Figure del confine tra ordine e trasformazione nelle culture del mondo

Kristian Zahrtmann, “Loki”, 1912, collezione privata. Loki inganna gli dèi con astuzia e caos

«Trickster: l’inganno divino tra mito e psiche»

La figura che attraversa i limiti, confonde le leggi e rende possibile il cambiamento

Redazione Inchiostronero

Il Trickster rappresenta una categoria mitologica, religiosa e folklorica presente in culture lontane tra loro nel tempo e nello spazio. Incurante delle norme sociali e morali, attraversa i confini del mondo simbolico talvolta aiutando gli uomini, talvolta distruggendo ciò che egli stesso ha contribuito a creare. Non custodisce la legge: ne rivela il limite. È, per definizione, una figura senza confini. Presente nelle mitologie di ogni continente, il Trickster non è soltanto un imbroglione sacro né un buffone cosmico: è la figura liminale che destabilizza l’ordine simbolico e apre lo spazio della trasformazione. Da Hermes a Loki, da Eshu a Coyote fino a Nasreddin e alle maschere della Commedia dell’arte, mostra che ogni civiltà produce sempre, accanto alla legge, la forza che la mette in discussione.


«Il trickster è il signore delle soglie.»

Lewis Hyde 

Ogni civiltà costruisce confini. Confini tra il lecito e l’illecito, tra il sacro e il profano, tra l’ordine e il disordine, tra l’umano e il divino. Ma accanto a queste linee di separazione, necessarie alla stabilità del mondo simbolico, compare sempre una figura inquieta e irregolare che le attraversa, le confonde, talvolta le rovescia. Non è un legislatore, non è un eroe, non è un santo. È il Trickster. Non appartiene alla periferia del mito: ne costituisce una delle strutture più profonde e persistenti.

La sua presenza non è accidentale. Dove esiste una cultura, esiste anche qualcuno incaricato di disturbare la rigidità delle sue forme. Hermes ruba il bestiame di Apollo quando è ancora un neonato e inventa la lira con un guscio di tartaruga; Loki inganna gli dèi e li salva nello stesso gesto che li espone al pericolo; Eshu, nella tradizione yoruba, confonde le strade e le parole, impedendo che il linguaggio diventi un sistema chiuso; Coyote, nelle mitologie delle popolazioni nordamericane, ruba la luce, inventa la morte, trasforma il mondo mentre lo destabilizza. Nessuno di loro è un semplice impostore. Tutti appartengono alla stessa famiglia simbolica: quella delle figure che abitano la soglia.

Esempio di trickster è la figura della volpe Renart, raffigurata in un libro per ragazzi da Michel Rodange

La soglia è il vero luogo del Trickster. Non la città e non la foresta, non il tempio e non il mercato, ma il passaggio tra questi spazi. Egli vive dove le categorie non sono ancora stabilizzate oppure stanno per dissolversi. È la figura che rende visibile la fragilità delle opposizioni su cui si regge la vita sociale. Come ha scritto Lewis Hyde, «ogni comunità ha i suoi confini, e il trickster è sempre lì dove i confini vengono attraversati». La sua funzione non consiste semplicemente nell’infrangere la legge: consiste nel ricordare che ogni legge è una costruzione storica, e che nessuna costruzione può dirsi definitiva.

Per questa ragione il Trickster non è mai soltanto distruttivo. Egli crea attraversando. Porta oggetti da un mondo all’altro, trasporta parole tra linguaggi diversi, introduce differenze dove prima esisteva soltanto uniformità. Hermes è messaggero e ladro nello stesso tempo; Eshu custodisce le strade e ne moltiplica gli equivoci; Coyote dona agli uomini ciò che prima apparteneva soltanto agli dèi. La trasgressione non è il suo fine: è il suo metodo.

Questo carattere ambiguo costituisce la sua vera forza simbolica. Il Trickster non rappresenta l’opposizione all’ordine, ma la sua condizione di possibilità. Dove le forme diventano troppo rigide, egli interviene per incrinarle. Dove le norme si irrigidiscono in sistemi chiusi, egli introduce una deviazione. Non è un nemico della cultura: è uno dei suoi motori nascosti. Per questo motivo Paul Radin poteva scrivere, nel suo studio classico sulle figure trickster delle popolazioni native americane, che «è al tempo stesso creatore e distruttore, donatore e negatore, ingannatore e ingannato». In questa duplicità si trova la sua verità più profonda.

La stessa ambivalenza riappare quando il Trickster abbandona il territorio propriamente mitico e entra nella storia sociale. Nasreddin, nelle tradizioni dell’Islam popolare, non è soltanto un buffone sapienziale: è un maestro paradossale che insegna attraverso l’assurdo. Le sue storie non spiegano il mondo: lo spostano. Pulcinella e Arlecchino, nella Commedia dell’arte, non si limitano a far ridere. Introducono una torsione nell’ordine sociale, rivelano la fragilità dell’autorità, trasformano la miseria in intelligenza scenica. Il loro riso non è evasione: è una forma di conoscenza indiretta.

Arlecchino, in particolare, conserva in modo sorprendente la natura originaria del Trickster. Servo per definizione e per costume, non appartiene mai completamente al ruolo che interpreta: lo attraversa. La sua fame non è soltanto un tratto comico, ma una condizione simbolica. È la fame del margine sociale, della vita precaria, della mobilità continua tra padroni, città e identità diverse. Proprio per questo Arlecchino non difende un ordine: lo aggira. Non lo combatte frontalmente: lo svuota dall’interno con la rapidità del gesto, con l’invenzione improvvisa, con l’arte di sopravvivere dove le regole non bastano più.

Il suo abito stesso racconta questa natura liminale. Non è una livrea stabile, ma un mosaico di pezze, un tessuto nato dalla mancanza che diventa forma riconoscibile. È la trasformazione della povertà in figura, del frammento in identità. Come molti Trickster delle tradizioni mitiche, Arlecchino vive di passaggi: tra servo e protagonista, tra obbedienza e inganno, tra ingenuità e astuzia. Non distrugge l’ordine sociale, ma ne rivela la teatralità. Mostra che il potere è spesso una maschera tra le maschere.

Per questo la sua leggerezza non è superficialità. È una strategia di movimento. Dove l’autorità pretende rigidità, Arlecchino introduce velocità; dove la gerarchia impone distanza, introduce vicinanza; dove la norma pretende stabilità, introduce improvvisazione. Come ogni figura tricksteriana, non offre soluzioni: riapre possibilità. E proprio in questa mobilità continua conserva, sotto la maschera del servo affamato, l’antica funzione di mediatore tra i livelli del mondo sociale.

In queste figure il Trickster non appartiene più al tempo mitico delle origini, ma continua a operare come dispositivo critico all’interno della società. Egli non parla dall’esterno della comunità: parla dal suo interno più instabile. È il contadino che confonde il signore, il servo che ridicolizza il padrone, il mendicante che smaschera il linguaggio del potere. Dove la parola ufficiale diventa troppo compatta, egli introduce una crepa.

Questa capacità di attraversare i livelli simbolici senza appartenere stabilmente a nessuno di essi spiega perché il Trickster non possa essere interpretato soltanto come personaggio folklorico. Egli è qualcosa di più antico e più persistente. La sua presenza attraversa religioni, continenti, epoche storiche. Non dipende da una tradizione particolare. Dipende da una struttura della mente umana.

È qui che il discorso mitologico incontra la psicologia del profondo. Carl Gustav Jung ha osservato che «il trickster è una figura collettiva arcaica che rappresenta la psiche primitiva dell’uomo». Non si tratta di una semplice metafora. Il Trickster incarna una dimensione della psiche che precede la formazione delle categorie morali stabilizzate. Egli appartiene a una regione dell’esperienza in cui le opposizioni non sono ancora rigidamente separate. Per questo può essere contemporaneamente ingannatore e rivelatore, distruttore e civilizzatore, puerile e sapiente.

In questa prospettiva il Trickster non rappresenta soltanto una figura del racconto mitico, ma un momento originario della coscienza umana. Egli appartiene a quella zona della psiche in cui l’identità non è ancora definita, in cui il confine tra vero e falso, tra lecito e illecito, tra ordine e disordine non è ancora diventato una struttura stabile. È la regione dell’esperienza in cui l’uomo non ha ancora separato definitivamente sé stesso dal mondo e continua a vivere in una relazione mobile con ciò che lo circonda. Il Trickster conserva la memoria simbolica di questa condizione.

Per questo motivo la sua ambivalenza non è un difetto della narrazione mitica, ma il segno di una funzione psichica precisa. Egli rappresenta una forma di intelligenza primordiale, capace di muoversi tra le contraddizioni senza doverle risolvere. Non costruisce sistemi coerenti: attraversa situazioni. Non stabilisce gerarchie definitive: introduce scarti, deviazioni, inversioni. In lui sopravvive una modalità di pensiero precedente alla rigidità delle classificazioni morali e sociali.

È proprio questa dimensione pre-morale a renderlo indispensabile. Senza una zona della psiche capace di attraversare le regole prima ancora di riconoscerle come definitive, nessuna trasformazione sarebbe possibile. Il Trickster rappresenta dunque non l’assenza di ordine, ma la condizione che rende possibile la nascita di nuovi ordini. È la forza che impedisce alla coscienza di coincidere completamente con le proprie forme, ricordandole continuamente che ogni identità è una costruzione provvisoria e che ogni costruzione può essere attraversata.

Anche la filosofia moderna conserva tracce evidenti di questa figura liminale. Friedrich Nietzsche non nomina mai esplicitamente il Trickster, ma ne descrive più volte la funzione simbolica quando parla dello spirito capace di attraversare i valori senza trasformarli in sistemi definitivi. «Bisogna avere ancora caos dentro di sé per generare una stella danzante», scrive nello Zarathustra, indicando con sorprendente precisione quella stessa energia pre-morale che nelle tradizioni mitiche apparteneva all’impostore divino. Come il Trickster, anche il pensatore nietzscheano non custodisce l’ordine: lo mette alla prova, lo attraversa, lo espone alla trasformazione.

In questa prospettiva il Trickster non è soltanto un personaggio del mito: è una figura della trasformazione psichica. Rappresenta la possibilità di attraversare le identità stabilite, di mettere in discussione le immagini consolidate di sé, di aprire passaggi inattesi tra livelli diversi dell’esperienza. Non agisce secondo un codice morale definito. Agisce prima del codice.

A questo punto diventa più chiaro perché il Trickster sia quasi sempre associato al movimento, al viaggio, allo scambio. Egli è il messaggero, il viandante, il trafficante simbolico tra territori separati. Non appartiene mai completamente al luogo in cui si trova. Hermes protegge le strade e i crocevia perché vive nella distanza tra i punti; Eshu abita le intersezioni perché la sua natura consiste nel moltiplicare i possibili; Coyote attraversa il mondo senza stabilirvisi perché la sua funzione non è abitare ma trasformare. Il Trickster non fonda città: apre passaggi.

Questa mobilità non è soltanto geografica o cosmologica. È anche linguistica. Il Trickster interviene sempre nel linguaggio. Confuse parole, doppi sensi, equivoci, paradossi, inversioni di significato non sono elementi secondari delle sue storie: sono il suo strumento principale. Dove il linguaggio pretende di essere trasparente e stabile, egli introduce l’ambiguità. Dove una parola sembra dire una cosa sola, egli mostra che può dirne due, tre, talvolta infinite. Non è un caso che molte tradizioni lo descrivano come inventore del racconto o portatore della parola. Il Trickster non parla per spiegare il mondo: parla per renderlo mobile.

In questa prospettiva anche il riso assume un significato diverso da quello che gli attribuiamo abitualmente. Non è soltanto un effetto comico. È una sospensione momentanea dell’ordine simbolico. Ridere significa accettare per un istante che le gerarchie possano rovesciarsi, che le forme possano deformarsi, che l’autorità possa essere guardata da un’altra prospettiva. Il riso tricksteriano non distrugge la realtà: la rende attraversabile. Permette di immaginare che il mondo potrebbe essere diverso da come appare.

Non è un caso che nelle corti europee medievali e rinascimentali esistesse una figura ufficialmente incaricata di esercitare questa funzione: il giullare. Protetto dal sovrano e nello stesso tempo autorizzato a irriderlo, egli occupava uno spazio simbolico unico all’interno dell’ordine politico. Era l’unico a poter dire ciò che nessun altro poteva dire. Non rappresentava una minaccia per il potere: ne garantiva l’equilibrio. Come il Trickster delle tradizioni mitiche, il giullare introduceva una zona controllata di instabilità senza la quale ogni gerarchia rischierebbe di irrigidirsi fino a spezzarsi. Il suo riso non era evasione, ma una forma di verità indiretta.

Il giullare non era fuori dall’ordine: era la sua soglia vivente.

Per questo motivo la presenza del Trickster non appartiene soltanto alle società arcaiche o alle mitologie lontane. Continua a operare anche nella modernità, dove assume forme meno riconoscibili ma non meno efficaci. Compare nelle figure marginali della letteratura, negli anti-eroi, nei narratori inattendibili, nei personaggi che attraversano i sistemi senza coincidere con essi. Compare nei racconti che destabilizzano il punto di vista, nelle storie che interrompono la linearità del tempo, nelle narrazioni che mettono in discussione l’identità dei protagonisti. Ogni volta che un testo rompe la propria struttura dall’interno, una traccia del Trickster riappare.

In questo senso il Trickster non è soltanto una memoria del passato mitico. È una figura del presente. Appartiene alla stessa logica simbolica che permette alle culture di trasformarsi senza dissolversi. Dove tutto diventa rigido, egli introduce deviazione. Dove tutto diventa prevedibile, egli introduce sorpresa. Dove tutto diventa definitivo, egli introduce possibilità.

È proprio questa capacità di riaprire continuamente lo spazio del possibile che rende il Trickster una figura indispensabile. Non perché offra soluzioni, ma perché impedisce che le soluzioni si trasformino in dogmi. Non perché distrugga l’ordine, ma perché impedisce che l’ordine si chiuda su se stesso. Non perché insegni una verità nuova, ma perché ricorda che ogni verità ha bisogno di essere attraversata.

È una forza pre-morale, e proprio per questo indispensabile alla nascita di ogni nuova forma simbolica.

Le società temono questa forza. Non potrebbero fare altrimenti. Ogni ordine ha bisogno di stabilità, di prevedibilità, di continuità. Ma nello stesso tempo nessuna società può sopravvivere senza una zona di instabilità controllata. Il Trickster occupa precisamente questo spazio. Non è l’avversario della legge: è la sua ombra necessaria. Dove la legge pretende di coincidere con la totalità del reale, egli interviene per ricordare che il reale eccede sempre le sue forme.

Per questa ragione il Trickster non scompare mai. Cambia volto, cambia linguaggio, cambia costume, ma continua a riapparire. Talvolta assume la forma del narratore ironico, talvolta quella del buffone, talvolta quella del ladro sacro, talvolta quella del bambino divino che ruba agli dèi i loro segreti. In ogni caso svolge la stessa funzione: impedisce al mondo simbolico di diventare definitivo.

In fondo, la sua presenza racconta qualcosa di essenziale sull’uomo. Racconta che nessuna identità è completamente stabile, che nessuna norma può dirsi assoluta, che nessuna forma culturale è immune dal cambiamento. Il Trickster non distrugge l’ordine: ne rivela la provvisorietà. Non cancella la legge: ne mostra il limite. Non elimina il confine: lo rende attraversabile.

È per questo che ogni civiltà lo teme e nello stesso tempo lo conserva. Perché sa, anche quando non lo dice, che senza di lui non esisterebbe trasformazione. E dove non esiste trasformazione, lentamente, non esiste più nemmeno cultura.

La Redazione

 

 

 

 

 

 

 

  • Bibliografia essenziale
  • Hyde, Lewis, Il Trickster fa questo mondo. Inganno, mito e arte, Elèuthera, Milano.
  • Radin, Paul, Il Trickster. Studio sul mito degli Indiani d’America, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Jung, Carl Gustav, La figura del trickster, in Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Kerényi, Karl – Jung, Carl Gustav, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Lévi-Strauss, Claude, Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano.
  • Eliade, Mircea, Mito e realtà, Rusconi, Milano.
  • Campbell, Joseph, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino.

 

 

 

 

 

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