In Italia, e forse nel mondo, il numero degli scrittori ha superato il numero dei lettori di libri, riviste e quotidiani.

Totò e Peppino De Filippo nella famosa lettera tratta dal film: Totò, Peppino e la… malafemmina è un film del 1956 diretto da Camillo Mastrocinque.

In Italia, e forse nel mondo, il numero degli scrittori ha superato il numero dei lettori. Non era mai successo nella storia dell’umanità. Per dirla in modo più circostanziato, il numero degli scriventi sui social ha superato il numero dei lettori di libri, riviste e quotidiani. La pandemia ha accresciuto il legame con la tastiera. Aumentano gli utenti social, chiudono edicole, librerie, oltre che cinema e teatro (non solo per il covid). È una rivoluzione copernicana senza precedenti. Ma è un progresso, un regresso, o che? È positivo che la gente prenda dimestichezza con la scrittura, migliora il linguaggio, rende più riflessivi; ed è un’inattesa controtendenza se si pensa che negli anni ottanta pensavamo che la civiltà televisiva avrebbe atrofizzato la scrittura. È negativo però che la lettura cali, che si scriva più che si legga, che si presuma di metter becco su tutto e tutti prima di conoscere, paragonare, farsi una cultura, informarsi; scrivere anziché leggere segna il trionfo dell’egocentrismo narcisista. E nonostante i tanti scrittori, il lessico corrente si sta impoverendo e involgarendo.

Pensavo a questa nuova forbice leggendo un libro intrigante dedicato alla scrittura. Un libro sfortunato, tramortito dal lockdown, e postumo perché l’autore, Giuseppe Pontiggia, morì nel 2003. Ha un titolo curioso, Per scrivere bene imparate a nuotare(L.C.) e sono lezioni di scrittura tenute a metà degli anni Ottanta (ed. Mondadori a cura di Cristiana De Santis). La tesi è che la pura spontaneità nello scrivere ci faccia affondare, proprio come chi non sa nuotare. Dunque occorre una tecnica, un ordine, una forma e uno stile, anche minimo.

Pontiggia rivaluta l’arte dello scrivere e l’educazione alla scrittura, la tecnica e la retorica, ed esorta a non abusare con gli aggettivi, gli avverbi, l’enfasi; il troppo stroppia, si diceva una volta. E l’eccesso rende meno efficace il contenuto e il senso di un’affermazione; questo vale nella prosa ma anche nel linguaggio corrente e perfino nelle sentenze giudiziarie. La retorica è preziosa se accresce l’efficacia dello scrivere o del dire; a patto che non si sostituisca ai contenuti ma sia un mezzo per veicolarli meglio.

Sul piano narrativo, sostiene Pontiggia, non si tratta solo di attingere ai ricordi o trascrivere le proprie esperienze ma rielaborarle, nutrirle con l’immaginazione se si vuol dare dignità di racconto. Una scrittura raffinata coltiva poi gli ossimori, l’accostamento dei contrari (il sentimento del contrario è per Pirandello la fonte dell’umorismo); quella fu la chiave della scrittura di Gadda, Manganelli e altri eccellenti prosatori.

Non so davvero se abbiano senso i corsi di scrittura creativa, che io stesso in passato ho tenuto pur premettendo il mio scetticismo; ma educare a scrivere soprattutto oggi che gli scrittori sono ormai un popolo, una vasta area social, è cosa buona e giusta. Diventare scrittori però è un altro paio di maniche. Non si può essere scrittori senza aver prima studiato, corretto, e acquisito una tecnica di scrittura. Ma non vale l’inverso, che con la tecnica e lo studio si diventa scrittori. Sono basi necessarie ma non sufficienti perché poi a quella base occorre dare un’altezza che deriva dall’ingegno, dall’immaginazione, dall’ispirazione, dall’intuizione creativa, dallo stile. E in ogni caso, prima di scrivere si dovrebbe leggere, leggere, leggere. E studiare, educare alla lettura, accettare le correzioni, presuppone una virtù necessaria, almeno quanto l’ambizione di grandezza: l’umiltà.

Ricordo ancora alcune lezioni di scrittura. Dopo le elementari, la mia insegnante di lettere mi segnò con matita blu una parola per me essenziale in quegli anni: non si scrive gioco ma giuoco, chiosò l’insegnante. Ma io leggevo i quotidiani sportivi, sentivo il linguaggio corrente e la ritenevo una correzione leziosa, anacronistica: ragionavo con lo spirito del tempo, ma lei insegnava col rigore della grammatica. Ora il pc mi segna giuoco come errore…

Un’altra volta nel ’68 scrissi un tema sui contestatori alla Scala di Milano: avevo scritto “le uova marce non sono idee”; la prof mi corresse: “delle” idee. Aveva formalmente ragione ma era più efficace la mia frase. Poi da adulto a correggermi fu Mario Capanna, perché le uova lanciate da lui e dai suoi compagni del Movimento studentesco, mi disse, non erano marce. In effetti marce erano le loro idee, come poi si è visto…

Lezione preziosa ebbi dal raffinato Alfredo Cattabiani che curava allora le pagine culturali de Il settimanale: ero un ragazzo, lavoravo su più fronti e in un articolo frettoloso su Gustave Le Bon scrissi “le direttrici di marcia” della sua opera. Lui mi rimproverò con grazia furente: “Ma cos’è questo linguaggio da caserma? Si vede che l’hai scritto in fretta”. Aveva ragione. Non lo riscrissi, lo buttai via.

Una lezione indimenticabile mi impartì Indro Montanelli una trentina d’anni fa. Scrivevo da poco, su suo invito personale, sul Giornale e dedicai un elzeviro a Gramsci per il centenario della sua nascita. Lui mi telefonò e chiamandomi “professore” mi disse che il pezzo era colto e profondo ma troppo da saggio, poco da articolo. Mi invitò a vivacizzarlo con un ritratto del personaggio. Lo riscrissi e partii dalla descrizione che aveva fatto di lui Gobetti, la sua grande testa che sovrastava il suo corpo; fu quella poi la chiave di lettura del pensiero di Gramsci, la sua testa preponderante fu metafora dell’egemonia intellettuale sul corpo sociale. Montanelli mi ritelefonò entusiasta. Una lezione indimenticabile di scrittura e di umiltà.

Morale della favola? In un detto popolare rilanciato da Totò: nessuno nasce imparato.

 

Fonte: MV, Panorama, n.48 (2020)

 

Libri Citati

 

  • Per scrivere bene imparate a nuotare.
  • Trentasette lezioni di scrittura
  • Giuseppe Pontiggia
  • Editore: Mondadori
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 296,18 KB
  • Pagine della versione a stampa: 187 p.
  • EAN: 9788835700074Acquista. € 10,99

Descrizione

«Quello non lo insegno.» Così rispondeva Giuseppe Pontiggia a chi gli chiedeva come diventare scrittore. Non basta infatti avere l’attitudine, la volontà, l’ambizione. Come per il nuoto, si possono però ottenere buoni risultati impadronendosi della tecnica, osservando i modelli, allenandosi duramente. Per scrivere «bene» (con stile) bisogna prima liberarsi da una serie di pregiudizi: che scrittori si nasca, che il talento e l’ispirazione contino più di un severo apprendistato, che un testo letterario (e in generale un testo efficace) nasca già perfetto anziché perfettibile. Di questo era convinto Pontiggia quando, nel 1985, inaugurava la prima scuola di scrittura in Italia. Una scuola in cui si imparava innanzitutto a leggere. Leggere in senso forte, cominciando dai classici, in un «corpo a corpo» con il testo pensato per affinare la capacità di giudizio e scoprire insieme le potenzialità e i limiti delle proprie risorse espressive. Ma soprattutto per lasciarsi emozionare dalle parole, per esplorarne le stratificazioni, per imparare a usarle in modo responsabile. Scrivere, per Pontiggia, non è trascrivere le proprie esperienze, sensazioni o memorie, ma andare incontro all’inatteso che sorprende, al nuovo che disorienta: pronti a tornare indietro, e a riscrivere se necessario, per dire nel modo migliore quanto si va scoprendo attraverso il linguaggio. Perché la scrittura è un viaggio che non si lascia pianificare, ma anche il risultato di un lavoro paziente, fatto di un rapporto concreto con il testo, in tutto simile a quello dell’artigiano all’opera nel suo laboratorio. Un laboratorio che Pontiggia ha allestito per anni durante i suoi incontri settimanali al Teatro Verdi di Milano, dialogando con un pubblico eterogeneo (studenti, professionisti, aspiranti scrittori). Le sue lezioni, pubblicate a metà degli anni Novanta su due riviste («Wimbledon» e «Sette»), sono ora raccolte in un unico volume. Trentatré conversazioni in cui l’autore, in forma di intervista, affronta i molteplici aspetti della scrittura «espressiva», a cui si aggiungono altre quattro lezioni, «per addetti ai lavori ma non solo», in cui la riflessione sulla scrittura diventa essa stessa un alto esempio di scrittura saggistica, ricca di aforismi e battute fulminanti; dove il confronto con i classici, ancora una volta, ci introduce nella biblioteca e nell’officina dello scrittore, pronti a carpirne i segreti.

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Marcello Veneziani
  • «IL BUIO A MEZZANOTTE»

    ”L’epidemia è il detonatore di una tempesta perfetta: non abbiamo avuto bisogno del pipist…
  • «A NATALE ANCHE IL COVID DIVENTÒ BUONO»

    ”Tutto era nato quasi per caso da un curioso esperimento clandestino fatto da un ristorato…
  • «IL TEMPO DELLA NOVIDA»

    ”Come definire i giorni che stiamo attraversando sotto l’incubo della pandemia? Il tempo d…
Carica altro Attualità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«MISHIMA, QUEL GESTO ASSOLUTO E LA SUA EREDITÀ»

”Cosa ci dice oggi uno scrittore giapponese che il 25 novembre di cinquant’anni fa si suic…