«Uno dei pregi di questo libro ottimamente tradotto da Katia Bagnoli è affrontare un argomento raro nella narrativa americana come la vulnerabilità maschile» – La Lettura

Un paese terribile di Keith Gessen (Einaudi) è la storia di Andrej, cittadino americano ma nativo di Mosca. Nella storia ci sono molto elementi autobiografici e questo rende la lettura ancora più piacevole, dinamica e veritiera, Gessen riesce a strapparci un sorriso in diverse occasioni.

Andrej è cresciuto a New York, specializzato in letteratura russa sta ancora cercando la sua strada nel mondo accademico. Si è lasciato con la fidanzata e passa le sue giornate ad invidiare i colleghi che ottengono posti, successo, stipendi che sembrano irraggiungibili. Tra corsi online ed esplorazioni su Facebook, Andrej viene scosso dal fratello Dima: deve tornare a Mosca per occuparsi della nonna, anziana e sempre più smemorata.

Andrej si trova in una condizione di ambiguità, ben conosciuta da chi ha una doppia cittadinanza: è russo ma si trova ad essere uno straniero a Mosca perché il suo passaporto, le sue abitudini e il suo modo di pensare e soprattutto i pregiudizi sulla Russia sono tipicamente americani.

Così Andrej parte alla volta di Mosca per prendere temporaneamente il posto di Dima e guarda la città come la guarderemmo noi: con timore e inquietudine. I due fratelli Kaplan sono gli opposti ma sono uniti dall’amore per Baba Seva, la simpatica nonnina che con malinconia e ironia rende leggere le pagine. Seva dice spesso che la figlia è andata a morire a New York. E infatti è negli Stati Uniti che le viene diagnosticato un tumore al seno ormai allo stadio avanzato: Andrej e Dima perdono la mamma e vanno avanti con le loro vite lontano dalla Russia fino ad adesso.

Sullo sfondo la crisi del 2008 che ha messo in ginocchio quasi tutti gli stati del mondo ma in Russia tutto sembra andare per il meglio. Peccato per Andrej che non può permettersi nemmeno di regalare un maglione nuovo alla nonna. Nessuna prostituta per lui (che hanno recensioni online come i locali su TripAdvisor) e niente cene al ristornate.

Le giornate in casa con la nonna che mescola le medicine e dimentica volti e azioni, portano Andrej ad avvicinarsi ancora di più a lei. Una donna che ha subito le angherie del regime: ha dovuto lasciare il suo posto da insegnante di letteratura e ha perso il marito in guerra. Vive in un appartamento che ha una storia dolorosa e complicata alle spalle. Ha perso tutto perché “In questo paese terribile non funziona niente” e forse valeva davvero la pena, nonostante tutto, provare ad instaurare il comunismo.

Ed è la politica l’altro grande tema di Un paese terribile. Anche in questo caso guardiamo il leader Putin come Andrej, con ambivalenza: non ci sono dubbi, è dispotico, autoritario e pericoloso. Ma ha anche un qualcosa di paterno quando dice che la Russia è malata e va curata. Sempre più attaccato a Mosca, il nostro protagonista comincerà a discutere e a riflettere sulla politica, fino ad entrare nel gruppo rivoluzionario Ottobre. Tra arresti, discussioni, traduzioni di articoli e l’amore per Julia, Andrej verrà trascinato in un mondo in cui non si sentirà finalmente un pesce fuor d’acqua… fino a un certo punto.

Un paese terribile è…

Una storia ironica, divertente e al tempo stesso profonda. Se devo essere sincero mi aspettavo qualcosa di più nel finale. Speravo ci fossero più dettagli, più profondità ma questo non ha rovinato la piacevolissima lettura. È un po’ come se il racconto si sgonfiasse troppo in fretta nelle pagine finali.

Una commedia divertente e malinconia in cui Andrej si muove, cambia, sbaglia. Julia è un altro personaggio degno di nota, un po’ come la nonna, non lascerà mai questo paese e alle continue domande di Seva non so se Andrej sarà mai in grado di rispondere:

Questo è un paese terribile. Perché sei tornato?

Consigliato per gli amanti della Russia, per chi vuole distrarsi con una storia leggera ma al tempo stesso profonda. Politica, letteratura e Storia si fondono e ci accompagnano in un paese misterioso e contraddittorio.

 

La trama del romanzo

    «Questo è un paese terribile»: è cosí che nonna Seva, classe 1919, accoglie Andrej, il nipote che è tornato a Mosca dagli Stati Uniti per prendersi cura di lei. È il 2008 e anche se il grigiore sovietico e il regime comunista sono un ricordo, Andrej sospetta che Baba Seva, benché un po’ svanita, abbia ragione, non foss’altro per il consumismo tossico che assedia la Mosca patinata del nuovo millennio. In fondo, però, al ragazzo non dispiace essere tornato: la casa della nonna ha custodito intatti i ricordi della sua infanzia, quelli accumulati prima di partire con la famiglia e di diventare un esule suo malgrado. E poi a New York non aveva tanto di meglio da fare. Sarah lo ha lasciato malamente, e la sua carriera di docente universitario è di una promettente precarietà. La proposta di suo fratello Dima che di solito si occupa di Seva – doveva lasciare con una certa urgenza la Russia, non si sa bene perché – è arrivata proprio al momento giusto. A Mosca, la vita di Andrej è completamente diversa. Deve adeguarsi alle abitudini della nonna: la spesa al mercato, le sfide agli anagrammi, la visione obbligata del telegiornale della sera. Ma non mancano momenti di grande tensione, come l’imminente bisogno di acquistare delle pantofole bielorusse, le visite da Emma Abramovna, la cui dacia è oggetto di bruciante invidia, o la scoperta di verità impensabili sul passato della famiglia. Dopo poco, Andrej sente il bisogno di frequentare altri giovani. Nonostante qualche primo, inevitabile attrito con gli autoctoni, il ragazzo esce con alcuni amici del fratello, trova una squadra per giocare a hockey, comincia a frequentare un gruppo di attivisti socialisti e incontra Julija, un’affascinante dottoranda. Più impara a conoscere quel paese, che la nonna aveva definito così terribile, più Andrej si convince di voler rimanere. Ma davvero per lui il ritorno in una patria impunemente abbandonata per anni può essere senza conseguenze? Un paese terribile è un ritratto ironico e tagliente, e quanto mai fedele, di un paese e delle sue trasformazioni. Ma è anche un romanzo pieno di tenerezza, e di quell’amore tormentato che ognuno prova nei confronti del posto in cui è nato. Andrej, giovane russo emigrato negli Stati Uniti, è in una fase di stallo, tra un incarico all’università che non arriva, la separazione dalla sua ragazza e i primi segni della crisi del 2008. Per questo, quando suo fratello gli chiede di andare a Mosca per prendersi cura della smemorata – ma vispissima – nonna Seva, Andrej accetta senza pensarci troppo. Il ritorno in patria è tutt’altro che tranquillo, fra le stravaganze della nonna, l’incontro con uno spericolato gruppo di attivisti antigovernativi e l’amore di Julija, che sembra uscita da un romanzo russo. Ma tutto questo ad Andrej, in fondo, non dispiace. Se non fosse che nella vita è facile subire cadute e arresti. Letteralmente.

 

Come inizia

   Parte prima

Capitolo primo

Vado a vivere a Mosca

 

Nel 2008, alla fine dell’estate, andai a vivere a Mosca per occuparmi di mia nonna. Aveva quasi novant’anni e non la vedevo da circa un decennio. Ormai della famiglia le eravamo rimasti soltanto io e Dima, mio fratello; la sua unica figlia, nostra madre, era morta da tempo. Baba Seva abitava da sola nel suo vecchio appartamento moscovita. Quando le telefonai per dirle che sarei andato da lei, sembrò molto contenta, e anche un po’ confusa.

I miei genitori avevano lasciato l’Unione Sovietica con noi figli nel 1981. Io avevo sei anni, Dima sedici, e questa differenza di età è stata cruciale. Io sono diventato americano, lui è rimasto sostanzialmente russo. Subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica, Dima tornò a Mosca in cerca di fortuna. Da allora l’aveva trovata, la fortuna, e persa, parecchie volte; non sapevo a che punto fosse adesso. Ma un giorno mi scrisse su Gchat per chiedermi se potevo andare a Mosca a stare con Baba Seva mentre lui era a Londra per un periodo di tempo non meglio specificato.

   – Perché devi andare a Londra?

   – Te lo spiego quando ci vediamo.

   – Vuoi che molli tutto e attraversi mezzo mondo e non mi dici nemmeno perché? 

   Tutte le volte che parlavo con mio fratello diventavo petulante. Detestavo fare così ma non riuscivo a trattenermi.

   – Se non vuoi venire basta dirlo, – ribatté Dima. – Però non su Gchat.

   – Be’, – dissi io, – c’è un modo per cancellare i messaggi, così non li vede nessuno.

   – Non fare l’idiota.

Quel che intendeva era che doveva esserci di mezzo gente che non scherza, che avrebbe trovato il modo di leggere lo stesso le sue chat. Forse era la verità o forse no: con Dima la linea di demarcazione tra questi due concetti era sfuggente.

   Quanto a me, non ero del tutto idiota. Solo un po’, diciamo. Avevo passato quattro lunghi anni all’università, seguiti da otto anni ancor più lunghi, durante i quali mi ero specializzato in letteratura e storia russa, avevo bevuto birra e vinto il torneo di hockey della scuola di dottorato (cinque volte!) Poi mi ero buttato nel mercato del lavoro restandoci tre anni consecutivi senza ottenere alcun risultato. A quel punto avevo dato fondo a tutte le borse di studio post-doc possibili e immaginabili e mi ero messo a insegnare online nell’ambito della nuova iniziativa dell’università, i Pmooc, corsi online aperti a tutti a pagamento, benché la parte del pagamento si riferisse in particolare agli studenti, che dovevano tirare fuori un sacco di soldi, e molto meno ai docenti, che invece venivano pagati pochissimo. Di sicuro non abbastanza per continuare a vivere, persino da quasi poveri, a New York. Insomma, sulla questione della mia idiozia c’erano prove sia in un senso sia nell’altro.

   Da una certa prospettiva, il fatto che Dima mi avesse scritto proprio allora era provvidenziale. D’altra parte mio fratello aveva un vero talento per coinvolgere la gente in imprese tutt’altro che vantaggiose. Una volta era riuscito a convincere il suo ormai ex migliore amico Tom a trasferirsi a Mosca per aprire una panetteria. Malauguratamente Tom aprì il suo negozio troppo vicino a un’altra panetteria, e gli andò bene che riuscì a ripartire soltanto con una lussazione alla spalla. Ad ogni buon conto, scelsi la cautela. Dissi: – Posso stare da te? – Nel 1999, dopo il collasso economico russo, Dima aveva comprato l’appartamento di fronte a quello della nonna, in modo che risultasse più semplice darle una mano.

   – L’ho subaffittato, – mi rispose. – Però puoi stare nella nostra camera a casa della nonna. È abbastanza pulita.

   – Ho trentatré anni, – dissi, intendendo con questo che ero troppo vecchio per vivere con mia nonna.

   – Se ti vuoi affittare un appartamento fai pure, però deve essere molto vicino.

   La nonna viveva nel centro di Mosca, dove gli affitti erano alti quasi quanto quelli di Manhattan. Con il mio stipendio dei corsi online avrei potuto affittare al massimo una poltrona.

   – Posso usare la tua macchina?

   – L’ho venduta.

   – Fratello, quant’è che stai via?

   – Non lo so, – disse lui. – E sono già partito.

   – Oh, – dissi. Era già a Londra. Doveva essersene andato in gran fretta.

   E pure io, da parte mia, non vedevo l’ora di andarmene da New York. L’ultimo dei miei ex colleghi del dipartimento di Slavistica era partito da poco per la California, perché gli avevano offerto un lavoro, e la ragazza con cui stavo da sei mesi, Sarah, mi aveva appena piantato in uno Starbucks. «È che non vedo dove vada a parare», aveva detto, riferendosi, immagino, alla nostra storia, però, di fatto, anche a tutta la mia vita. E aveva ragione: persino quello che mi era sempre piaciuto fare, cioè leggere, scrivere, insegnare storia e letteratura russa, non mi divertiva più. Ormai ero destinato a un futuro in cui avrei corretto svogliatamente compiti fatti svogliatamente da studenti poco interessati, senza altre prospettive per il domani.

   Mosca, invece, rimaneva un posto speciale, per me. Era la città dove erano cresciuti i miei genitori, dove si erano incontrati, la città dove ero nato. Era grande, brutta, pericolosa, ma era anche la culla della civiltà russa. Persino quando nel 1713 Pietro il Grande l’aveva abbandonata a favore di San Pietroburgo, persino quando Napoleone l’aveva saccheggiata, nel 1812, Mosca era rimasta, come disse Aleksandr Herzen, la capitale del popolo russo. «Riconoscevano il legame di sangue con Mosca dal dolore provato nel perderla». Esatto. E non ci tornavo da un bel po’. Negli anni in cui ci ero andato d’estate, dopo il college, mi ero stufato della sua povertà e della sua disperazione. Gli ubriachi aggressivi in metropolitana, i gangster in tuta e giacca di pelle che giravano guardando male i passanti, il tizio che ogni sera mangiava dai bidoni dell’immondizia vicino a casa di mia nonna per tutta l’estate che avevo trascorso lì nel 2000, gridando, a intervalli, «Stronzi! Sanguisughe!» per poi ricominciare a mangiare. Non ero più tornato da allora.

   Però tenevo le mani staccate dalla tastiera; volevo che Dima mi concedesse almeno una piccola cosa, se non altro per il mio orgoglio.

   – C’è qualche posto dove posso giocare a hockey? – chiesi. Con il declino della mia carriera accademica, il numero di ore dedicate all’hockey aveva subito un’impennata. Anche d’estate ero sulla pista tre giorni alla settimana.

   – Ma scherzi? – rispose Dima. – Mosca è la mecca dell’hockey. Non fanno altro che costruire stadi del ghiaccio. Ti trovo un posto in una squadra appena arrivi.

   Ci pensai su.

   – Ah, e il mio wi-fi arriva dall’altra parte del pianerottolo, – disse. – Connessione gratuita.

   – Okay, – scrissi.

   – Okay?

   – Sì, – dissi. – Perché no.

   Un paio di giorni dopo andai al consolato russo nell’Upper East Side, attesi in coda per un’ora con il mio modulo e ottenni il visto per un anno. Poi sistemai le cose pratiche: subaffittai la mia stanza a un batterista rock del Minnesota, restituii i libri alla biblioteca e andai a prendere la mia sacca da hockey dall’armadietto dello stadio. Un gran sbattimento. E un botto di soldi. Intanto immaginavo la vita diversa che avrei vissuto di lì a poco e la persona diversa che sarei diventato. Mi vedevo mentre portavo le borse della spesa per la nonna, la accompagnavo in giro per la città, e anche al cinema (le era sempre piaciuto andare al cinema); mentre camminavo sottobraccio con lei nel vecchio quartiere, ascoltando i suoi racconti sulla vita ai tempi del socialismo. C’erano tante cose che non sapevo, su cui non avevo mai fatto domande. Ero stato disinteressato e distratto, avevo creduto più ai libri che alle persone. Mi vedevo mentre al mattino andavo a protestare contro il regime di Putin, nel pomeriggio giocavo a hockey e la sera tenevo compagnia alla nonna. Magari avrei trovato il modo di usare la storia della sua vita per scrivere un articolo. Mi vedevo seduto nella mia stanza monacale, con le storie di vita vissuta della nonna tra le mani, ad aggiungere una dimensione completamente nuova al mio lavoro. Forse avrei potuto mettere le sue testimonianze in corsivo a inframmezzare il testo come aveva fatto Hemingway in Nel nostro tempo.

   L’ultima sera a New York i miei coinquilini organizzarono una festicciola per salutarmi.  – A Mosca! – dissero alzando le lattine di birra.

   – A Mosca! – ripetei.

   – E non farti ammazzare, – disse uno di loro.

   – Non mi farò ammazzare, – promisi. Ero su di giri. E sbronzo. Mi venne da pensare che poteva avere un certo fascino l’idea di andare a vivere in una Russia sempre più violenta, con un governo che somigliava sempre più a una dittatura e un esercito che aveva appena inflitto un’umiliante sconfitta a un paese molto più piccolo come la Georgia. Alle tre di notte mandai un patetico sms a Sarah. «Domani parto», scrissi, come se stessi andando in un posto molto pericoloso. Lei non rispose. Tre ore dopo mi svegliai ancora ubriaco, buttai le ultime cose nella grande valigia rossa, afferrai il mio bastone da hockey e partii per l’aeroporto Jfk. Una volta a bordo dell’aereo mi addormentai all’istante.

   Quando mi svegliai ero già in fila al controllo passaporti nel tetro seminterrato del Šeremet’evo-2. L’aeroporto internazionale sembrava sempre uguale: tutte le volte che ci ero passato ci avevano fatti scendere nel seminterrato e aspettare in coda, prima di poter ritirare i bagagli. Era come un purgatorio dal quale sospettavi che saresti andato in un luogo ben diverso dal paradiso.

   In compenso i russi erano diversi da come li ricordavo. Ben vestiti, con bei tagli di capelli, parlavano ai loro nuovi cellulari. Persino i poliziotti in divisa, con le loro camicie celesti a maniche corte, sembravano gioviali. Benché fosse una coda lunga, alcuni viaggiatori erano fermi in disparte e ridevano. Il petrolio costava 114 dollari al barile e il loro esercito aveva bastonato i georgiani: era di questo che ridevano?

   Secondo la teoria della modernizzazione, benessere economico e tecnologia sono più potenti della cultura. Dai alla gente belle macchine, televisori a colori e la possibilità di viaggiare in Europa, e la smetteranno di essere così aggressivi. Due paesi dove ci sia un McDonald’s non si faranno mai la guerra. Chi ha il cellulare è più cordiale di chi non ce l’ha.

   Non ero così sicuro di questa tesi. I georgiani ce li avevano, i McDonald’s, e i russi li avevano bombardati lo stesso. Mentre mi avvicinavo al controllo passaporti, un europeo alto ed elegante, con gli occhiali e ben vestito, forse olandese o tedesco, domandò in inglese se poteva saltare la coda: doveva prendere una coincidenza. Io gli feci cenno di sì – dovevamo comunque aspettare di ritirare i bagagli – ma l’uomo dietro di me, alto più o meno come l’olandese e molto più grosso, con un completo squadrato ma secondo me non poco costoso, si inserì parlando in un inglese dal forte accento russo.

   – Torna in fondo a coda.

   – Perderò il volo, – disse l’olandese.

   – Torna in fondo a coda.

   Gli dissi in russo: – Che differenza fa?

   – Grande differenza, – rispose l’uomo.

   – Vi prego! – disse l’olandese in inglese.

   – Ho detto: tu torna! Subito –. Il russo si voltò leggermente per fronteggiare l’olandese, che tirò un calcio al suo bagaglio in segno di frustrazione, lo afferrò e tornò in fondo alla coda.

   – Ha preso la decisione giusta, – mi disse l’uomo in russo, facendomi capire che da uomo di principî qual era sarebbe stato pronto a pestare l’olandese.

   Non risposi. Alcuni minuti dopo mi avvicinai alla postazione del controllo passaporti. Il giovane poliziotto biondo e non sorridente sedeva immerso nella luce, come una divinità. All’improvviso mi ricordai che qui non potevo far valere i miei diritti, e che, anzi, qui non esistevano proprio. Mentre gli porgevo il passaporto mi chiesi se non avessi sfidato la sorte, tornando per l’ennesima volta nel paese da cui i miei genitori erano scappati. Sarei finito sotto processo per tutte le cose cattive che avevo pensato della Russia nel corso degli anni?

   Ma il poliziotto si limitò a prendere il mio sgualcito passaporto americano blu – emesso dal governo di un paese che non obbligava i cittadini ad averlo sempre in tasca, e anzi permetteva loro di dimenticarsi del documento per mesi, o per anni – con un’aria vagamente schifata. Se lui avesse avuto un passaporto come il mio l’avrebbe trattato meglio. Verificò se il mio nome fosse nel database dei terroristi e con il suo pulsante autorizzò il mio passaggio dall’altra parte.

   Tutto qui. Ero tornato.

   Mia nonna Seva viveva proprio in centro, in un appartamento che le era stato dato in premio, alla fine degli anni Quaranta del Novecento, da Iosif Stalin in persona. Mio fratello Dima a volte ne parlava, quando voleva dimostrare qualcosa, e ne parlava anche la non sa, se era di umore autocritico. «L’appartamento di Stalin» lo chiamava, come per ricordare a tutti e a se stessa a quale compromesso morale si era dovuta adattare. Malgrado questo, in generale nella mia famiglia si riteneva che se ti avessero offerto un appartamento mentre abitavi in una stanza piena di spifferi in una kommunalka con una figlia piccola, due fratelli e tua madre, avresti fatto meglio ad accettarlo, chiunque fosse il benefattore. E poi non era come se fosse stato Stalin in persona a consegnarle le chiavi, o come se le avesse chiesto in cambio qualcosa. All’epoca la nonna era giovane, insegnava storia all’Università statale di Mosca e aveva fornito la sua consulenza per un’opera cinematografica su Ivan il Grande, nonno di Ivan il Terribile, che nel quindicesimo secolo fu «l’unificatore delle terre di Rus’». Stalin aveva talmente apprezzato la pellicola da decidere di regalare un appartamento a chiunque avesse partecipato alla lavorazione del film. Quindi la nonna non lo chiamava soltanto «l’appartamento di Stalin» ma anche «l’appartamento di Ivan il Grande», e poi, quando voleva essere onesta, «l’appartamento della mia Ëlka». Ëlka era il nome di sua figlia, mia madre, per la quale avrebbe fatto davvero qualsiasi cosa.

   Per arrivare al suddetto appartamento cambiai alcuni dollari all’agenzia appena fuori dall’area di riconsegna bagagli (all’epoca un dollaro valeva ventiquattro rubli), quindi presi il nuovissimo treno espresso che andava alla stazione Savelovskij, attraversando chilometri e chilometri di quartieri di fatiscenti palazzoni sovietici, e infine la vecchia (non meno decrepita) cintura industriale di inizio secolo appena fuori dal centro. Durante il tragitto il tizio massiccio seduto vicino a me – più o meno la mia età, jeans e camicia button down a maniche corte – decise di attaccare discorso.

   – Che modello è? – chiese, riferendosi al mio cellulare. Avevo comprato una sim all’aeroporto e la stavo inserendo per vedere se funzionava.

   Ci siamo, pensai. Era un normalissimo cellulare a conchiglia T-Mobile. Ma io immaginai che fosse il preludio di un furto da parte del tizio. Mi irrigidii. La mia attrezzatura da hockey era nel ripiano portabagagli sopra di noi, e comunque su quel treno sarebbe stato difficile usarla per colpire il tipo.

   – È un telefono normale, un Samsung –. Da piccolo parlavo il russo e avevo continuato a parlarlo con mio padre e mio fratello, però mi è rimasta un’inflessione strana, anche se difficile da collocare; ogni tanto faccio qualche errore di grammatica o metto l’accento sulla sillaba sbagliata. Per di più ero fuori allenamento.

   Il tizio ci fece caso, come anche alla mia carnagione olivastra, che mi rendeva diverso dagli altri passeggeri di quel treno lussuoso, in maggioranza slavi. – Di dove sei? – chiese. Usò il familiare tyinvece del vy di corte sia, il che poteva voler dire che era cordiale perché avevamo la stessa età ed eravamo sullo stesso treno, oppure che stava affermando il suo diritto di rivolgersi a me come gli pareva. Non ero in grado di capire quale delle due cose. Si mise a tirare a indovinare le mie origini. – Spagna? – chiese. – O Turchia?

   Cosa avrei dovuto rispondere? Se avessi detto che venivo da New York lui avrebbe pensato che ero ricco, anche se portavo un vecchio paio di jeans e delle sneaker che avevano visto tempi migliori, e in realtà ero povero in canna. Una persona che veniva da New York poteva essere rapinata sia sul treno sia una volta scesa dal treno, nella confusione della banchina, diciamo. Ma se avessi risposto «Sono di qui», cioè di Mosca, sarebbe stato tecnicamente vero, e allo stesso tempo un’evidente bugia che poteva far precipitare la situazione. E dopotutto ero su un treno che arrivava dall’aeroporto.

   – New York, – dissi.

   Il tizio annuì. – Ce li hanno, lì, i nuovi iPhone?

   – Certo, – dissi. Non capivo bene dove volesse andare a parare. 

   – E quanto costano?

   Ah. A Mosca, i beni di consumo occidentali erano sempre molto più cari che in Occidente, e i russi ci tenevano sempre a sapere quanto fossero più cari così da poter essere amareggiati.

   Mi sforzai di ricordare. Sarah aveva un iPhone. – Duecento dollari, – dissi.

   Sgranò gli occhi. Lo sapeva! Tre volte meno caro che in Russia.

   – Però, – mi affrettai ad aggiungere, – devi fare un contratto, sono cento dollari al mese per due anni, quindi alla fine ti costa un bel po’.

   – Un contratto? – Non ne aveva mai sentito parlare. Del resto nemmeno io ero sicuro di quel che dicevo. In Russia bastava comprare una sim e pagavi a consumo.

   – Sì, in America ci vuole un contratto.

   Il tizio era offeso, anzi stava cominciando a chiedersi se non me lo stessi inventando. – Ci dev’essere il modo di aggirarlo, – disse.

   – Non credo.

   – No, – ripeté. – Dev’esserci un modo per prendersi il telefono e fottersene del contratto.

   – Non saprei, – dissi. – Sono piuttosto rigidi su queste cose.

   Il tizio fece spallucce, tirò fuori un giornale – il «Kommersant», uno dei quotidiani economici – e per tutto il resto del viaggio non mi rivolse più la parola. Non gli interessava avere a che fare con una persona che non aveva idea di come liberarsi dei vincoli contrattuali di un iPhone. Alla stazione però non c’erano ad aspettarmi bande di rapinatori, e da lì, senza ulteriori intoppi, presi la metro per un paio di fermate fino a Cvetnoj bul’var.

   Il centro della città era un mondo a sé. Spariti i quartieri di alti condomini fatiscenti e di vecchie fabbriche dismesse. Quando lasciai la lunga scala mobile e attraversai le grandi e pesanti porte di legno a vento sbucai su un’ampia strada: imponenti palazzi di appartamenti d’epoca stalinista, alcuni ristoranti e decine di cantieri in ogni direzione. Cvetnoj bul’var partiva dall’enorme Sadovoe Kol’co, la circonvallazione a dieci corsie costruita intorno al centro della città per un raggio di due chilometri dal Cremlino. Ma appena mi avviai verso la Sretenka, dove viveva la nonna, mi trovai su stradine laterali, interne, silenziose e decrepite: la maggior parte degli edifici a due e tre piani del diciannovesimo secolo avevano le facciate scrostate e, anche perché era agosto, erano semideserti. Un gruppo di cani randagi che prendevano il sole in un lotto vuoto lungo Pečatnikov pereulok abbaiarono a me e al mio bastone da hockey. Da lì arrivai a casa in pochi minuti.

   L’appartamento della nonna si trovava al primo piano di un palazzo bianco di cinque piani, all’interno di un cortile, tra due edifici più antichi e più bassi. Uno si affacciava su Pečatnikov pereulok, l’altro su Roždestvenskij bul’var. Il quarto confine del cortile era un grosso muro di mattoni rossi oltre il quale sorgeva una vecchia chiesa. Quand’ero piccolo il cortile era pieno di alberi e sporcizia con cui giocavo, e durante l’inverno c’era persino una piccola pista da hockey per i bambini. Ma dopo il crollo dell’Urss gli alberi erano stati abbattuti e la pista smantellata dai vicini che volevano parcheggiarci la macchina. Per un certo periodo era diventato anche un luogo di ritrovo delle prostitute locali; le auto entravano in cortile, illuminavano la mercanzia con i fari e i clienti sceglievano senza neanche scendere.

   Entrai nel vecchio cortile. Le prostitute erano scomparse da un pezzo, e benché fosse sostanzialmente un parcheggio, le auto adesso erano molto più belle e c’erano addirittura molti più alberi rispetto all’ultima volta che ero stato lì. Digitai il codice sul portone – era ancora lo stesso – e salii le scale trascinando la valigia. La nonna mi aprì la porta. Era piccolina – era sempre stata una donna minuta, ma adesso lo era ancora di più, e i suoi capelli grigi erano ancora più radi – e per un momento ebbi paura che non mi riconoscesse. Invece disse: – Andrjušik. Sei arrivato –. Non si capiva cosa provasse al riguardo.

   Entrai in casa.

 

   Capitolo secondo

   Mia nonna

 

   Baba Seva, Seva Efraimovna Gechtman, la mia nonna materna, era nata nel 1919 in una piccola città dell’Ucraina. Suo padre lavorava come contabile in un’industria tessile, e sua madre faceva l’infermiera. Aveva due fratelli, e poco dopo la Rivoluzione l’intera famiglia si trasferì a Mosca.

   Sapevo che era stata un’ottima studentessa e che venne ammessa all’Università statale di Mosca, la migliore e più antica università russa, dove studiò storia. Sapevo che all’università, non molto dopo l’invasione tedesca, aveva conosciuto un giovane studente di legge, mio nonno Boris (in realtà Baruch) Lipkin, e che si erano innamorati e sposati. Sapevo che nel secondo anno di guerra lui rimase ucciso nei pressi di Vjaz’ma, giusto un mese dopo la nascita di mia madre. Sapevo che, finita la guerra, mia nonna cominciò a insegnare all’università e, grazie alla consulenza per il film su Ivan il Grande, ricevette in dono l’appartamento dove avrebbe vissuto con mia madre e un’anziana parente, zia Klava; sapevo che l’appartamento aveva causato dei dissapori in famiglia, non per via di chi glielo aveva dato ma per il fatto che la nonna si era rifiutata di accogliere in casa suo fratello e la cognata perché quest’ultima beveva, e anche perché non voleva mandare via la vecchia zia; che non molto tempo dopo aver ricevuto l’appartamento, al culmine della campagna «anticosmopolita», vale a dire antiebraica, era stata buttata fuori dall’università, e che aveva tirato avanti dando lezioni e traducendo da altre lingue slave; e che ormai oltre la mezza età si era risposata con un dolce geofisico smemorato che noi chiamavamo zio Lev, ed era andata a vivere con lui a Dubna, città dedicata alla ricerca nucleare, lasciando libero l’appartamento per i miei genitori e poi per mio fratello, prima di ritornare lei stessa a viverci pochi anni prima della mia attuale ricomparsa, perché una notte zio Lev era morto nel sonno.

   Ma c’erano molte cose che ignoravo: ignoravo che fine avesse fatto zia Klava, o come fosse stata la sua vita dopo la guerra, o se prima, durante le purghe, avesse saputo o intuito quello che stava succedendo nel paese. E se non l’aveva saputo, come mai? Se invece lo sapeva, come aveva fatto a vivere con una simile consapevolezza? E quindi a vivere proprio in questo appartamento?

   Per il momento, mentre lei trafficava in cucina, io andai a posare i bagagli nella nostra vecchia stanza che, contrariamente alle promesse di Dima, era ancora piena della sua robaccia, e mi diedi una rapida occhiata intorno. L’appartamento non era cambiato: era un museo della mobilia sovietica, disposta a strati, dalla più recente alla più antica, come in un sito archeologico. C’era la monumentale vecchia scrivania di quercia della nonna, nella stanza sul retro, che risaliva agli anni Quaranta o Cinquanta, oltre ai suoi vecchi scaffali pesanti, sempre della stessa epoca. Dai tempi dei miei genitori, quasi tutti gli altri mobili: il divano letto verde, gli scaffali appesi alle pareti, con gli sportelli di vetro, e l’alto armadio laccato. E ovviamente i nostri letti a castello nella cameretta, che mio padre aveva costruito non molto prima che emigrassimo, e che Dima non aveva mai eliminato. Quando lui viveva qui si era preso la stanza sul retro, usando questa per gli ospiti. C’erano addirittura alcuni giocattoli, soprattutto automobiline infilate tra i libri, con cui io e Dima avevamo giocato. Poi veniva l’era moderna: mio fratello aveva installato un televisore a schermo piatto nella stanza sul retro, e nella nostra stanza una cyclette che occupava un mucchio di spazio. La maggior parte dei libri sugli scaffali erano classici russi in una bella edizione sovietica – quattordici volumi di Dostoevskij, undici di Tolstoj, sedici (!) di Čechov –, e non mancavano scaffali con libri in inglese, testi di economia e di affari, apparentemente importati da Dima. E in cucina c’era il tavolo con il piano di linoleum risalente circa all’anno della mia nascita, dove ora la nonna sedeva, aspettando che mi sedessi anch’io.

   Ero sempre stato, non si sa perché, il suo preferito. Da piccolo passavo l’estate con lei e zio Lev nella loro dacia di Šeremet’evo (non lontano dall’aeroporto), e durante il mio anno a Mosca ai tempi dell’università andavo a trovarli ogni volta che mi era possibile. Alla fine degli anni Novanta, quando era ancora in grado di viaggiare, aveva fatto qualche giretto in Europa insieme a me e a Dima. Tutto questo non ammontava a più di un tot di mesi di frequentazione, eppure ero il più giovane e il preferito dei due figli della sua unica figlia, e tanto bastava. Per lei ero ancora quel bambino.

   Mi voleva nutrire. Piano piano, facendo attenzione, riscaldò la zuppa di patate, le kotlety (polpette russe) e le patate fritte. Si muoveva al rallentatore, instabile sui piedi, ma in cucina c’erano tante cose a cui aggrapparsi, e lei sapeva esattamente dov’erano. Visto che non poteva parlare e cucinare insieme, ed era diventata un po’ sorda, aspettai che finisse, quindi la aiutai a mettere il cibo nei piatti. Finalmente ci sedemmo. Mi chiese della mia vita in America. – Dove vivi? – A New York. – Eh? – A New York. – Oh. Hai una casa o un appartamento? – Un appartamento. – Eh? – Un appartamento. – È tuo? – L’ho affittato con altre persone. – Eh? – Lo condivido con altri, è una specie di kommunalka. – Sei sposato? – No. – No? – No. – Hai bambini? – No. – Niente bambini? – No. In America la gente fa figli più tardi, – dissi, una mezza bugia. Placata, almeno in parte, a quel punto mi chiese quanto pensavo di fermarmi. – Fino a quando torna Dima, – dissi. – Eh? – fece lei. – Fino a quando torna Dima, – dissi ancora una volta.

   – Andrjuša, – disse. – Tu conosci la mia amica Musja?

   – Sì –. Emma Abramovna, Musja, era la sua più vecchia e più cara amica.

   – È una mia carissima amica, – mi spiegò lei, – e proprio adesso è nella sua dacia –. Emma Abramovna, docente di letteratura che aveva continuato a insegnare all’università nonostante la campagna antisemita, possedeva una dacia a Peredelkino, la vecchia colonia degli scrittori. Mia nonna aveva perso la sua negli anni Novanta, in circostanze che non mi erano mai risultate chiare.

   – Penso che l’estate prossima mi inviterà a stare da lei.

   – Davvero? Te l’ha detto?

   – No, – rispose la nonna. – Ma spero che lo faccia.

   – Mi sembra una bella idea, – dissi io. In agosto tutti i moscoviti se ne andavano nella loro dacia, ed era evidente che l’impossibilità di fare lo stesso le pesava.

Avevamo finito di mangiare e bere il tè e lei, con naturalezza, si infilò la mano in bocca e si tolse la dentiera. La mise in una piccola tazza già sul tavolo. – Devo far riposare le gengive, – mi comunicò da sdentata.

   – Ma certo, – dissi io. Senza i denti a sostenerle, le labbra della nonna si erano afflosciate, e senza i denti su cui far battere la lingua, la sua pronuncia diventò leggermente blesa.

   – Senti un po’, – mi disse nello stesso tono esplorativo di prima. – Tu lo conosci Dima?

   – Ma certo, è mio fratello.

   – Oh –. La nonna sospirò come se non potesse fidarsi completamente di uno che conosceva Dima. – E sai dov’è?

   – È a Londra.

   – Non viene mai a trovarmi, – disse la nonna.

   – Non è vero.

   – No, è così. Dopo che si è fatto intestare l’appartamento non si è più interessato a me.

   – Nonna! – dissi. – Questo non è assolutamente vero –. In effetti, qualche anno prima Dima si era fatto intestare l’appartamento, perché nella fase di gentrificazione post-sovietica le vecchiette che possedevano immobili di pregio nella capitale tendevano a essere colpite da disgrazie di ogni tipo. Dal punto di vista della sicurezza era stata una mossa giusta, ma capivo benissimo che dal punto di vista della nonna poteva sembrare sospetta.

   – Che cosa non è vero? – disse.

   – Non è vero che non si interessa. Mi parla continuamente di te.

   – Mah, – disse lei, poco convinta. Poi sospirò. Fece per alzarsi a sparecchiare, e io la pregai di rimanere seduta. Non tanto perché volessi aiutarla ma perché lei si muoveva troppo lentamente. Sparecchiai in fretta e lavai i piatti. Mentre stavo finendo, la nonna si avvicinò con l’aria di volermi fare una domanda che considerava un po’ delicata.

   – Andrjuša, – disse. – Tu mi sei tanto caro. Sei tanto caro a tutta la nostra famiglia. Ma in questo momento non riesco a ricordare. Com’è che ti abbiamo conosciuto?

Per un attimo rimasi senza parole.

   – Sono tuo nipote, – dissi. E nella mia voce risuonò un’implorazione.

   – Eh?

   – Sono tuo nipote.

   – Mio nipote, – ripeté lei.

   – Avevi una figlia, ti ricordi?

   – Sì, – mi rispose incerta, poi le tornò in mente. – Sì, la mia bambina –. Rifletté per qualche secondo. – È andata in America. È andata in America ed è morta.

   – Esatto, – dissi io. Mia madre era morta nel 1992 per un tumore al seno; la nonna, dopo la nostra partenza da Mosca, l’aveva rivista soltanto al suo funerale.

   – E tu…

   – Io sono suo figlio.

   Assorbì la notizia. – Allora come mai sei venuto qua? – disse poi.

   Non capivo.

   – Questo è un paese terribile. La mia Ëlka ti ha portato in America. Perché sei tornato? – Sembrava indignata.

   Mi ritrovai ancora una volta senza parole. Perché ero tornato? Perché me l’aveva chiesto Dima, perché volevo aiutare la nonna, perché pensavo che questo avrebbe aiutato me a trovare un argomento per un articolo grazie al quale avrei forse rimediato un lavoro. Tutte queste ragioni mi vorticavano nella mente come se discutessero tra loro, e decisi di scegliere quella più pratica. – Per lavoro, – dissi. – Per una ricerca.

   – Ah, – disse lei. – D’accordo –. Anche lei aveva dovuto lavorare in questo paese terribile, quindi poteva capirmi. Momentaneamente soddisfatta, la nonna si congedò e andò nella sua stanza a riposare.

   Io rimasi in cucina e presi un’altra tazza di tè. C’erano foto di famiglia in tutto l’appartamento, specialmente di mia madre, sui muri, sulle credenze, sugli scaffali. In America la nostra famiglia si era dispersa; a Mosca si trovava esattamente dove era sempre stata.

   Porca puttana, pensai. La nonna stava molto peggio di quanto mi fossi aspettato. Dima aveva detto che prendeva dei farmaci per la demenza, ma non avevo capito bene in che condizioni fosse realmente.

   Il mio primo pensiero fu: Non sono qualificato. Non sono qualificato per prendermi cura di una donna di ottantanove anni che non si ricorda chi sono. Ero uno che si era concesso un’impensabile quantità di anni di studio, e poi non era riuscito a convertirli in un vero lavoro. – È che non vedo dove vada a parare, – aveva detto Sarah nello Starbucks.

   – Perché dovrebbe andare a parare da qualche parte? – le avevo risposto io un po’ fiaccamente.

   Lei si era limitata a scuotere la testa. – Magari me ne pentirò, – aveva concluso. – Ma ne dubito –. E aveva ragione. Ero un idiota, come diceva Dima, e adesso c’ero dentro fino al collo. E quel giorno in cucina fu soltanto la prima delle innumerevoli volte in cui decidevo di andarmene.

   Cominciai a comporre mentalmente una mail. «Dima, ho la sensazione che tu mi abbia ingannato sulle condizioni della nonna. Forse ti ho frainteso io. Comunque non sono in grado di gestire questa situazione. Mi dispiace. Assumiamo qualcuno che sappia farlo. Contribuirò alle spese». E poi me ne sarei tornato a New York. Non c’è niente di male nell’ammettere i propri limiti. Dove avrei trovato di preciso i soldi per pagare una persona era un mistero. Dopo la spesa per il visto e il biglietto, in tasca mi erano rimasti meno di mille dollari.

   La nonna uscì dalla sua stanza e attraversò l’ingresso per andare in bagno. Evidentemente si era messa a letto e poi si era alzata: aveva i capelli spettinati ed era ancora senza denti. Vedendomi mi fece un sorriso sdentato e mi salutò con la mano. In quel momento sapeva chi ero. Mi calmai.

   Quindi dovevo tenerle compagnia. Forse ci poteva riuscire anche un idiota. Che importanza aveva se non riusciva a ricordare alcune cose? Aveva forse avuto una vita meravigliosa, talmente tante gioie da doversene stare lì seduta a ricordarle in ogni minimo dettaglio? Magari non mi avrebbe raccontato la storia della sua vita per il mio ipotetico articolo, ma pazienza, avrei trovato altro materiale. E magari per tutto il tempo non avrebbe saputo chi ero. Io però lo sapevo, e potevo ricordarglielo. Ero il figlio minore di sua figlia. La sua unica figlia, mia madre, che era andata in America ed era morta. Mi alzai, lavai la tazza e andai in camera.

   In un angolo c’erano degli scatoloni e contro il letto più basso l’enorme cyclette. Per sdraiarmi dovevo scavalcarla. Adesso avevo davvero voglia di usare internet per protestare con mio fratello, ma quando tirai fuori il mio portatile e cercai di prendere il segnale dall’appartamento di fronte non ci riuscii. Forse non era colpa di Dima – il mio computer era vecchio, talmente vecchio che funzionava soltanto con l’alimentatore, e molte reti wi-fi non le riconosceva –, eppure era un’altra cosa su cui mi aveva informato male. Presi in considerazione l’idea di andare nell’appartamento di fronte per tentare di regolare il router, ma mi sembrava indecoroso che l’esattore dell’affitto (era una delle mie incombenze) andasse a rubare la connessione agli affittuari. Pagavano una bella cifra per quel wi-fi.

   Chiusi il computer e mi sdraiai. La cyclette incombeva su di me. Mia nonna mi aveva preparato una vecchia salvietta e delle lenzuola ruvide e riuscii a fare il letto senza alzarmi. Poi rimasi lì sdraiato a pensare: Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo. E poi: Okay okay. Era tutto sotto controllo. Anche se le condizioni della nonna erano quelle che erano, sarei riuscito a gestire la cosa. Certo, le lenzuola erano ruvide, ma avrei potuto comprarne di nuove, e la camera era un casino: questo significava soltanto che avevo qualcosa da rimproverare a mio fratello, il che non era male. Fidatevi. Se non avevi qualcosa da rimproverare a lui, allora era lui che aveva qualcosa da rimproverare a te.

   Erano le otto di sera, a Mosca il cielo era ancora luminoso, eppure mi sentivo stanco, incredibilmente stanco. Mi addormentai in un attimo, ancora vestito.

 

   Capitolo terzo

   Un giro del quartiere

 

   Mi svegliai alle cinque del mattino. La mia finestra si affacciava su un passaggio tra il nostro palazzo e quello che dava su Pečatnikov pereulok. Siccome abitavamo al primo piano ed era fine agosto e avevo la finestra aperta, e i due edifici di pietra creavano una mini camera d’eco, scoprii che sentivo distintamente ogni colpo di tosse, ogni imprecazione russa, ogni porta sbattuta, motore avviato, e radio che urlava merdosa musica pop indigena, che venisse dal passaggio o dalle vicinanze. Tutti questi rumori disturbavano il mio sonno, e non soltanto perché erano rumori. Dima doveva essere in pericolo, se aveva lasciato la città così in fretta e furia. E se lui era in pericolo era possibile che il suo plenipotenziario, il fratello esattore dell’affitto, fosse in pericolo a sua volta. Oppure no, forse. Me ne restai per un po’ a letto a rimuginare e poi un’illuminazione mi costrinse a mettermi seduto.

   E se per caso la nonna aveva smesso di prendere le medicine? Dima era partito da più di un mese. E se la smemoratezza che avevo visto era dovuta soltanto al fatto che non assumeva i farmaci? Andai in cucina. Mosca è una città del Nord e durante l’estate le notti sono molto brevi: il sole era già sorto. Avevo visto la nonna prendere delle pastiglie dopo cena e mettere le boccette su uno scaffale alle sue spalle. Le presi e lessi l’etichetta. Una era vuota. Ovviamente non riconobbi il nome del farmaco, e non c’era alcuna indicazione che servisse per la demenza, ma nemmeno indicazioni del contrario.

   Dima mi aveva mandato un elenco con i farmaci e le malattie che curavano, ma pensando di avere il wi-fi non l’avevo stampato. Riprovai senza successo a cercare la connessione. Dovevo trovare un posto che l’avesse, e di corsa. Tornai in camera, presi la mia ruvida salvietta e andai a farmi una doccia.

   Il bagno della nonna – separato dal gabinetto, che si trovava in uno stanzino dietro l’ingresso – era una stanza grande, per gli standard sovietici. Era possibile che un tempo facesse parte della cucina. Lungo una parete correva un ripiano con tutti gli articoli da toeletta. Vi appoggiai anche i miei.

   La prima volta che ero tornato dopo la nostra partenza, ero uno studente al college. Avevo ricevuto una piccola borsa di studio per viaggiare e fare un resoconto sulla «condizione post-sovietica». Fu uno shock. Non avevo mai visto una povertà simile. Ad Astrachan’, a Rostov, Jalta, Odessa, Leopoli, ma anche nella stessa Mosca e a San Pietroburgo. Si vedevano solo rovine – edifici in rovina, strade in rovina, gente in rovina –, come se il paese fosse appena uscito sconfitto da una guerra.

   Viaggiavo da solo in questo paesaggio proibitivo, e nei vari ostelli e dormitori da due soldi dove alloggiavo, ogni sera tirare fuori i miei articoli da toeletta mi dava un grande senso di sollievo. I colori erano più vivaci e attraenti di qualsiasi altra cosa intorno: il mio rasoio fichissimo, un Gillette Sensor grigio ardesia (solo trilama, ma all’epoca garantiva la miglior rasatura che l’umanità avesse mai conosciuto), il mio gel da barba Gillette, alto e azzurro, il deodorante antitraspirante Old Spice, rosso acceso e bianco (davvero efficace e che nessuno qui aveva, lo capivi appena salivi su un autobus affollato), il mio spray giallo Gold Bond, le mie piccole compresse arancioni di Advil. Macinavo chilometri ogni giorno intervistando gente, osservando ogni cosa, e con il caldo e il sudore mi venivano irritazioni all’inguine e avevo male ai piedi. Ma lo spray Gold Bond faceva passare tutto. E l’Advil, l’ibuprofene! I russi prendevano ancora l’aspirina. L’unico sistema che conoscevano per far passare una sbornia colossale, al mattino, era ricominciare a bere. Invece io buttavo giù un paio di pilloline ed ero come nuovo. Praticamente mi sembrava di essere James Bond, con il mio piccolo kit di attrezzi ingegnosi. Meraviglie che adesso erano arrivate anche in questo paese. Ma non in casa di mia nonna.

   Fu quel primo viaggio estivo che mi mise sulla via che percorro da allora. Avevo appena finito il primo anno. Il college si era rivelato una sorpresa, una brutta sorpresa. Avevo immaginato che fosse più o meno come il liceo ma più fico, e invece era completamente diverso: labirintico, ostile e ultra competitivo. Avevo sognato di giocare a hockey, e dopo pochi minuti in pista per la selezione dei giocatori della squadra universitaria mi resi conto che non ce l’avrei mai fatta… il livello era al di là della mia portata. Non andavo neanche bene con gli studi. Volevo padroneggiare il Canone occidentale, ma ogni volta che aprivo La regina delle fate mi addormentavo.

   Quando vedevo nell’elenco degli insegnamenti un corso di letteratura russa, leggevo la descrizione e passavo oltre. Perché studiare al college qualcosa che potevo assorbire passivamente a casa mia? Ma a metà del primo anno, dopo aver abbandonato l’hockey (anche se ero stato inserito nella seconda squadra non mi facevano mai entrare in pista), non sapendo cosa fare di me stesso e chiedendomi se seguire un corso di letteratura russa non fosse in fondo un bel modo di onorare mia madre, un giorno entrai nel dipartimento di Slavistica. Si trovava al terzo piano, nell’edificio grigio della facoltà di Lingue, e diversamente da tutti gli altri posti del campus aveva qualcosa di familiare. Era stato russificato. In un angolo c’era un grande samovar, tazze da tè ovunque, vecchi libri russi nella loro edizione sovietica come quelli che avevamo a casa, e un poster satirico di Lenin. I miei genitori non avrebbero mai appeso un poster satirico di Lenin in casa, però Dima ne aveva uno nel suo appartamento di New York. In quell’istituzione tentacolare e proibitiva mi sembrava di aver trovato un luogo in cui per la prima volta mi potevo sentire a casa.

   Sei mesi più tardi ottenni la borsa di studio e in estate partii. Non ero mai tornato in Russia dopo la nostra fuga. Quindi erano queste le strade che i miei genitori avevano conosciuto. Queste erano le persone tra cui avevano vissuto. Questo era il nostro vecchio appartamento (lo ricordavo appena) dove viveva Dima. Ricostruii molti pezzi della loro storia. Andai a trovare la nonna e zio Lev a Dubna. All’epoca la nonna aveva circa settantacinque anni, ma era molto attiva. Traduceva, leggeva, guardava film e faceva passeggiate chilometriche nei boschi, dove c’era un enorme acceleratore di particelle. Lasciai Mosca e viaggiai; la gente che viveva lontano dalla città aveva sogni più realistici, era capace di ammettere di non sapere qualcosa, e più palesemente e disperatamente povera. Ricordo di aver parlato con un tizio ad Astrachan’, una grossa città industriale nonché importante centro ittico sul Mar Caspio, che ora è schiacciata dal peso della competizione globale. Ci eravamo incontrati sul treno da Mosca. Era un programmatore informatico come mio padre, ma a quel tempo in Russia non c’era lavoro per i programmatori, quindi per mettere insieme il pranzo con la cena andava a Mosca a comprare vestiti di seconda mano che venivano dalla Turchia e li rivendeva in un mercato all’aperto nella sua città. Stavamo bevendo birra sul balcone pericolante del minuscolo appartamento dove viveva con la giovane moglie e il figlio neonato, e a un certo punto mi disse: – Senti, Andrej, com’è, là? – Si riferiva all’America. – È come qui, alla fin fine?

   Non sapevo cosa rispondere. Era uguale, nel senso che gli americani vivevano le loro vite, si innamoravano, facevano figli, cercavano di crescerli, e allo stesso tempo era diverso. L’abbondanza, la facilità dell’esistenza, perlomeno per quelli come me, la quantità, la scelta e la qualità degli articoli per l’igiene personale, non erano uguali. La stanza del dormitorio al college che condividevo con un compagno era più grande, più bella e più solida dell’appartamento in cui questo programmatore informatico viveva con la moglie e i figli. Provai a spiegarglielo con delicatezza, ma anche con sincerità. – Be’, – disse il mio amico che non avrei mai più rivisto, nonostante ci fossimo scambiati l’indirizzo e la promessa di restare in contatto, – magari un giorno ci andrò di persona, per vederla con i miei occhi –. E in quel momento pensai che io invece avrei preferito rimanere. Sì. Proprio in Russia. Almeno dal punto di vista mentale, intellettuale, era diversa da qualunque luogo in cui fossi stato, anche se in un certo senso era precisamente uguale a un luogo dov’ero stato, cioè la mia infanzia, la mia casa.

   Più di un decennio dopo, un decennio di libri russi, di lezioni russe, di conferenze accademiche russe, dopo una tortuosa tesi sulla letteratura russa e la «modernità» che non aveva suscitato l’interesse di nessun editore, uscii dalla doccia – aveva un soffione mobile ma nessun supporto, quindi lo dovevi tenere in mano – e trovai la nonna nel suo accappatoio rosa che sorseggiava concentratissima il caffè seduta al tavolo. Mi guardai intorno nella speranza di individuare una caffettiera a stantuffo o almeno americana, ma trovai soltanto un bollitore e una piccola lattina di Nescafé. Una delusione; negli ultimi anni, da quando la rivoluzione del caffè aveva raggiunto Brooklyn, mi ero abituato a bere il caffè vero, forte. Decisi – la lista di cose che dovevo assolutamente comprare si allungava – che avrei acquistato una caffettiera a stantuffo e del normale caffè in grani nella prima torrefazione che avrei trovato.

   La nonna aveva la radio sintonizzata sull’Echo di Mosca, l’emittente dell’opposizione democratica, e cercava di seguire le notizie. L’esercito russo si stava ritirando malvolentieri dalla Georgia; il Cremlino accusava i georgiani di aver creato una crisi dei rifugiati; gli anti-Cremlino incolpavano Mosca di aver provocato la guerra. La radio portatile della nonna era piccola e andava a pile, e pur tenendola vicino all’orecchio al massimo volume, lei non sembrava capire bene che cosa dicevano. Appena mi vide si riscosse. – Ah, ti sei alzato! – disse. – Vuoi fare colazione?

   Risposi di sì, e mentre mi vestivo lei fece friggere delle uova da mettere sulla kaša già pronta in un tegame. Quando rientrai in cucina qualcuno alla radio stava smontando con battute sarcastiche le affermazioni russe secondo cui era stata la Georgia ad attaccare per prima. – Un po’ come se dicessimo: «La zanzara mi ha punto e quindi ho dovuto far fuori lei e tutta la sua famiglia». Ovvio che la zanzara ti ha punto! È una zanzara –. Avevo dimenticato il tono che gli oppositori del regime finivano inevitabilmente per assumere: «afflitto» non era l’aggettivo giusto. Era sarcastico e farisaico, vibrante d’incredulità all’idea che il paese fosse governato da simili idioti, sostenuti da idioti ancora più idioti di loro. C’era una sola isola di decenza, dicevano quelle voci, e fra tutte le frequenze radio voi l’avevate trovata. È una cosa che dico adesso, ma in realtà ascoltare quelle parole poteva risultare inebriante. Radio Echo, la solitaria voce dell’opposizione al regime (a questo punto ormai tutti i canali televisivi erano sotto il ferreo controllo dello stato): ogni mattina in piedi per combattere la battaglia del bene contro il male. Però non si poteva dire a chiare lettere che il regime era malvagio. Sarebbe stato troppo. Quindi usavano lo scherno, il sarcasmo, la sovversione. Una buona imitazione di come dovevano parlare i dissidenti sovietici negli anni Settanta, come se non fosse soltanto il regime ad avere nostalgia di quell’epoca.

   Insomma, la Russia aveva invaso la Georgia. Oppure la Georgia aveva invaso una parte di se stessa che si chiamava Ossezia del Sud, e i russi avevano avuto una reazione esagerata. E ovviamente qualsiasi persona perbene avrebbe convenuto che… Spensi la radio. Volevo parlare con la nonna dei suoi farmaci. Anche se prima volevo mangiare la sua kaša. Era perfetta. Per un certo periodo, non molto tempo prima, avevo provato a cucinarla, ma mi veniva sempre molliccia.

   – Andrjuš, dimmi un po’, – attaccò la nonna guardandomi mangiare. – Tu dove abiti?

   – New York.

   – Dove?

   – New York!

   – Oh, New York. Hai una casa o un appartamento?

   – Un appartamento.

   – Eh?

   – Un appartamento!

   Il giorno prima portava l’apparecchio, ma il suo udito era più o meno come oggi.

   – È un appartamento di proprietà o in affitto?

   – Affitto! – dissi a voce molto alta.

   – Non c’è bisogno di gridare, – disse lei.

   – Okay.

   – Sei sposato?

   – No.

   – No?

   – No.

   – Hai figli?

   – No.

   – Niente figli?

   – No.

   – Perché no?

   – Non so, – risposi. – Non ho nessuno con cui farli.

   – Già, – commentò lei, – è vero. Bisogna essere sposati.

   – Nonna, – dissi. – Ti posso chiedere una cosa? Vorrei aiutarti a prendere le medicine giuste all’orario giusto. Sai per caso quale farmaco serve a cosa?

   Mia nonna non sembrò sorpresa dalla domanda. – Non lo so proprio, – disse. – Comunque guarda, l’ho scritto sul quaderno.

   E senza indugio mi presentò un piccolo taccuino. Aveva scritto i nomi dei medicinali in una decina di pagine e a volte anche a cosa servivano (cuore, tosse). Aveva sempre avuto una calligrafia grande e sinuosa, ma adesso era persino più grande e più sinuosa. Nel taccuino la parola demenza non compariva.

   Alzando gli occhi dalla mia lettura vidi che si era avvicinata al frigorifero e aveva tirato fuori una bottiglia di vino rosso. Era semivuota e nel collo erano rimasti resti di tappo. Stava cercando di stapparla. – Dobbiamo bere il vino per festeggiare il tuo arrivo? – chiese. – Però non riesco ad aprire la bottiglia.

 

Continua a leggere…

 

L’autore

Keith Gessen è nato a Mosca nel 1975 e nel 1981 si è trasferito negli Stati Uniti insieme alla sua famiglia. È cresciuto in Massachusetts e attualmente vive a New York. Insegna giornalismo alla Columbia University. Contribuisce regolarmente al «New Yorker», alla «New York Times Book Review» e al «New York Magazine». È cofondatore della rivista cult di letteratura, arte e politica «n+1». È anche autore di saggi e traduttore dal russo. Tutti gli intellettuali giovani e tristi, il suo primo romanzo, è stato pubblicato da Einaudi nel 2009. Alla sua uscita negli Stati Uniti, Un paese terribile è stato inserito tra le New York Times Editors’ Choices e nominato miglior libro del 2018 da «Bookforum», «Nylon», «Esquire» e «Vulture».

 

 

 

  • Un paese terribile
  • Keith Gessen
  • Traduttore: Katia Bagnoli
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Supercoralli
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 29 ottobre 2019
  • Pagine: 360 p., Rilegato
  • EAN: 9788806190538      Acquista € 19,95

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