Errori strategici, illusioni geopolitiche e decisioni irreversibili nel cuore del Medio Oriente

«Un capolavoro di stupidità»

Quando la politica internazionale scambia l’analisi per desiderio e trasforma un’operazione tattica in un detonatore storico

Il Simplicissimus

Ci sono momenti in cui la storia accelera non per necessità, ma per errore. Le recenti scelte compiute nello scenario iraniano sembrano appartenere a questa categoria: decisioni costruite su valutazioni fragili, convinzioni premature e una lettura superficiale degli equilibri interni di un Paese complesso. L’eliminazione di figure considerate “moderate” non ha indebolito il sistema, ma ha contribuito a rafforzarne le componenti più radicali, consegnando l’iniziativa politica a chi interpreta il conflitto come destino e la vendetta come obbligo. In questo quadro si inserisce anche la dimensione simbolica del lutto e della memoria nel mondo sciita, dove il tempo rituale dei quaranta giorni non è solo religione, ma politica attiva. Più che una mossa risolutiva, ciò che stiamo osservando rischia di rivelarsi un errore strategico destinato a produrre conseguenze durature: un vero capolavoro di stupidità geopolitica, costruito sull’illusione che i regimi crollino per inerzia e non per trasformazione interna. (N.R.)


Stiamo assistendo in questi giorni alla nascita e alla crescita di un capolavoro di stupidità che rimarrà negli annali della storia futura. Certo noi italiani ci siamo abituati, visto che abbiamo dovuto sopportare l’inettitudine di capi militari che causarono Caporetto o la dichiarazione di guerra nel ’40 fatta senza alcuna preparazione e senza nemmeno dei piani militari, giusto per la fretta di Mussolini di partecipare alla vittoria tedesca, ricavandone la sostanziale perdita di sovranità reale, anche se non formale, del Paese. A quei tempi la scala degli eventi era simile a quella di oggi, ma certo non si era mai visto che un presidente americano, assieme al suo compare di stragi, sia stato convinto dal capo del Mossad – come scrive il New York Times – che il regime iraniano fosse in sostanza un castello di carte che sarebbe crollato in un secondo al più piccolo scossone. Così cos’hanno fatto? Hanno assassinato in un solo colpo tutta la dirigenza moderata dell’Iran, lasciando il potere in mano a un nuovo ayatollah, figlio della guida suprema uccisa e ai guardiani della rivoluzione il cui unico scopo adesso è la vendetta. Nel mondo islamico si crede che, dopo 40 giorni dalla morte, l’anima del defunto sia matura per scendere al cielo, sempre che sia stata adeguatamente onorata e/o vendicata. Alì Larijani è stato ucciso il 17 marzo e dunque il suo assassinio sarà commemorato il 26 aprile: prima di allora la vendetta continuerà.

Ma continuerà anche la stupidità di Trump che probabilmente lunedì prossimo, prima dell’apertura delle borse, farà sbarcare da qualche parte a Kharg, a Qeshm, nel porto di Chabahar o persino nel sito dove si trova l’uranio arricchito iraniano, i 2500 marines che non si sa bene che fine faranno, ma di certo non riusciranno a liberare lo stretto di Hormuz. Che cosa ha da perdere? Il mondo moltissimo, ma lui no: è probabile che il giochino pace – guerra lo abbia ulteriormente arricchito, non potrà candidarsi più come presidente e se ne frega di essere sceso al 36 per cento nei sondaggi che sarebbe poi la quota che secondo gli istituti demoscopici americani, è il livello di non ritorno per l’inquilino della Casa Bianca. Ma la sua vanità gli impone di fare un beau geste per non essere considerato un coglione e per recuperare quel prestigio che ritiene dovuto alla sua persona. Se fosse intelligente gli basterebbe eliminare gli specchi da Mar a Lago o dalla Casa Bianca. Che poi possano morire inutilmente dei soldati o se le perdite di mezzi di ogni tipo fossero catastrofiche, che importa, anzi sarebbe una buona occasione per comprare altre azioni dell’industria bellica che certamente ha già in portafoglio. Continua a commettere sempre lo stesso errore, perché se dovesse riuscire ad impossessarsi di un lembo piccolissimo del territorio iraniano, le richieste di Teheran diventeranno ancora più intransigenti: cancellazione di tutte le sanzioni, libertà di arricchire l’uranio per usi civili, risarcimento di 500 miliardi di dollari e ritiro delle basi americane dal Medio Oriente a garanzia del fatto che un altro attacco non sia più possibile.

Questo però è niente. Se le truppe da sbarco, isolate come sarebbero, dovessero essere in pericolo e dunque anche la faccia del presidente dovesse raggrinzirsi a somiglianza di certi organi, dovrebbe prima di tutto cominciare a dare la colpa ad altri, probabilmente a qualche generale o magari a qualche altro papavero dell’amministrazione che lui stesso ha scelto. Ma di certo non basterebbe: la tentazione di usare l’atomica, ancorché tattica, sarebbe irrefrenabile pur di “salvare i nostri ragazzi”. Anche ammesso che non lo faccia prima Israele pur di cercare la guerra mondiale. Dopotutto siamo in mano a un narcisista patologico e a un genocida che di fatto controlla quel deep state con cui Trump, non sappiamo con quanta consapevolezza, diceva di essere in guerra. Era inutile preparare attentati: Trump se li fa solo.

Redazione

 

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