«Si stava meglio prima»: “si tratta di una formula che ha il dono di irritare l’ottimista”, scrive il filosofo francese Alain Finkielkraut

U PILU – “SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO”

Don Camillo e l’onorevole Peppone film del 1955 con Fernandel e Gino Cervi

 

Primi anni ’80, avevo ancora i capelli, quattro peli di barba, e pochi soldi nelle tasche (quella è l’unica cosa rimasta invariata) la “paghetta”, obolo elargito dai genitori ai figli studenti, era un segno evidente dell’ascensore sociale, le generazioni post boom economico riuscirono a raggiungere uno stato sociale più elevato rispetto a quello di provenienza, l’enciclopedia Treccani lo descrive come “un processo che consente e agevola il cambiamento di stato sociale e l’integrazione tra i diversi strati che formano la società”. In altri termini, consentiva ad un individuo di innalzare la propria condizione sociale attraverso il lavoro, l’istruzione e la crescita economica.

Quelle lire, nel mio caso arrivavano di sabato, all’ora di pranzo, e spesso già alla domenica sera erano svanite misteriosamente, un rituale era il passaggio dal “Barbiere”, i parrucchieri, ancora si occupavano unicamente delle signore, all’epoca il sesso di una persona non era definito per autocertificazione o per ddl, era quello che ti ritrovavi nei pantaloni (o nella gonna), ed era soprattutto quello di cui parlavi, nell’unico luogo vietato alle donne, che fossero madri, mogli o fidanzate, Il Barbiere era il pronao della fureria delle caserme, dove ogni maschietto era stato, o sarebbe andato presto, (almeno sino al 2004). Negli immancabili portariviste sparsi fra le poltrone di finta pelle, Quattroruote, giornali sportivi, Diana (rivista di caccia) e gli immancabili fumetti per adulti, soprattutto quelli comici, da “Lando” ad “Il Tromba”, a “il Montatore”. Dalla mezzanotte del 20 settembre 1958, data in cui per volere della senatrice socialista Lina Merlin si spensero definitivamente le luci delle “Case Chiuse” il barbiere era il luogo deputato a parlare di sesso, sport, e chiaramente Politica, spesso in un unico storyboard, narrativo. Il “salone” del barbiere diventava un vero e proprio luogo di contatto sociale, in cui si stringevano rapporti, si scambiavano chiacchiere e confidenze. Siccome i gestori erano particolarmente interessati a conservarsi la clientela, a fine anno si rinnovava il rito originario della Belle Époque di omaggiare i clienti con un piccolo calendario tascabile da conservare nel portafoglio, semplificazione dei lunari contadini dell’ottocento. Essendo destinati unicamente ad un pubblico maschile, una presenza costante in questi “cadeau” è quella delle “donnine”, dapprima come fatto esclusivamente decorativo per sfociare con il passare degli anni all’erotico/pornografico.

Una tavola di Romanini

Il calendarietto classico era a forma di libriccino, dalle 16 alle 20 pagine tenute insieme da un cordoncino di seta con una minuscola nappa, venivano offerti in bustine trasparenti di carta velina e spesso erano profumati d’essenze penetranti. Durante il Fascismo, erano di gran moda quelli delle imprese coloniali, dove le nudità delle “Bellezze” Somale, Eritree, e Libiche, venivano tollerate dalla censura del Milcun pop, ai miei tempi, c’erano già quelli a fisarmonica, nei quali le immagini si distendono aprendosi appunto come una fisarmonica, mostrando 12 ragazze in costume adamitico, (o Evitico?). Sigmund Freud non era ancora di moda, i problemi di “pancia e di cuore” si confessavano dal Barbiere, per quelli più seri, c’era il sacerdote, o ancor meglio il frate. Il tema dello “sviluppo psicosessuale” e delle correlate cinque fasi, erano divulgate tramite i fumetti, spesso da considerare vere e proprie opere d’arte, basti pensare alle tavole di Magnus, Romanini o Manara. Riletti oggi alla luce della nuova narrazione figlia del Me Too, e del ddl Zan, potrebbero essere considerati alla stregua del Main Kampf o del libro rosso di Mao. “Si stava meglio quando si stava peggio“, è una frase evergreen, da piccolo la sentivo ripetere dagli anziani,  quando la domenica si trovavano a giocare a briscola al circolo ARCI o M.C.L. e in palio c’erano i Boero, poi l’ho sentita nelle sezioni del M.S.I. quando si magnificava un’epoca in cui i treni arrivano in orario, non ci credevo, presuntuosamente (come ogni generazione) credevamo ad essere migliori, a non cadere negli stessi errori dei nostri nonni e dei nostri genitori, non ci siamo accorti che più che un detto era una profezia. Fra le pubblicità di quei “giornalacci” come li chiamavano le nostre mamme, i fantastici occhiali a raggi x, per vedere la compagna di scuola senza vestiti, o la crema miracolosa che faceva crescere i peli sul petto, adesso i “peli” non sono più di moda, saloni di bellezza unisex fanno alternativamente colori, cerette e permanenti, ad uomini, donne ed altri, “Il Vizietto”  film del 1978 diretto da Édouard Molinaro tratto dell’adattamento cinematografico della commedia La Cage aux Folles di Jean Poiret, è paragonabile a: “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, i protagonisti di quei fumetti se reali, oggi finirebbero direttamente nelle patrie (o Matrie?) galere.

Il trionfo della volontà è un film di propaganda nazionalsocialista del 1935, diretto da Leni Riefenstahl.

Ogni cambiamento della società, mi riporta a quell’inciso di cui sopra,  “Si stava meglio quando si stava peggio”. Si stava meglio senza UE e senza Euro, si stava meglio quando c’era Craxi, si stava meglio prima del Britannia, si stava meglio prima del Covid, si stava meglio quando c’era Lui, si stava meglio quando “l’omo a ad esse omo” (Taricone Docet), si stava meglio quando la “paghetta” te la davano i genitori invece che lo stato chiamandolo “reddito di cittadinanza”, si stava meglio quando dal barbiere raccontavi dell’ultima conquista, senza passare da “sessista”, ascoltavi “Colpa d’Alfredo

Colpa d’Alfredo

«Ho perso un’altra occasione buona stasera

È andata a casa con il negro, la troia!

Mi son distratto un attimo

Colpa d’Alfredo

Che con i suoi discorsi seri e inopportuni

Mi fa sciupare tutte le occasioni» (incipit del brano)

senza passare da “razzista”, quando nel vocabolario non c’erano parole vietate, quando valutavi se comprare l’unguento miracoloso che faceva crescere i peli: “pilu pe’ tutti, tutto pe u pilu” farà dire Antonio Albanese al personaggio di Cetto la Qualunque. Provo nostalgia per il barbiere, per il Lando, e per il calendarietto da mettere nel portafoglio, e perché no, per l’anacronistico “pilu”, l’assurdo è che questa affermazione secondo le leggi vigenti, non mi fa passare per un vecchio satiro da indicare con ironia e compassione, ma per un pericoloso criminale, mi vedo già, manette ai polsi verso il mio destino canticchiando una hit di Diana del Bufalo.

La Spina nel Fianco

 

 

Fonte: Il Pensiero Forte del 30 Giugno 2021

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