Quando le guerre finiscono senza futuro

«Un epitaffio per l’Ucraina»

L’Occidente continua la guerra mentre l’Ucraina perde infrastrutture, prospettive e speranze di ricostruzione duratura.

Il Simplicissimus

Che cosa accade quando una guerra continua anche dopo aver smarrito un obiettivo politico credibile? Partendo dalla progressiva distruzione dell’apparato industriale ed energetico ucraino, l’articolo riflette sull’assenza di una strategia occidentale che vada oltre il semplice prolungamento del conflitto. Tra narrazioni mediatiche, gesti simbolici e realtà sul campo, emerge il ritratto di un Paese sempre più consumato dalla guerra e di un futuro che rischia di trasformarsi in una promessa priva di consistenza. (N.R.)


Una cosa è assolutamente chiara: non esiste un piano B dell’Occidente o sarebbe meglio dire una qualunque visione che vada oltre la guerra. E quando questa guerra non può essere vinta la fortezza si trasforma in un castello di carte, i propositi, per quanto menzogneri e pessimi, si trasformano in ritualità retorica senza alcun significato, le azioni diventano automatiche e insensate, le prospettive ingannevoli. il futuro una favoletta per bambini. Possiamo prendere ad esempio l’Ucraina, o meglio ciò che ne rimane: da circa un mese i russi stanno sistematicamente demolendo le infrastrutture industriali ed energetiche del Paese senza che le Wunferwaffen (armi miracolose) occidentali ci possano fare niente. Ma l’illusione di una resistenza di Kiev viene alimentata da azioni terroristiche con i droni, che certo procurano qualche danno e qualche vittima, ma che sono sostanzialmente un fatto mediatico, colpi che alimentano le narrazioni a cui parecchia parte dell’opinione pubblica abbocca come una carpa al chicco di mais.

Questo, tuttavia, rende manifesto che tutti i soldi mandati a Kiev sono un semplice sperpero di denaro pubblico: non serviranno né ad aumentare la produzione bellica in fabbriche distrutte, né tantomeno a propiziare l’assurda vittoria del regime di Kiev che pure viene in qualche modo vagheggiata da un’informazione priva ormai di qualunque senso e che concepisce la propria sopravvivenza solo come megafono del padrone che paga gli stipendi. Tuttavia, anche arrivando a una qualche precaria pace, l’Ucraina non sarà affatto quel bengodi della ricostruzione che i milieu politici europei hanno favoleggiato per tentare di creare consenso attorno alla guerra, ma sarà una palla al piede di enormi dimensioni per un’Europa già gravemente colpita dalle sanzioni che ha messo alla Russia e in via di progressiva deindustrializzazione. Alcuni speculatori ci guadagneranno, ma saranno le società europee nel loro complesso a pagarne il prezzo e manco a dirlo i più penalizzati saranno proprio i ceti popolari. I fondi assolutamente necessari per cercare di ritrovare una qualche competitività economica e per non venire marginalizzati tecnologicamente verranno dirottati su un’Ucraina praticamente diroccata, priva dei territori più ricchi che non sarà possibile ricostruire se non in lunghi decenni e a costi proibitivi.

Tutto questo avverrà, per giunta. in un contesto molto sfavorevole perché gli ucraini si divideranno sostanzialmente in due fazioni: quelli che odieranno l’Europa per non aver fatto abbastanza e quelli che la odieranno per averli trasformati in carne da cannone: non c’è gratitudine per gli sconfitti. Questa gigantesca zavorra finirà per destabilizzare ogni cosa, per ridurre la sicurezza e ampliare invece le aree di povertà. Si mangerà insomma il futuro del continente o di ciò che ne rimane. Una delle ragioni per cui i leader europei sembrano decisi ad evitare ad ogni costo la pace, non è soltanto per evitare di essere ed apparire dei perdenti, ma proprio perché sanno che la fine della guerra sarà anche la fine degli alibi per distrarre fondi pubblici. Chi approverà mai la partenza di miliardi a decine e centinaia verso un Paese ormai inesistente, la cui ricostruzione si è trasformato da progetto speculativo a pura e semplice mitomania?

Tuttavia non si riesce nemmeno a immaginare un piano B: consumarsi in una guerra impossibile è l’unica strada che si riesce a immaginare. La stessa cosa accade in Iran che ha il coltello dalla parte del manico, senza che i responsabili (si fa per dire, ovviamente) di Washington riescano ad ammetterlo e a farsi catturare dalla realtà. Così se la guerra è in qualche modo impossibile, lo è anche la pace e si vive alla giornata seguendo gli umori di un narcisista che teme di confessare di essere un prestanome, come del resto è sempre stato. Che poi non riesca ad essere nemmeno un Kagemusha, l’ombra di un guerriero, basta guardarlo in faccia per capirlo.

Redazione

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Dopo Doré: quando ogni epoca ridisegna Dante»

Ogni epoca ridisegna il volto del poeta Dante …