Il tempo dell’attesa è finito. Eccola, una piccola fonte luminosa nello spazio nascosta tra le galassie. La sua ultima possibilità. Il suo unico futuro. Forse una nuova era ha inizio, forse il miracolo può compiersi, forse lei può finalmente recuperare i suoi sogni e tornare a vivere. Ma non ha fatto i conti con le aspettative, quelle che polverizzano l’anima, quelle che distruggono l’amore. L’unico ostacolo doloroso della realtà.

 

Un apocalittico ritorno 

racconto

di 

Elisabetta Bordieri

 

♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦

   Nessuna amnesia transitoria dissociativa ad aiutarla, nessuna incoercibile lacuna nei ricordi, nemmeno una vaga sconnessione dai processi mentali o un lieve disturbo retrospettivo della memoria ad alleviare il passato.

Nulla.

Era ancora tutto lì, ben piantato e nitido nella sua testa perché il tempo è una fregatura, scorre sì, ma non sistema niente. Aveva scalato muri trasparenti di rabbia e respirato aria malsana carica di dolore. Aveva imparato a distillare i giorni protetta solo dal torpore del presente e a coartare la coscienza per imprigionare i sogni che la perseguitavano. Tutto inutile. Il suo cervello continuava a vacillare nonostante le false tecniche di controllo ipnotico. Si stava prosciugando, non avvertiva più il refrigerio della vita. Passava ore stravaccata nel suo letto nell’attesa. L’attesa poi di chi. Quel pomeriggio o mattina o notte che fosse avvertì una luminescenza.

Sì, l’avvertì senza vederla. Si avvicinò all’oblò del suo abitacolo e guardò meglio. Ed eccola. Lontanissima ma la vide. Una fonte luminosa. Un puntino acceso nel buio. Un flebile scintillio azzurrastro.Non era un corpo celeste. Il pungente acume della sopravvivenza la fece scapicollare al ponte di comando. Forse c’era qualcuno là fuori, forse aveva ancora una possibilità, l’ultima, si disse, o l’avrebbe finita lì spegnendo i motori e facendosi inghiottire dall’asfissiante retroscena del vomito della sua ombra cullata dal vuoto dello spazio. Si sedette davanti agli schermi, azionò i radar e tutti i sistemi di rilevamento e comunicazione. Niente che ne indicasse la presenza, eppure la luce era ancora là, poteva vederla nitidamente dalle grandi vetrate della torre di controllo. Pareva immobile. Ricontrollò le apparecchiature di bordo, tutto funzionava correttamente, ma di quel bagliore nessun segnale.

Doveva avvicinarsi per tentare un contatto fisico.

   Spinse la cloche verso l’alto per scaricare tutti i gas e dare la più alta velocità consentita alla navicella, ma la luce parve accorgersene e schizzò via. Sembrava andare a zig zag con una propulsione vertiginosa. Continuò per un po’ a starle dietro ma non riusciva a raggiungerla. Inutile inseguirla. Sapeva che così l’avrebbe persa e non poteva permetterselo. Le balenò allora un’idea. Forse era una follia ma era l’unica via. Una via suicida. Ma non aveva chance. Doveva perciò anticiparla facendo in modo di ritrovarsela davanti al costo di una possibile collisione, tentando di attraversare il cunicolo spazio-temporale che le avrebbe permesso di passare da un punto all’altro dello spazio senza percorrere la lunga distanza fra loro. Un azzardo pericoloso perché il rischio del collasso del cunicolo a causa degli effetti gravitazionali era altissimo.

La luce puntò verso est e lei virò leggermente a ovest infilandosi tra due gigantesche galassie, imboccando lo stretto tunnel che, in totale assenza di attrito, le permise un’accelerazione notevole. Non collassò. Venne quindi risputata fuori come un avanzo di cibo indigesto. Non aveva il tempo di controllare eventuali danni al veicolo, solo quello di riposizionarlo nel verso giusto e sparare i gas di scarico nella direzione opposta a quella di viaggio per rallentare la navicella fino a fermarla. Poi guardò all’esterno. Strutture celesti mai viste le annebbiarono la vista. Distese di nebulose dalle forme variopinte si muovevano in danze ancestrali intorno a lei. Un’apoteosi di colori. Fu invasa dalla sensazione meravigliosa del non esserci. Il suo corpo non aveva più peso. La sua mente vuota. Chiuse gli occhi. Dimenticò lo scenario apocalittico della distruzione del suo pianeta. Dimenticò di essere l’unica sopravvissuta. Dimenticò la sua ricerca di universi paralleli. Dimenticò la luce.

   – Sonda aliena rilevata, oggetto volante non identificato, presentati.

Una voce netta, decisa, chiara, forte, potente, maschile la fece uscire dal torpore. Una voce. Da dove veniva? Continuò.

   – Esterna le tue intenzioni.

Si trovava ancora in sala comandi. Guardò fuori dai vetri e vide una sagoma non ben definita. Sembrava una sorta di vascello fantasma. Si riprese completamente e ricordò la luce, il suo inseguimento, il tunnel e quello strano sentire. Poi ancora la voce.

   – Mi presento, mi chiamo Ruel.

L’interfono satellitare era aperto. Ma chi era? Decise di rispondere a monosillabi, camuffando la sua emozione.

   – Ciao Ruel. Intenzioni pacifiche. Puoi chiamarmi X.

   – Ciao X.

   – Parli la mia lingua.

   – Parlo tutte le lingue.

   – Non ti vedo.

   – Strano, io sì.

   – Come fai a vedermi?

   – Da un monitor.

Il monitor! Aveva continuato esterrefatta a guardare fuori rimuovendo la banalità del contatto del computer. Si catapultò al computer dove trovò lo schermo acceso. E da quello schermo si materializzò il viso di un uomo. Un uomo vero. Oddio un uomo, balbettò. Aritmie repentine le sconquassarono il petto. Forti palpitazioni dolorose sopraggiunsero a compromettere i regolari battiti cardiaci. Il cuore non pompava più abbastanza sangue. Le si sarebbero formati dei coaguli che liberi avrebbero viaggiato fino al cervello. Doveva calmarsi se non voleva morire di infarto. Provò a concentrarsi su quella figura dalle fattezze decisamente umane.

   – Ora ti vedo.

   – Mi inseguivi.

   – No, ti esploravo.

   – Come sei finita qui?

   – Una storia lunga.

   – Fammi il riassunto.

   – Vengo da un mondo chiamato Terra che non esiste più a causa di un evento catastrofico, una tremenda esplosione che ha distrutto ogni cosa, cieli, elementi e opere.

   – Riassunto scarno.

   – Ok. Allora c’è stata un’apocalisse meteorica. Non sono servite a niente le postazioni di sorveglianza degli scienziati, l’accuratezza delle loro previsioni, i loro perfetti progetti di monitoraggio. Una pioggia di asteroidi interstellari di dimensioni abnormi ha impattato con il mio pianeta. La collisione ha provocato tsunami rovinosi, onde termiche, terremoti di magnitudo ultraterreni. 

   – E tu?

   – Io sono viva. L’unica rimasta viva. Il come e il perché a tempo debito.

   – Il come e il perché mi interessano poco.

   – Le mie sonde non rilevavano la tua presenza.

   – So come schermarle fino a renderle vane.

   – Da dove vieni?

   – Il mio mondo è una sorta di nebulosa alfa un tempo fatta di particelle allo stato gassoso con un basso livello di entalpia e di disordine estremo. Poi con i giusti reagenti si sono ottenuti prodotti caratterizzati da legami fortissimi, io sono uno di quei prodotti. Sono nato però da una reazione irreversibile, dove non c’è equilibrio tra reagente e prodotto. Cioè tra me e lui. Non siamo quindi proporzionali, praticamente non ci esauriremo insieme. Uno sarà in eccesso, l’altro sarà limitante. Uno vivrà, l’altro morirà. E sarà il compimento del percorso. La mia palingenesi. Con la mia nascita l’entropia è quasi sparita e il disordine diminuito e ho così potuto compiere il lungo viaggio e andare alla ricerca di questa fonte reagente che mi ha consentito di nascere. Senza reagente sarei rimasto, diciamo, nebuloso. La mia ricerca è in continuo divenire come il mio errare nell’attesa di quel giorno.

Le scoppiava la testa. Lo ascoltava ma con poca attenzione. Doveva fare una pausa e ragionare, studiare le prossime mosse. Aveva una missione. Ripopolare il mondo, ma non era solo quello. Ruel era vero e dalle forme umane. Forse lui non sentiva l’esigenza di incontrarla o forse era solo impacciato. Avrebbe potuto continuare a fargli domande per capire meglio chi fosse, ma tentò l’azzardo.

   – Ruel, ti va di uscire dallo schermo?

   – Intendi?

   – Incontrarsi, parlare uno di fronte all’altra, raccontarsi meglio le proprie vite.

   – C’è il pericolo di contaminazioni.

Il pericolo di contaminazioni, non ci aveva pensato, presa solo dall’euforia. Sembrava una ragazzina innamorata. E forse lo era già per davvero.

   – Alcuni timori possono essere superati.

   – E come?

   – Andando oltre, eliminando il superfluo e i condizionamenti, sorvolando la propria anima e facendo un uso proprio del tempo.

   – Sei saggia X, e io folle. Dammi le tue coordinate, mi attracco e ti raggiungo.

   -Sì.

Stava per accadere. Stava per succedere sul serio. Non aveva più bisogno di ipnosi o di amnesie rassicuranti per cercare di dimenticare il passato, la sua vita, la distruzione della Terra. Poteva di nuovo ricostruirsi un futuro, provare emozioni, tornare semplicemente a vivere.

   – X, ci sono, mi ricevi?

   – Ruel, sì, dove sei?

   – Sto lasciando la mia capsula.

   – Ok, appena entri, percorri il tubo flessibile che ti trovi davanti, ti aspetto lì.

   – Già fatto. Ehi, ciao. Eccoti.

La sua voce. Solo la sua voce. Ma non veniva dall’interfono.

   – Pronto? Ma dove sei?

   – Ma pronto cosa? Lascia il dispositivo. Sono qui davanti a te.

Non c’era nessuno. Si girò intorno. Spaventata.

   – Ruel cos’è uno scherzo?

   – X, ma sono qui. Guardami.

   Puntò gli occhi giù nella direzione della voce. Nulla. Abbassò lo sguardo ancora di più. Ancora nulla. Guardò in terra. Un esserino minuscolo le parve muoversi. Ecco. Quando la storia si manipola da sola. Quando il destino squarcia le ossa dell’anima. Quando l’amore non basta. Le arrivò consolatorio quel dolore devastante al petto. Si portò la mano al cuore e si accasciò al suolo inerte ascoltando dentro quell’unico rantolo umido, perso nelle bolle d’aria dei suoi bronchi. Poté sentire la morbidezza della vita abbandonarla, un sorriso macabro accompagnarla verso la fine, il sangue terminare il suo viaggio. Nessuna missione più da compiere. Paradossale. Sopravvivere alla distruzione dell’umanità e poi morire per venti centimetri di amore impossibile, lì ancora fermo davanti a lei. Poi una mano minuscola le sfiorò il viso e un sussurro carico di fetido miasma le graffiò l’anima.

   – Grazie X. Il giusto nome, chiunque tu sia infatti poco importa. La mia ricerca finisce qui anche se alla fine mi hai trovato tu, il mio reagente, il mio composto, la mia miscela. Ciao.

Non fece nemmeno in tempo a odiarlo né a ricomporre gli spasmi del suo corpo, ma solo ad afferrare il suo ultimo pensiero e quell’interruttore della disperazione e della soluzione terminale nascosto nella tasca.

   – Ciao a te, Ruel. Vieni, ti porto con me.

   Non seppe mai che l’abisso fu inondato da una deflagrazione accecante, che lo spazio fu risvegliato dal fragore di un boato, che una luce potente brillò per pochi secondi nel buio. Non seppe mai che poi tutto si tramutò in una fievole luminescenza, un puntino acceso nel buio, un flebile scintillio azzurrastro, una sagoma non ben definita, una sorta di vascello fantasma. Non seppe mai che non era quello il modo per eliminare il superfluo e i condizionamenti e sorvolare la propria anima. Non seppe mai che aveva rimesso in circolo l’oscuro meccanismo di un apocalittico ritorno.

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10 Commenti

  1. Maurizio

    8 Aprile 2019 a 19:10

    Mi fa molto piacere che alla fine ci sei arrivata! Mi riferisco alla fantascienza “classica”, naturalmente, anche se ha smesso da anni di essere un genere. E l’hai fatto con una storia fulminante, alla Fredric Brown, dal finale esplosivo, palingenetico, ma nel tuo stile alto di sempre, dove ogni parola sottintende l’infinito dello spazio interno. Chapeau!

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    8 Aprile 2019 a 14:14

    Un grazie a tutti voi che siete passati di qua.

    rispondere

  3. Andrea

    8 Aprile 2019 a 12:23

    Che dire? La fantascienza non è il mio forte! Prospettiva terrificante. Racconto interessante che suscita curiosità ma, secondo me, non è il tuo miglior racconto.
    Un abbraccio

    rispondere

  4. Pfargo

    8 Aprile 2019 a 11:26

    Brava Betta! Assurdo ma verosimile, e con una atmosfera degna dei migliori romanzi di fantascienza, eppure con qualcosa di diverso e di più profondo. A proposito: a quando un romanzo?

    rispondere

  5. Paola

    7 Aprile 2019 a 0:10

    Grazie per questo nuovo racconto con un finale che non ti aspetti. Li vorrei più unghi i tuoi racconti, perché li leggo in un battito di ciglia e invece vorrei starci ore 😘

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  6. Bu Gia

    6 Aprile 2019 a 23:30

    Un viaggio disperato nello spazio infinito, nel tempo indefinito, alla ricerca di un qualcosa che, una volta trovato, si rivela un inganno che ti porta a compiere il gesto estremo: “Allora muoia Sansone con tutti i Filistei!!!” Un alternarsi di forti emozioni in pochissimi attimi, più rapidi della nostra lettura, quando invece avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova era destinata a durare forse per sempre! Brava!!!

    rispondere

  7. tomlostriato

    6 Aprile 2019 a 22:59

    …e tutto ebbe senso ! Grazie Elisabetta! ❤

    rispondere

  8. Ilaria

    6 Aprile 2019 a 19:19

    la vita o la morte , una storia può aver bisogno di altro… ? un pò come rivivere l’allucinazione della dott.ssa Ryan in ” Gravity”, la stessa tensione cluastrofobica che non ti molla , una narrazione serrata la tua , dove speranza e sapravvivenza vanno oltre. E’ il viaggio dell’essere umano. Bello.

    rispondere

  9. Daniela

    6 Aprile 2019 a 18:38

    Apocalittico veramente. Commovente e intenso come sai fare tu.😊

    rispondere

  10. Connubio170904

    6 Aprile 2019 a 18:10

    Il deserto della solitudine, la fiammella della speranza sempre viva, il miraggio della salvezza, l’illusione della felicità, l’energia purificatrice che crea le basi di un apocalittico ritorno alla nuova vita.
    Una bella allegoria da leggere tutta d’un fiato, Elisabetta non delude mai.

    rispondere

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