Riletture ironiche, ma filologicamente rispettose, dei grandi racconti della cultura occidentale.

«ULISSE, IL PEGGIOR NAVIGATORE DEL MEDITERRANEO?»

Dieci anni per tornare da Troia a Itaca. Colpa del destino… o, almeno qualche volta, anche di Ulisse?

Redazione Inchiostronero


NOTA REDAZIONALE

L’Odissea è uno dei testi più letti, studiati e amati della letteratura occidentale. Ma cosa accade se, per una volta, proviamo a leggerla senza soggezione? Se osserviamo Ulisse non soltanto come l’eroe astuto celebrato da Omero, ma anche come un uomo che prende decisioni discutibili, si lascia trascinare dall’orgoglio e, talvolta, sembra complicarsi la vita da solo?

Questa non è una parodia del poema, né un tentativo di ridimensionarne il valore. È un gioco intellettuale, condotto con ironia e nel pieno rispetto del testo, che invita il lettore a guardare il viaggio di Ulisse da una prospettiva diversa.

Perché i grandi classici non diventano immortali quando smettiamo di interrogarli. Diventano immortali proprio perché continuano a rispondere, anche alle domande più impertinenti.

 

  • Indice
  • APPRODO 1 – Il viaggio più lungo della storia
    Dieci anni per tornare da Troia a Itaca. Cominciamo dai numeri: sono il primo vero enigma dell’Odissea.
  • APPRODO 2 – Ogni volta che risolve un problema… riesce a complicarsene un altro
    L’episodio dei Ciconi mostra un Ulisse capace di trasformare una vittoria in una nuova difficoltà.
  • APPRODO 3 – La vanità che scatena l’ira di Poseidone
    Il colpo di genio contro Polifemo è perfetto. A rovinarlo sarà una sola parola di troppo.
  • APPRODO 4 – Il sacco di Eolo e l’equipaggio meno affidabile del Mediterraneo
    Quando Itaca è ormai vicina, la curiosità dei compagni rimette in mare il destino di Ulisse.
  • APPRODO 5 – E se Ulisse non avesse avuto tutta questa fretta di tornare?
    Circe, Calipso, le Sirene: forse il ritorno conta meno del viaggio che trasforma l’uomo.

 

APPRODO 1 – Il viaggio più lungo della storia

Il viaggio di Ulisse nel Mediterraneo

Dieci anni.

È il tempo che Ulisse impiega per tornare da Troia a Itaca.

Sapete quanto avrebbe potuto impiegarci?

Secondo diversi studiosi, con venti favorevoli e una navigazione regolare, poco più di una decina di giorni.

Dieci.

Non dieci mesi.

Dieci giorni.

Ulisse, invece, ce ne mette quasi 3.700.

Ora, capisco le tempeste.

Capisco gli dèi.

Capisco anche qualche contrattempo.

Ma fra dieci giorni e dieci anni c’è una certa differenza.

È come partire oggi da Milano per Roma e arrivare… nel 2036.

A questo punto la domanda diventa inevitabile.

Siamo davvero sicuri che sia tutta colpa del destino?

Oppure il re di Itaca, ogni tanto, ci mette anche un po’ del suo?

Per scoprirlo, dobbiamo fare una cosa che di solito non si fa.

Seguire Ulisse tappa dopo tappa.

Non per smontare il mito.

Ma per capire se, dietro le sue straordinarie imprese, si nasconda anche un uomo con un talento tutto particolare: quello di trasformare un viaggio di dieci giorni nell’avventura più lunga della letteratura occidentale.

«La matematica, almeno per ora, è impietosa»

APPRODO 2 – Ogni volta che risolve un problema… riesce a complicarsene un altro

La guerra di Troia è finita.

Dopo dieci anni di assedio, Ulisse e i suoi uomini possono finalmente fare vela verso Itaca.

Che cosa farebbe qualunque comandante?

Salperebbe senza perdere un minuto.

Ulisse, invece, decide di fermarsi.

Approda nel paese dei Ciconi, una popolazione della Tracia che aveva combattuto al fianco dei Troiani.

Li sconfigge.

Saccheggia la città.

Bottino facile.

Vittoria completa.

Sembra l’inizio perfetto del viaggio.

Ma i Ciconi riescono a radunare nuovi guerrieri.

Contrattaccano.

Gli Achei, cioè i Greci reduci dalla vittoria di Troia, vengono colti di sorpresa.

Lo scontro è violento.

Molti compagni di Ulisse perdono la vita.

Le navi sono costrette a fuggire.

Il viaggio verso Itaca comincia così.

Con una vittoria trasformata in una sconfitta.

Ed ecco che nasce il primo vero dubbio.

Ulisse è davvero perseguitato dalla sfortuna…

oppure, qualche volta, se la va a cercare?

Perché una cosa appare subito evidente.

Ogni volta che risolve un problema…

riesce, con sorprendente puntualità, a complicarsene un altro.

«Il viaggio è appena iniziato. E Ulisse ha già trovato il modo di allungarlo.»

 

APPRODO 3 – La vanità che scatena l’ira di Poseidone

L’ira di Poseidone sul mare

Ed eccoci a uno degli episodi più celebri dell’Odissea.

Ulisse approda nell’isola dei Ciclopi, giganti pastori dotati di un solo occhio e privi di leggi, città e organizzazione politica.

Fra loro vive Polifemo, figlio del dio del mare Poseidone.

Il gigante rinchiude Ulisse e i suoi compagni nella sua grotta.

Ogni giorno ne divora alcuni.

La situazione sembra senza via d’uscita.

Ma qui emerge il genio di Ulisse.

Si presenta con un nome falso.

«Nessuno.»

Fa ubriacare Polifemo.

Quando il Ciclope si addormenta, gli conficca un palo rovente nell’unico occhio.

Il piano funziona.

Accecato, Polifemo grida aiuto.

Gli altri Ciclopi accorrono.

«Chi ti sta facendo del male?»

«Nessuno!»

E, convinti che il gigante sia impazzito, se ne vanno.

È uno dei colpi di genio più straordinari della letteratura.

Ulisse e i suoi uomini riescono perfino a fuggire nascosti sotto il ventre delle pecore.

La storia potrebbe finire qui.

Con una vittoria perfetta.

Invece…

quando la nave è ormai lontana e il pericolo è passato, Ulisse non resiste.

Sente il bisogno di rivelare la propria identità.

«Non è stato Nessuno. Sono Ulisse, re di Itaca!»

Silenzio.

Poi Polifemo alza le braccia al cielo.

Invoca suo padre Poseidone.

Gli chiede una sola cosa.

Che quell’uomo non riveda più la sua casa.

Oppure, se dovrà rivederla, che vi arrivi tardi, solo e dopo infinite sofferenze.

A questo punto viene spontaneo chiedersi:

era davvero necessario fare il proprio nome?

«A volte una sola frase può costare dieci anni di viaggio.»

 

APPRODO 4 – Il sacco di Eolo e l’equipaggio meno affidabile del Mediterraneo

Il sacco di Eolo e l’equipaggio

Dopo tante disavventure, finalmente la fortuna sembra voltarsi dalla parte di Ulisse.

Approda da Eolo, il signore dei venti, al quale gli dèi hanno affidato il potere di governare le brezze e le tempeste.

Eolo ascolta il suo racconto.

Ne prova compassione.

E decide di aiutarlo.

Gli consegna un grande otre di pelle.

Dentro ha rinchiuso tutti i venti contrari.

Ne lascia libero soltanto uno.

Quello capace di spingere le navi direttamente verso Itaca.

È il regalo perfetto.

Per nove giorni la navigazione procede senza problemi.

Finalmente, all’orizzonte, compare Itaca.

Ulisse la vede.

È arrivato.

Stremato dalla fatica, si addormenta.

Ed è proprio in quel momento che entra in scena il suo equipaggio.

I compagni osservano l’otre.

Cominciano a sospettare.

«Perché il comandante lo tiene sempre con sé?»

«E se dentro ci fossero oro e argento?»

La curiosità prende il posto della fiducia.

Aprono il sacco.

Non trovano un tesoro.

Trovano una tempesta.

Tutti i venti contrari si liberano in un istante.

Le navi vengono respinte in mare aperto.

Itaca scompare di nuovo all’orizzonte.

A questo punto viene spontaneo chiedersi:

Ulisse era davvero il navigatore più sfortunato del Mediterraneo…

o aveva semplicemente scelto l’equipaggio meno affidabile?

«Puoi avere il vento dalla tua parte. Ma se perdi la fiducia del tuo equipaggio, nessun porto è davvero vicino.»

SCALO 5 – Tutte le donne di Ulisse

Da Circe a Penelope: ogni donna gli offre un volto diverso dell’amore e della conoscenza.

Fin qui abbiamo attribuito i ritardi di Ulisse alle tempeste, agli dèi e perfino ai suoi stessi errori.

Ma c’è un altro filo che attraversa tutta l’Odissea.

Le donne.

Non sono semplici incontri lungo il cammino.

Ognuna rappresenta una possibilità diversa di vivere.

Circe, la potente maga dell’isola di Eea, lo trattiene per un anno. Prima trasforma i suoi compagni in porci, poi si innamora dell’eroe e gli offre un rifugio sicuro, lontano dalla guerra e dalle fatiche del mare.

Calipso, la ninfa di Ogigia, va ancora oltre. Per sette anni lo ama e gli propone ciò che nessun mortale ha mai ricevuto: l’immortalità. Ulisse rifiuta. Ma lo fa soltanto dopo un lungo tempo trascorso accanto a lei.

Poi arrivano le Sirene.

Creature leggendarie il cui canto promette non il piacere, ma la conoscenza assoluta.

Ulisse potrebbe evitarle.

Invece vuole ascoltarle.

Ordina ai compagni di tapparsi le orecchie con la cera e si fa legare all’albero della nave.

Non vuole fuggire dalla tentazione.

Vuole conoscerla.

Infine incontra Nausicaa, la giovane principessa dei Feaci. Lo trova nudo, stremato e senza speranza sulla riva del mare. Lo accoglie con una gentilezza che sfiora l’amore e gli apre le porte della reggia di suo padre. Grazie a lei, Ulisse ottiene la nave che lo ricondurrà finalmente verso Itaca.

Ed è proprio qui che qualcosa cambia.

Per la prima volta nessuna donna lo trattiene.

Nausicaa non è una sosta.

È l’ultimo ponte verso casa.

E poi c’è Penelope.

Non la più bella.

Non la più potente.

Non l’immortale.

Semplicemente la donna che, per vent’anni, continua ad aspettarlo.

Forse è proprio questo il senso dell’Odissea.

Ogni donna insegna qualcosa a Ulisse.

Circe il piacere.

Calipso l’eternità.

Le Sirene la conoscenza.

Nausicaa l’accoglienza.

Penelope il ritorno.

«Forse Ulisse non torna a Penelope perché ha dimenticato le altre donne. Torna perché, dopo averle incontrate tutte, ha finalmente capito chi stava aspettando davvero.»

La Redazione

 

 

 

 

Questo è il primo approdo de I Classici Smontati.

Se il viaggio continuerà, altri miti, fiabe e grandi opere della letteratura saranno riletti con lo stesso spirito: ironia senza irriverenza, rispetto per i testi e la libertà di porre quelle domande che, forse, abbiamo sempre pensato ma raramente osato formulare.

 

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