarda solo i bambini della quarta elementare richiamati a “stare con la mente dove sta il corpo”: riguarda tutti noi, adulti compresi. Dal banco di scuola alla scrivania di un ufficio, si ripete lo stesso paradosso: sappiamo cosa dovremmo fare, ma la pratica della concentrazione si disperde in mille deviazioni. Il pezzo di Greta Finelli indaga questo scarto delicato — tra intenzione e azione, tra volontà e inoperanza — attraverso un episodio quotidiano che diventa specchio della nostra epoca. Una riflessione lucida e umana sull’akrasia, quell’antico concetto che oggi torna a parlarci con forza: perché è così difficile fare ciò che sappiamo essere giusto? (Nota Redazionale)
In un mondo saturo di stimoli, mantenere l’attenzione è diventato un compito sempre più difficile. Tra il desiderio di concentrarsi e la tendenza a distrarsi si apre uno spazio di tensione che attraversa ogni età e condizione. In questo articolo cercheremo di capire cosa si contrappone tra l’intenzione e la pratica, tra la produzione e la distrazione, tra il volere e il fare.
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Mi trovavo in una classe di quarta elementare, la maestra lamentava il fatto che la classe non si stesse comportando bene a causa delle continue distrazioni. Il suo discorso ripeteva qualcosa come: quando siete in classe e state facendo un’operazione, dovete essere qui in classe anche con la vostra mente. In questo momento non dovete pensare a quello che avete o non avete fatto ieri, a quello che vi ha detto vostra mamma stamattina, alla merenda che mangerete questo pomeriggio a casa. Come fate a concentrarvi sull’operazione se nella vostra testa state facendo altro?
Il ragionamento non fa una piega, lo insegnano ai bambini di quarta elementare, eppure io che ho il doppio dei loro anni (e qualcosa in più) ancora non riesco a mettere in pratica questa lezione. Da queste osservazioni sono arrivata a riflettere circa la difficoltà che accomuna ogni fascia di età di mantenere l’attenzione sul presente.
Akrasia – ignoranza o inoperanza?
Con il termine akrasia (ἀκρασία), si fa riferimento ad una condizione di mancanza di dominio, o assenza di potere su di sé. Letteralmente traduce a – senza, privazione e kratos – potere. La persona acratica è colei che conosce il comportamento giusto ma non lo mette in pratica, in quanto per debolezza di volontà non riesce ad agire secondo il proprio miglior giudizio. Risalendo alle origini del concetto per come veniva interpretato nella filosofia troviamo due prospettive opposte: l’intellettualismo etico socratico e il giusto mezzo aristotelico.
Per Socrate l’akrasia non esiste.(1) Egli sostiene che l’uomo agisce per natura in direzione del bene, e quando invece compie il male, lo fa solo per ignoranza del bene. La debolezza o l’incapacità di resistere a una tentazione non derivano da una volontà malvagia, bensì dall’incapacità della ragione di scegliere il bene poiché non lo sa riconoscere.
Aristotele invece sviluppa il concetto di akrasia in senso psicologico ed etico: per lui l’uomo può conoscere cosa è bene fare, e tuttavia non riuscire ad agire di conseguenza. In questo caso sono il desiderio o l’emozione che offuscano la ragione, e la spingono a scegliere verso un piacere immediato. Non si tratta quindi di ignoranza, ma di conoscenza inoperante. So cosa è giusto fare, lo vorrei razionalmente fare, ma non riesco.
Per Socrate, l’errore deriva dall’ignoranza; per Aristotele, invece, dalla debolezza: il sapere non basta, serve la forza di metterlo in atto.
Capitalismo dell’attenzione
Il concetto di akrasia è ben collegabile all’attuale crisi dell’attenzione. L’attenzione è una forma di energia morale, per concentrarsi è necessario autocontrollo, e quindi saper dominare il desiderio di evasione. La società odierna manifesta una diffusa incapacità a mantenere il focus su quel che razionalmente riteniamo importante. Come siamo arrivati a questo punto?
Troviamo una spiegazione negli scritti di Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano ad oggi professore universitario a Berlino. Egli parla di una debolezza indotta strutturalmente, la quale è causa della mutazione psichica del nostro tempo. Il nucleo della sua filosofia afferma che non siamo più sfruttati dal dovere, ma sedotti dal potere di poter fare tutto, e così ci esauriamo. La crisi dell’attenzione non è per lui un effetto collaterale dell’era del digitale, bensì la sua logica stessa. Spiega che siamo passati da un capitalismo industriale a una forma di capitalismo cognitivo, in cui il potere non reprime più ma seduce, stimola, non usa la forma del “devi” ma del “puoi“. In questo modo si forma l’attuale società della prestazione, nella quale tutti siamo imprenditori di noi stessi e allo stesso tempo i nostri sorveglianti. L’attenzione diventa risorsa, trattata come un raro minerale, ma allo stesso tempo la distrazione diventa profitto – il tutto in un sistema progettato per dissolvere la volontà in una miriade di micro-desideri.
Quando poi la nostra attenzione si sparpaglia su continue notifiche, scroll e refresh del feed, finiamo per sentirci sovrastimolati. L’Io è costantemente disperso in qualcosa di non consistente, si stanca, si distrae e perde la capacità di arrivare in profondità. Così l’akrasia diventa collettiva e sistemica: una paralisi diffusa, un’incapacità di restare fedeli a un’intenzione. Ci vogliamo concentrare, ma non riusciamo a sottrarci al richiamo dello schermo. Questa debolezza non è quindi solo individuale, ma indotta strutturalmente dalla cultura dell’interruzione. Non è una semplice mancanza di forza, altresì una colonizzazione del desiderio di tutti.

Alienazione esistenziale: un circolo vizioso
Questa debolezza strutturale dell’attenzione non ha solo effetti cognitivi: produce anche una frattura interiore, un senso di alienazione esistenziale. Se osservata da un punto di vista fenomenologico, l’akrasia comporta una dispersione della presenza. Si perde il cosiddetto qui ed ora perché siamo costantemente altrove, persi nel compito successivo o nelle conseguenze del nostro agire (o non agire). Come risultato della dispersione ci si ritrova intrappolati in un vuoto interiore. Ci sentiamo come se non avessimo mai abbastanza tempo, come se la nostra vita si concentrasse solo in superficie. Conseguenza del continuo perdersi in mille direzioni è che non ci sentiamo più in grado di scavare in profondità. Non appena un pensiero attraversa la mente, viene presto spazzato via dalla suggestione successiva, e così potenziali semi di una riflessione più profonda e articolata non trovano nemmeno il tempo per germogliare.
La distrazione, scelta in maniera più o meno consapevolmente, ha spesso lo scopo di alleggerire il peso dell’esistenza, o – per dirla in termini schopenhaueriani – alleggerire il peso della volontà. Scrolliamo e ricarichiamo il feed come difesa psichica contro la nostra interiorità. Sappiamo che dentro di noi abitano finitudine e volontà, ci fanno pure paura, e per non doverle affrontare ci voltiamo dall’altra parte, rifugiandoci nella distrazione.
La crisi dell’attenzione è quindi allo stesso tempo crisi del presente. L’avvenire ci sembra sempre più importante del presente, più degno della nostra attenzione. Così si entra in un circolo vizioso. Tuttavia, la verità è che il momento attuale rappresenta le fondamenta per un edificio che andiamo a costruire nel tempo. Svalutando l’ora, ci ritroveremo con una costruzione instabile che con poco perderà di consistenza e si svuoterà di senso. Tale sistema sarà riprodotto senza soluzione di continuità… a meno che non ci prendiamo carico della situazione.
Rompere il circolo
Cattiva notizia: il circolo vizioso della distrazione finisce per prendersi sempre più spazio, andando ad intaccare sempre più aree della nostra vita, togliendo loro parte del significato.
Buona notizia: è possibile uscire da quel circolo. Come?
Vi invito a fare uno sforzo e a pensare in quali momenti vi sentite più in pace con voi stessi. In quali momenti riuscite a sentirvi quasi estraniati da ogni circostanza, perché sollevati da un obiettivo più profondo? Quali sono quelle attività durante le quali non controllate l’orologio, al termine delle quali vi sentite meglio? Può trattarsi di uno sport, una chiacchierata, la lettura o la scrittura, suonare uno strumento o persino lo studio. Mi riferisco ai momenti nei quali vi sentite di essere allineati a un flusso naturale, nel quale non sentite bisogno di opporre resistenza o controllare l’ordine delle cose in modo arbitrario, perché le cose vanno già nel senso giusto. La mente e l’azione coincidono. Qualsiasi sia la vostra risposta, è probabilmente in quei momenti si nasconde la chiave risolutiva al problema.
Per tornare ad assumere una posizione attiva di attenzione e partecipazione al mondo circostante, è bene partire da quell’attività che più sentite propria. Praticando intenzionalmente una determinata azione, ritagliando tempo per essa, può essere il primo passo per restituire valore alla concentrazione e alla presenza. Scegliere dove dirigere la nostra attenzione aiuta a ritrovarci più consapevoli in un orizzonte di significati. Diamo così il via a un nuovo circolo virtuoso. Riconosciamo il nostro potere e sappiamo come usarlo, sappiamo in quale modo funzioniamo al meglio, e lo applichiamo il più possibile nella nostra vita.
Aristotele nell’Etica nicomachea, opera in cui dispiega le caratteristiche dell’etica come ricerca della felicità, il bene supremo dell’uomo, fa un importante appunto: un acratico può guarire. Ricordiamo che l’acratico conosce il giusto principio da seguire, ma non sa come metterlo in pratica. Questo significa che è possibile liberarsi da tale situazione, e ciò avverrà una volta fatte concordare la facoltà desiderante e la ragione. Ciò che il soggetto desidererà, coinciderà con quel che, secondo il suo miglior giudizio, sarà meglio desiderare.
A primo impatto il guarimento dall’akrasia può sembrare un invito a mettere da parte le emozioni – vivere in modo ragionato, svalutando i desideri istintuali in favore della razionalità. Se così fosse, si potrebbe freudianamente controbattere che ignorare e reprimere gli impulsi naturali risulterà a lungo termine in un accumulo di tensione che avrà prima o poi di liberarsi. Ma non è questa la strategia più efficace.
In definitiva, piuttosto che di una repressione, si tratta di un cambio di abitudine. L’attenzione è come un muscolo atrofizzato dal multitasking, ma in quanto tale può essere riallenato. Nel cammino per sovvertire la crisi dell’attenzione, il primo passo è nient’altro che prestare attenzione a una cosa. Scegliere l’attività che più sentiamo nostra, dedicarci pienamente ad essa e far passare in secondo piano gli altri rumori dell’esistenza. Con buone probabilità, finiremo per sperimentare un senso di gratificazione differita, tale per cui ci verrà quasi automatico volerlo replicare in altri aspetti della nostra vita. Ecco che la capacità di resistere, di pazientare, di svolgere un compito alla volta, restituiranno all’attenzione il suo valore originario di presenza e libertà. D’altronde non ci sentiamo liberi quando possiamo fare tutto, bensì quando riusciamo a dirigere la nostra intenzionalità. Ecco che torna pertinente l’invito della maestra: abituiamoci ad essere dove siamo

(1)

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