Tra arte sacra, meme e indignazioni a comando

«Un angelo caduto a Palazzo Chigi»
Dal finto angelo di San Lorenzo in “Ducina” alla polemica politica: quando l’ironia dell’arte incontra l’isteria del presente
di Marcello Veneziani
Un angelo con il volto di Giorgia Meloni, un artista-sagrestano che nega l’evidenza con disarmante candore, i social che trasformano la storia dell’arte in un album di meme: il caso esploso attorno alla chiesa di San Lorenzo in Lucina diventa il pretesto per riflettere su un’antica consuetudine artistica e su una moderna sproporzione polemica. Veneziani osserva la scena con sguardo ironico e disincantato, ricordando come l’arte abbia da sempre ospitato volti del potere, dell’autore, della beffa. Ciò che colpisce non è l’angelo “meloniano”, ma l’indignazione costruita come se si trattasse di un atto di culto politico. In realtà, più che un’operazione di regime, emerge una farsa tutta italiana, sospesa tra sacro e profano, dove l’arte continua a prendersi gioco della seriosità del tempo presente. (N.R.)
È stato divertente il filone che è esploso sui social di ritratti famosi del passato ritoccati con il volto di Giorgia Meloni o, alle brutte, con quello di Elly Schlein. Dalla Gioconda alla Dama con l’orecchino di perla fino all’Urlo di Munch, con la faccia della Meloni o di altri leader politici, è stato un viaggio spassoso nella storia dell’arte lungo i secoli. Tutto è partito da quell’angelo meloniano dipinto in San Lorenzo in Lucina, anzi in Ducina, come è stata scherzosamente ribattezzata la nota chiesa romana. La Meloni in fondo non sfigurava nel remake angiolesco, pensate se avessero usato il volto di Donzelli o quello luciferino di Larussa (ma da quando è presidente del Senato il suo volto si è fatto serafico con gli anni, più da capro espiatorio che da belzebù con risata satanica). Sul piano artistico è sempre accaduto negli affreschi, nelle tele, perfino nelle pale d’altare di grandi artisti che vi fossero al loro interno ritratti di contemporanei dell’autore, potenti, amici o autoritratti degli stessi artisti. La vena ironica, se non goliardica, a volte si insinua nel viaggio dell’arte tra sacro e profano. Colpisce nella vicenda il ruolo polivalente dell’anziano artista, Bruno Valentinetti, che è sagrestano, restauratore e catechista; magari fa pure l’organista della chiesa e organizza gite parrocchiali (l’ho visto varie volte in passato assiduo frequentatore di incontri pubblici e conferenze). Le sue dichiarazioni che negavano l’evidenza e fingevano casualità mi sono parse un seguito spiritoso della beffa. Mi è parsa comunque fuori luogo l’indignazione montata come se fossero prove tecniche di regime e di santificazione della premier.
Per due giorni non s’è parlato d’altro nell’asilo infantile mediatico-politico.
I temi seri che restano della vicenda sono invece due: uno è l’intrusione dell’attualità nella storia, nell’arte e nel mondo passato; che talvolta diventa pretesa di costringere opere, autori e trame del passato a essere riviste e rilette con gli occhi del presente, e soprattutto con la suscettibilità e i codici ideologici di oggi, a partire dal canone woke e dintorni. Una forzatura, questa si, inaccettabile; una vera e propria violenza alla memoria storica, all’opera e al pensiero di quegli autori, alla verità dei fatti e alla realtà di quel tempo. Davanti allo stupro di Virgilio o di Shakespeare, costretti all’attualità, una Meloni infiltrata nei cieli mi pare solo buffa.
L’altro tema è che l’effetto comico che suscita il volto di un politico di oggi in un’opera d’arte o in un documento storico e culturale del passato, nasce proprio dalla stridente contrasto tra la dimensione contingente, piccina, labile della politica odierna e quel mondo così distante, solenne, grandioso in cui sono abusivamente inserite le facce intruse dei politici. Questa, si, appare una profanazione quando non è intesa come una caricatura e una goliardata. Finché la storia era viva e possente e si avvertiva ancora in atto era possibile immaginare figure di un tempo affacciarsi in un altro tempo; come allegorie, messaggi di continuità, perfino allusioni profetiche. Ora che avvertiamo di essere usciti dalla storia, di abitare nel dopostoria e nell’epoca postuma, pur gremita di eventi e conflitti, queste contaminazioni e correlazioni ci sembrano soltanto surreali, grottesche, accettabili solo in versione caricaturale o scherzosa. Il volto di Mussolini riportato in alcune opere artistiche di regime dedicate alla Roma dei Cesari era un preciso messaggio che si inseriva nel culto della romanità e nella pretesa di continuità dei fasci duceschi e imperiali con quelli antichi; così accadeva anche nel culto di Stalin o di Mao ma anche in quelli più recenti di leader democratici, per esempio di De Gaulle o di Kennedy. Era possibile immaginare anche un affresco garibaldino col volto di Bettino Craxi, ancora sensibile alla storia, senza pensare che fosse una presa in giro; ma da Berlusconi in poi, passando prima per alcune figure democristiane, un’intrusione del genere è intesa come satira o sberleffo.
Allo stesso modo a me pare del tutto fuori luogo che un leader politico possa dire oggi, come ha fatto Elly Schlein a Milano, “riprendiamoci Tolkien” (quando mai è stato loro?), nel senso di strapparlo al culto che da decenni ne fa la destra giovanile “identitaria”, dai campi Hobbit fino ad Atreju di Meloni. Nessuno può prendersi o riprendersi artisti, scrittori e pensatori, eccetto quegli autori che deliberatamente decidono di schierarsi con una parte e di appartenervi. Da tempo nel mercatino dell’usato c’è la gara tra chi si porta a casa la figurina di Pasolini, come se la cultura fosse un album della Panini: ma un conto è ribadire il diritto di chiunque a leggere chiunque, senza limiti ideologici e barriere architettoniche pregiudiziali. Un altro conto è appropriarsene, magari senza averli letti, come può capitare a Pasolini o a Tolkien, dando loro una targa di partito.
Ma il tema di fondo è il fossato incolmabile che si è creato non solo tra passato e presente, tra storia e vita quotidiana, ma anche tra cultura e politica, tra idee e slogan, tra arte e propaganda di partito. Se i partiti politici da decenni fanno a gara a presentarsi come nuovi, in discontinuità col passato, calati nell’oggi, non eredi di nessun ieri, che senso ha poi incartare e portarsi a casa un autore, un libro, un pensiero che provengono da quel tempo? Un conto è dire che a titolo personale, e magari nella vita privata, anche un leader politico può leggere e interessarsi a ciò che vuole; un altro è voler trasformare uno scrittore, un pittore, un’opera in un trofeo e un cimelio da esibire in corteo come bottino di guerra politica. Insomma, carriere separate tra arte e politica, autori e partiti. Poi se si gioca va bene, a Carnevale ogni scherzo vale.

Questo testo esprime un libero pensiero della Redazione di Inchiostronero e non intende rappresentare una posizione politica, ma un’osservazione culturale e satirica sul costume del nostro tempo.
Il cielo è pieno di politici, l’inferno pure
C’è stato un tempo in cui i politici volevano entrare nella Storia. Oggi si accontentano di entrare nei quadri. Meglio se già famosi, meglio ancora se con cornice dorata: la Gioconda, Munch, Vermeer. La politica, quando perde il senso della durata, sviluppa un’irresistibile passione per i fondali prestigiosi, come certi parenti che si fotografano davanti al Colosseo per sembrare antichi.
Così Giorgia Meloni è diventata un angelo. Non per rivelazione, ma per ritocco. Non per grazia, ma per algoritmo. Un cherubino premierato, un’ascensione in JPEG. Il risultato non offende il sacro: offende semmai la politica, che in confronto all’eternità dell’arte appare per quello che è — una conferenza stampa con le ali.
L’effetto comico è inevitabile. Non perché Meloni stia male nei panni dell’angelo, ma perché l’angelo sta malissimo nei panni della politica contemporanea. È come vedere un telegiornale dentro una pala d’altare: il problema non è la bestemmia, è la sproporzione.
Qualcuno ha protestato come se fosse l’anticamera del regime, l’inizio della santificazione ufficiale, la prova generale della beatificazione a Palazzo Chigi. Calma. I regimi veri non fanno meme. I regimi veri fanno statue, mausolei, manuali scolastici. Qui siamo al massimo alla figurina Panini con l’aureola glitterata.
E poi, diciamolo: se davvero fosse stato un progetto di culto politico, avrebbero scelto meglio. Donzelli no, per evidenti limiti iconografici. La Russa forse sì, ma solo dopo un lungo restauro morale. In ogni caso, l’arte sacra ha sempre avuto un talento speciale nel trasformare i potenti in comparse, anche quando credevano di essere protagonisti.
Sul versante opposto del firmamento politico, Elly Schlein tenta la sua personale scalata al cielo culturale gridando “riprendiamoci Tolkien”, come se lo scrittore fosse stato sequestrato dalla destra giovanile e tenuto prigioniero in un campo Hobbit. È l’idea più infantile della cultura: che gli autori siano beni contendibili, come i carrelli del supermercato. Tolkien, Pasolini, chiunque: basta una dichiarazione e diventano patrimonio di partito, possibilmente senza lettura allegata.
In questo carnevale permanente, la cultura è ridotta a scenografia e la politica a cosplay. I leader non vogliono più governare il presente: vogliono arredarlo. Entrare nei quadri, nei libri, nelle icone, perché fuori da lì restano soli, esposti, temporanei. La storia vera fa paura; l’arte, invece, è un buon rifugio — purché non parli.
Il punto non è che la politica profani l’arte. È che l’arte, appena la politica vi entra, la ridimensiona. La rende buffa, passeggera, quasi tenera. Un angelo con il volto di un premier non dice “io sono eterna”, ma “io vorrei esserlo”.
E allora lasciamoli giocare. A Carnevale ogni scherzo vale, e la politica italiana è Carnevale tutto l’anno. Ma con una certezza: spenti i riflettori, l’angelo resta nel cielo del quadro. Il politico torna sulla terra. E l’arte, come sempre, sopravvive a entrambi.