La crisi dell’egemonia americana si misura anche nei gesti diplomatici.

«Trump in Cina: guanto di ferro su pugno di velluto»
Trump vola a Pechino cercando nella Cina ciò che per anni aveva indicato come il principale nemico strategico degli Stati Uniti.
Il Simplicissimus
Tra propaganda, simboli e realpolitik, la visita di Donald Trump in Cina assume il valore di una rappresentazione politica più che di un semplice incontro diplomatico. L’uomo che aveva trasformato Pechino nel bersaglio privilegiato della guerra economica americana oggi cerca proprio nell’avversario cinese una sponda capace di contenere il caos globale prodotto dall’Occidente. Sullo sfondo emerge il tramonto dell’unilateralismo statunitense e l’ascesa di un nuovo equilibrio mondiale nel quale Washington non detta più da sola le regole del gioco. (N.R.)
Tra Washington e Pechino ci sono 11.176 chilometri, quasi la metà della circonferenza terrestre a quelle latitudini ed è abbastanza improbabile che qualcuno si faccia un viaggio simile per farsi una foto ufficiale. Tuttavia Trump è lì proprio per quello: non per concedere a Xi Jinping l’onore di una visita da parte dell’onnipotente presidente americano in grado di distribuire patenti commerciali, come era stato o era sembrato in precedenza, ma per far vedere che il presidente di Barbaria, come la chiama Pepe Escobar, ottiene udienza presso la più grande potenza industriale del pianeta, l’unica, assieme alla Russia, che potrà mettere rimedio ai disastri creati dalla Casa Bianca. Quello che Trump, più di tutti gli altri presidenti americani, aveva dichiarato il nemico esistenziale dell’impero e tentato di arginare con divieti, sanzioni e dazi, adesso è diventato il possibile arbitro del caos provocato da Washington: “ecco, vedete, mi hanno accolto in Cina, sono il vostro eroe”.
Dopo la sostanziale sconfitta dell’aggressione all’Iran, la Casa Bianca non ha in mano nessuna carta, ma presenterà ugualmente una sua lista di desiderata chiedendo che Pechino acquisti più soia e più aerei, che consenta l’esportazione senza contingentamenti delle terre rare, necessarie come l’aria all’apparato militare e che infine faccia sentire la sua influenza su Teheran per arrivare alla riapertura di Hormuz, richiesta che è già in sé una dichiarazione di sconfitta. Non può certo chiedere che la Cina cessi la sua sorveglianza satellitare che ha trasformato tutto il Medio Oriente in un bersaglio per i missili iraniani. Né può spaventare Pechino il divieto di vendita di chip Nvidia 100 e 200, visto che la Cina ha cominciato a produrne di migliori. E francamente anche la questione di Taiwan è ormai oltre l’orizzonte: può una potenza che non è riuscita a piegare l’Iran, minacciare la Cina vendendo a Taiwan armi che in gran parte si sono rivelate inefficaci e che rispondono a una logica bellica ormai sorpassata? Lo potrà fare quando la metà della popolazione taiwanese è favorevole all’unione con la Cina continentale? Come riuscirebbe ad impedirlo Washington? In realtà tutto ciò che ha fatto l’America nell’ultimo decennio nel tentativo di arginare la potenza industriale cinese potrebbe essere stato suggerito dalla stessa Pechino, vista la scarsa efficacia e anzi la capacità di ottenere effetti controproducenti. Persino il tentativo globale di sottrarre alla Cina risorse petrolifere si è rivelato un disastro: mai tanto petrolio è arrivato nell’ex celeste impero negli ultimi due mesi e ciò che è pericoloso trasportare per mare, viene trasferito via terra. Come possiamo dire che il vero punto di non ritorno è stato l’abbandono del soft power, sostituito da politiche apertamente imperialistiche e guerrafondaie che hanno spaventato tutti e mostrato da una parte il ferro che il guanto di velluto nascondeva, ma dall’altra il fatto che il pugno di ferro nasconde un debole pugno di velluto.
Il volo verso la Cina è stato accompagnato da notizie non buone per Trump: l’inflazione al 3,6 per cento al consumo e del 6 per cento all’ingrosso, ovvero qualcosa che annuncia una strage di consensi per The Donald e per la sua guerra a fianco del sionismo. Ma qui non è questione di un presidente che agisce solo a breve termine e sulla spinta di un narcisismo patologico: qui è una questione di oligarchie globaliste che hanno deciso di puntare sul caos come strumento per arrivare a una società tecno feudale e alla sconfitta dei rivali. Qualcosa di molto diverso dal piano quinquennale cinese che prevede un enorme sviluppo dell’intelligenza artificiale nella robotica industriale, nelle reti di comunicazione quantistica terra – spazio, nello sviluppo della fusione nucleare, nell’ azzeramento dei dazi vero i Paesi africani, insomma un nuovo grande balzo. L’ordine contro il caos e non ci vuole molto a capire cosa il mondo sceglierà.
