Una crisi energetica usata come teatro politico.

«Trump dichiara guerra al mondo»

Il tentativo di “chiudere lo Stretto” rivela più un bisogno di controllo simbolico che una reale soluzione alla crisi.

Il Simplicissimus

Di fronte all’incapacità di riaprire lo stretto di Hormuz attraverso pressione diplomatica o forza indiretta, Donald Trump tenta una mossa speculare e paradossale: trasformarsi da spettatore della crisi a protagonista del blocco. Una scelta che non risolve il nodo energetico globale, ma sembra rispondere soprattutto alla necessità politica di non apparire sconfitto. In questo scenario, la chiusura dei traffici legati ai porti iraniani rischia di aggravare ulteriormente le tensioni e restringere proprio quei canali petroliferi che ancora mantengono un fragile equilibrio. Più che una strategia coerente, emerge così una politica della dimostrazione: l’illusione del controllo in un contesto internazionale sempre più instabile. (N.R.)


Dal momento che Trump non è riuscito a sbloccare Hormuz, né con le cattive, né con la farsa delle trattative, nelle quali ha bruciato l’unica risorsa ancora credibile, ovvero il vicepresidente Vance, si è fatto venire un’idea geniale: quella di essere lui a chiudere lo Stretto. Quale sia lo scopo di questa trovata, senza capo né coda, poiché non fa altro che approfondire la crisi energetica incombente invece di risolverla, è abbastanza chiaro: mostrare di essere padrone della situazione, non apparire come perdente il che potrebbe anche passare in un Paese ormai in pieno delirio e governato da un fuori di testa che ha sostituito uno che la testa nemmeno l’aveva. Bloccare il traffico dei porti iraniani, non soltanto non riapre Hormuz, ma finisce per arrestare anche il rivolo di oro nero che trafila attraverso le maglie di Teheran. Anche qui però siamo di fronte alle medesime difficoltà per le quali la Casa Bianca non è riuscita nel primo intento e anzi i problemi crescono a dismisura: ma questo forse non gliel’hanno detto e lui, assieme ai suoi consigliori, è evidentemente troppo stupido per capirlo.

Gli americani dispongono di quattro navi portaelicotteri e altre tre con capacità più ridotte per poter abbordare petroliere che lasciano i porti iraniani, ma visto che possono essere colpite dai missili di Teheran, si devono tenere ben lontane dalle coste, tanto che adesso una di queste, la Tripoli, staziona a circa 1200 chilometri dalle coste del Golfo Persico e in queste condizioni, in pieno oceano Indiano, intercettare navi, anche di grandi dimensioni, diventa parecchio difficile. Inoltre è molto chiaro che tutte questi cargo che siano iraniane, cinesi, pakistane, saudite, giapponesi o di qualunque altro Paese, si doteranno di squadre di sicurezza dotate di man pad, ovverosia missili a spalla, che possono facilmente distruggere gli elicotteri in fase di arrembaggio. In realtà, se proprio si volesse attuare una politica di questo tipo. bisognerebbe bloccare i bracci di mare dove il traffico marittimo si concentra per la sua destinazione finale, ovvero lo stretto di Bab el-Mandeb che tuttavia è controllato dagli Houthi, lo stretto di Malacca, il Canale di Suez, quello di Panama e lo stretto di Gibilterra. Tuttavia la Us Navy non ha le risorse per un’operazione così vasta ed è troppo vulnerabile, allo stato attuale della tecnologia militare, per poterla attuare veramente. Ma quello che balza agli occhi è che Trump ha in pratica dichiarato guerra al mondo intero e non per risolvere il problema del petrolio, quanto piuttosto per aggravarlo e portarlo alle estreme conseguenze, insieme a un declino generale dei traffici commerciali. È fin troppo chiaro che un’azione del genere violerebbe qualsiasi principio della convivenza civile tra Stati che si basa sulla libertà dei mari e sul diritto delle nazioni neutrali di non subire interferenze da parte dei belligeranti: questo è il fondamento stesso dell’ordine internazionale e nessuno accetterà questa rottura. Poiché esistono potenti Paesi in grado di replicare alla minaccia, è fin troppo chiaro che preferiranno la guerra aperta a queste condizioni, perché ciò implicherebbe l’accettazione di un principio nefasto per le proprie economie.

Per paradosso, proprio la difesa della libertà di navigazione fu la causa delle prime due guerre condotte dagli Stati Uniti prima contro i pirati barbareschi e poi contro la Gran Bretagna. Che oggi la situazione si sia completamente ribaltata e siano proprio gli Usa a fare pirateria, testimonia della chiusura di un ciclo storico. E infatti tutto questo non è il frutto di follia senile o di scarsa intelligenza e ignoranza di un uomo, che pure sono ormai dati di fatto, è piuttosto il risultato finale di un intero sistema che messo di fronte alla sua perdita di potere globale e alla sua crisi strutturale si è trasformato in qualcosa di più brutale, estremista, fanatico e settario, producendo di conseguenza dei leader che corrispondono a questo contesto.

Redazione

 

 

 

 

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